Principio di Precauzione & Inquinamento Elettro-magnetico (EMF)

La biografia sarà disponibile (come al solito) nell’articolo che verrà pubblicato in PDF in questo sito.

Abstract

Questo articolo analizza il principio di precauzione e come esso possa trovare applicazione in riferimento all’inquinamento elettro-magnetico (EMF) in particolare UHF. Gli aspetti normativi e scientifici saranno trattati. Alla fine si osserverà come il principio di precauzione sia l’unico strumento giuridico atto a difendere il diritto alla salute e l’ambiente da possibili effetti negativi (soprattutto di lungo termine) conseguenti ad uno sviluppo tecnologico esponenziale che non permette alcuna valutazione a priori sui possibili impatti e/o effetti che potrebbe avere sulla salute umana e sull’ambiente.  Infatti, “il Principio di Precauzione impone, in caso di dubbio sul livello di rischio, di adottare l’impostazione più conservativa consistente nel minimizzare detto rischio, eventualmente preferendo l’opzione zero rischio” (Tribunale Civile di Venezia, sentenza n.441 del 19/02/08). In altre parole, qualora lo stato delle conoscenze scientifiche è tale da porre anche un ragionevole dubbio sulla sussistenza di possibili effetti nocivi per l’uomo e l’ambiente (conseguenti ad un determinato agente), il principio di precauzione permette di adottare tutti quei provvedimenti che possono evitare la concretizzazione del rischio.

 

Principio di Precauzione

Il Principio di Precauzione, previsto dall’Art.174 del Trattato UE, è parte integrante dell’ordinamento nazionale (Tribunale Civile di Milano, sentenza n.43678 del 10/10/03). Esso (per la natura delle cose a là Gustav Radbruch) è finalizzato ad affrontare e prevenire, con una azione cautelare e preventiva (Cassazione sentenza n. 9893 del 27/07/2000), gli effetti di “breve e lungo termine” d’una possibile esposizione ad una res/agente sui quali la letteratura scientifica presenti un “quadro” d’incertezza atto a giustificare un “ragionevole dubbio” (Tribunale Civile di Venezia, sentenza n.441 del 19/02/08).

Di contro, quando vi sia una certezza sul nesso causale (sia di breve che di lungo termine) non trova applicazione il principio di precauzione ma altri istituti giuridici preordinati (non più a prevenire qualcosa di potenziale e di futuro) ma difendere da pericoli attuali e certi.

Da ciò consegue che i criteria metodologici ed epistemologici applicabili per definire se applicare (oppure no) il principio di precauzione sono completamente diversi dai criteria applicabili per intervenire su un pericolo attuale e presente. Essi non possono essere quelli “stretti” della medicina medico legale usati (exempli gratia) per: liquidare danni; accertare responsabilità; valutare profili socio-economici finalizzati alla reintegrazione del cittadino nel suo stato di salute e/o nelle sue attività produttive; concedere benefici di legge; liquidare malattie professionali e/o infortuni di lavoro.

Di contro, occorre un’analisi attenta della ricerca e della letteratura scientifica per valutare se esista, oppure no, una situazione di incertezza che possa giustificare un ragionevole dubbio sui possibili effetti di breve e di lungo termine. La presenza del ragionevole dubbio legittima l’impostazione di misure cautelari e preventive atte a minimizzare il rischio e creare lo stato più conservativo possibile (preferendo eventualmente l’opzione zero rischio).

Il Quadro Normativo

Riferimenti Normativi

Il riconoscimento normativo del “principio di precauzione” lo si trova espressamente nell’art. 191 del Trattato di Lisbona (TFEU); nella direttiva 85/337/CE; nel Regolamento EC No. 178/2002; nell’art. 174 del Trattato che istituisce la Comunità Economica Europea (e successive novellazioni) firmato a Roma il 25 marzo 1957, accanto al principio di prevenzione ed al principio di correzione, oltre ad essere suggerito dai documenti Ispesl-Iss del 29/01/1998 e Ispesl 03/03/1998. Tale principio richiede che: per proteggere la salute e l’ambiente da potenziali danni a lungo termine è necessario adottare ed imporre misure di cautela anche in situazioni di incertezza scientifica. In altre parole, il principio di precauzione legittima l’imposizione di misure cautelari in momenti anteriori a quelli nei quali debbano essere predisposti interventi preordinati alla difesa del pericolo (essendo la sua funzione preventiva). La sua applicazione può benissimo avere effetti restrittivi sui diritti d’iniziativa economica e/o privata per la peculiare natura dei beni giuridici tutelati (la salute e l’ambiente) il cui danneggiamento non potrebbe essere adeguatamente riparato attraverso un intervento successivo (Tribunale di Milano, sentenza n.43678 del 10/10/03).

Riferimenti Giurisprudenziali Europei

La Corte di Giustizia ha affermato che le disposizioni del trattato che esprimono gli obiettivi fondamentali e i principi essenziali hanno valore costituzionale ed, assieme alla Commissione delle Comunità Europee, ha ribadito come il principio di precauzione abbia portata generale e sia esteso alla salute ed ai consumatori. Un principio che rientra a pieno titolo in quelli che hanno effetto diretto (Court of Justice, Case: Van Gend en Loos versus Nederlandse Administratie der Belastingen, 1963) sugli ordinamenti nazionali. In altre parole, è direttamente applicabile dai giudici nazionali (che diventano “EU law Judge”). Inoltre, la Corte di Giustizia ha riconosciuto che il principio di precauzione si applica quando sussiste una situazione di incertezza riguardo all’esistenza o alla portata di rischi (a lungo termine) per la salute delle persone, potendo essere adottate misure di protezione senza dover attendere che sia pienamente dimostrata l’effettiva esistenza di tali rischi (Corte Giust. UE, sentenza del 17 dicembre 2015, Neptune Distribution, C 157/14, punti 81 e 82)[1]. Non solo, la Corte ha più volte statuito che le norme nazionali devono essere lette dai magistrati degli Stati membri in conformità ai principi ed alle norme europee (Case C-106/89, Marleasing SA; Case C-148/78, Ratti).

Riferimenti Giurisprudenziali Nazionali: Corte Costituzionale

La Corte Costituzionale ha trattato il principio di precauzione (a vario titolo) nelle sentenze: 399/1996; 185/1998; 121/1999; 351/1999; 382/1999. Nella sentenza n. 351/1999 ribadisce come l’adozione di misure precauzionali per la tutela della salute umana rientra nell’ambito di applicazione dell’art. 32 della costituzione che impone e legittima l’adozione di adeguate misure di cautela. Nella sentenza n. 382/1999 la Corte respinge le censure di illegittimità costituzionale avanzate dall’Avvocatura di Stato contro una legge della regione Veneto che prevede valori limite di esposizione ai campi elettromagnetici molto inferiori rispetto a quelli imposti dal D.P.C.M. 23 aprile 1992. La Corte, di fatto, riconosce che il diritto alla salute prevale sull’ “interesse nazionale” e/o economico di alcune Compagnie operanti nel settore. Nella sentenza n. 185/1998 la Corte afferma che la situazione di incertezza scientifica NON E’ SUFFICIENTE di per sé AD ESLUDERE l’adozione di provvedimenti di contenuto positivo o negativo, preordinati alla tutela della salute umana. Ovvero ha riconosciuto (in altre parole) come una situazione di incertezza possa legittimare l’adozione di provvedimenti cautelari come richiesto dall’istituto del principio di precauzione. Pertanto, il principio di precazione è recepito nel Nostro Ordinamento come: principio europeo direttamente applicabile; principio ontologicamente immanente nel nostro ordinamento; espressione dell’art. 32 Cost., oltre a potersi vedere come diritto inviolabile ex art. 2 Cost. . Entrambe le Alte Corti (Europea e Costituzionale) lo ritengono principio direttamente applicabile dai singoli giudici nazionali.

 

Riferimenti Giurisprudenziali Nazionali: Cassazione e Giurisprudenza di Merito

L’applicazione del principio di precauzione in riferimento all’elettrosmog è stata riconosciuta già da numerosa giurisprudenza di cassazione e di merito.

Exempli gratia: la Corte di Cassazione (sentenza del 27 luglio 2000, n.9893) ha riconosciuto ai Giudici di Merito il diritto ed il dovere di accertare i possibili rischi per la salute al di là di quelli che sono i limiti ufficiali di legge in base a quanto emerge dalla letteratura scientifica nel momento in cui decidono.  “Il diritto alla salute, posto a base della domanda, è infatti un diritto fondamentale dell’individuo, che l’articolo 32 Cost. protegge direttamente (Corte cost. 26 luglio 1979 n. 88; 14 luglio 1986 n. 184; 18 dicembre 1987 n. 559; 27 ottobre 1988 n. 992; 22 giugno 1990 n. 307; 18 aprile 1996 n. 118). … La Corte costituzionale, nella sentenza 30 dicembre 1987 n. 641, ha espressamente affermato che, in tema di lesione della salute umana, è possibile il ricorso all’articolo 2043 cod. civ. e che si è cosi in grado di provvedere non solo alla reintegrazione del patrimonio del danneggiato, ma anche di prevenire e sanzionare l’illecito. … E perciò rientra nei poteri del giudice ordinario … accertare se, sulla base delle conoscenze scientifiche acquisite nel momento in cui si tratta di decidere sulla domanda, … vi sia pericolo per la conservazione dello stato di salute nella esposizione al fattore inquinante di cui si tratta, ancorché tale esposizione si determini nel rispetto dei limiti massimi stabiliti dalla disciplina di rango secondario vigente al momento della decisione. … La tutela giudiziaria del diritto alla salute … può essere preventiva e dare luogo a pronunce inibitorie.

Sulla stessa linea è la Corte d’Appello di Milano (sentenza n.2168 del 10/06/09) che, confermando la sentenza n. 1490 del 17/10/05 del Tribunale Civile di Como, sottolinea come i rischi da elettrosmog “non nascono da autosuggestione, ma da studi scientifici, significativi per numero e per qualità, tanto da essere stati presi in considerazione dalla IARC nelle sue classificazioni” e come in questo caso trovi benissimo applicazione il principio di precauzione che ha il suo fondamento nell’art.174 del Trattato UE. Trattato che è parte integrante dell’ordinamento nazionale. Anche il Tribunale Civile di Milano (sentenza n. 43678 del 10/10/03) riconosce l’importanza del principio di precauzione come strumento giuridico atto a difendere la salute umana, potendo il giudice derogare agli stessi limiti di legge quando la letteratura scientifica presente nel momento in cui si decide rilevi una situazione di incertezza per soglie di esposizioni minori rispetto a quelle di legge. Nel caso, il Tribunale di Milano riconosceva come soglia di massimo limite di esposizione 0.5 V/m contro i 6 V/m della legge.

Questo sample mostra come la giurisprudenza ha ritenuto il principio di precauzione atto a prevalere sui limiti ufficiali di legge e/o sulle guide internazionali ICNIRP, dovendo il giudice daccogliere quei limiti minori che possano emergere dalla letteratura scientifica. D’altronde, che i limiti ufficiali in thema di EMF non fossero idonei a garantire e tutelare la salute umana fu riconosciuto già da una pluralità di Enti.

Esempio di Enti che hanno ritenuto le attuali linee guida ufficiali non adatte alla tutela della salute umana e sostenuto la necessità di applicare il principio di precauzione in thema di EMF

La necessità di applicare il principio di precauzione in thema di EMF è stato riconosciuto: dal Consiglio d’Europa; dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa; da molti Enti Pubblici Territoriali e numerosi Studiosi. Tutti riconoscono come le emissioni UHF (e più generalmente EMF) rappresentino un potenziale fattore di danno per la salute nel lungo termine. Per tali motivi si è più volte invitato ad usare al loro posto “reti cablate” ed evitare l’uso di Wi-Fi / GSM (in particolare dove siano presenti bambini, donne incinta, convalescenti, etc…). Pertanto, a fortiori, tale invito vale anche all’interno delle “mura domestiche” dove tali persone vivono e dormono. Che la tutela debba riguardare anche l’abitazione privata è stato ribadito (e.g.) dal Secondo Appello di Friburgo (firmato da medici di livello internazionale) ove nel primo punto invitano a garantire la “tutela dell’inviolabilità dell’abitazione tramite drastica limitazione delle radiazioni elettromagnetiche che penetrano tra le proprie “quattro mura””.

Questa necessità, assieme all’incapacità degli attuali limiti stabiliti dalla legge e dalle linee guida internazionali è stato ribadito anche da diverse Autorità. Qui infra ne riporto un sample:

L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa con la risoluzione n. 1815 del 27 maggio 2011 ha riconosciuto come dall’inquinamento elettromagnetico derivino effetti potenziali nocivi, non termici, ma biologici … anche quando ci siano esposizioni a livelli inferiori rispetto i valori limite ufficiali (e.g. ICNIRP). Per tali motivi l’Assemblea raccomanda: “in relazione all’uso privato di telefoni mobili, telefoni DECT (cordless), WiFi, WLAN e WIMAX per computer ed altri dispositivi wireless come i BABY PHONES” che si dia “la preferenza a connessioni internet cablate” (ovvero non Wireless) soprattutto ove siano presenti bambini in generale e in particolare nelle scuole”.

Il Report del Committee on the Environment, Agriculture and Local and Regional Affairs dell’Assemblea Parlamentare riporta come “One must respect the precautionary principle …; waiting for high levels of scientific and clinical proof can lead to very high health and economic costs“.

Il Consiglio d’Europa ribadì come:“The EU Commission and the EEA sees the precautionary principle as central to public policymaking where there is scientific uncertainty and high health, environmental and economic costs in acting, or not acting, when faced with conflicting evidence of potentially serious harm”, ripetendo quando detto dall’Assemblea Parlamentare: “Waiting for high levels of proof before taking action to prevent well known risks can lead to very high health and economic costs, as we have seen with asbestos, leaded petrol and smoking”.

L’European Environmental Agency (2007) affermò come le nuove scoperte richiedano “for tougher safety standards” (“per standards di sicurezza più rigidi / severi“) rispetto agli attuali.

La Comunità Scientifica ha sollevato tale problema più volte.

Ricordiamo, exempli gratia, il Gruppo di Scienziati conosciuto come “Seletun Scientific Panel” che nel 2010 ribadì proprio come le: “Present guidelines, such as IEEE, FCC, and ICNIRP, are not adequate to protect humans from harmful effects of chronic EMF exposure“. (“Le attuali guide linea di riferimento, quali quelle IEEE, FCC e ICNIRP, non sono adeguate alla protezione degli esseri umani da effetti dannosi per una esposizione cronica/prolungata ai campi EMF“). Questi Scienziati avanzarono anche delle raccomandazioni quali quella di usare trasmissioni cablate nelle scuole e nei luoghi in cui ci sono bambini (pertanto a fortiori anche nelle case ove vivono), raccomandando fortemente di non installare impianti e/o connessioni wireless al fine di evitare una pervasiva e prolungata esposizione per i bambini a tali frequenze.

Nel 2012, il gruppo di lavoro del progetto “BioInitiative 2012” arrivò alle stesse conclusioni. Gli scienziati affermarono come le: “Existing FCC and ICNIRP public safety limits seem to be not sufficiently protective of public health, in particular for the young (embryo, fetus, neonate, very young child)“. (“gli esistenti limiti di sicurezza del FCC e ICNIRP sembrano non essere sufficientemente protettivi per la salute pubblica, in particolare per i giovani (embrioni, feti, neonati, bambini della prima infanzia)“).

La particolare preoccupazione rivolta ai bambini,e.g., è stata sottolineata pure dal Presidential Cancer Panel (2010) che affermò come i bambini: “sono a particolare rischio a causa della loro minore massa corporea e rapido sviluppo fisico“. Una preoccupazione condivisa dall’American Academy of Pediatrics.

Una recente pubblicazione di Massimo Coraddu, Eugenio Cottone, Angelo Levis, Alberto Lombardo, Fiorenzo Marinelli e Massimo Zucchetti (2016) fa il punto sulla situazione affermando come: “Existing FCC and ICNIRP public safety limits are not sufficiently protective of public health, in particular for the young subjects – embryos, fetuses, neonates, very young children – and for those which are exposed to extremely high ELF and RF/EMF levels. Sufficient evidence comes from epidemiological studies of an increased risk from exposure to EMF of adverse acute effects and even long-term carcinogenic effects that cannot be attributed to chance, bias or confounding” (“Gli esistenti limiti FCC e ICNIRP di pubblica sicurezza non sono sufficientemente protettivi della salute pubblica, in particolare dei soggetti giovani – embrioni, feti, neonati, bambini di prima e seconda infanzia – e per coloro che sono esposti ad alti livelli di campi: di estrema bassa frequenza (ELF); di radiofrequenza (RF); ed elettromagnetici (EMF). Dagli Studi Epidemiologici provengono prove sufficienti d’un rischio maggiore, causato dall’esposizione ai campi elettromagnetici, per effetti acuti negativi e, perfino, effetti cancerogeni di lungo tempo che non possono essere attribuiti al “caso”, bias (errore) o variabili confondenti”).

Alle stesse conclusioni arrivò pure la giurisprudenza italiana.
Il Tribunale Civile di Milano (sentenza n. 43678 del 10/10/03) afferma che: “il rispetto dei limiti posti dalla normativa vigente e, in particolare, dalle norme secondarie … non rende le immissioni di per sé lecite e compatibili con la tutela del diritto alla salute. Deve, infatti, tenersi conto della rilevanza costituzionale del diritto alla salute (art. 32 della Costituzione) e del grado di tutela conseguente, necessariamente prevalente sulla libertà (libertà e non diritto) di impresa, pur prevista dall’articolo 41 della Costituzione… . Alla scala di valori posta dalla Costituzione deve, poi, aggiungersi il Principio di Precauzione, previsto dall’articolo 174 del Trattato U.E., che deve considerarsi parte dell’ordinamento nazionale“. Pertanto, il Tribunale di Milano, concordando con i massimi esponenti della Comunità Scientifica, non ritiene il limiti ufficiai di legge 6 V/m (ovvero gli standard dell’ICNIRP) sufficienti a tutelare il diritto alla salute. Il Tribunale opta per valori più bassi: non superiori ai 0,5 Volt per metro. Un limite lievemente più basso allo 0,6 V/m suggerito: dall’ICEMS; da Bioinitiative; del Consiglio d’Europa; dalla Conferenza di Salisburgo che ha raccomandato un limite di 0,1 microW/cm2 (0,6 V/m).

Rilevanti sono anche i diversi appelli internazionali da parte di diversi scienziati rivolti all’OMS e all’ONU proprio per rivedere i limiti delle linee guida ormai obsoleti, oltre ad invitare ad un minore uso (soprattutto quando evitabile ed inutile) dei dispositivi wireless. Da ultimi riportiamo gli appelli internazionali del 2015 e del 2017. Chi scrive ritiene che la mera presenza d’un appello dimostra e integra la situazione di incertezza per applicare il principio di precauzione.

Anche a livello politico ci sono state alcune prese di posizione.

La Francia, con Legge n. 468 del 29 gennaio 2015, vieta l’uso del WI-FI negli asili nido e nelle scuole materne per proteggere i bambini dai potenziali danni di lungo termine provocati da tali emissioni elettromagnetiche. Una nocività già riscontata anni prima quando, nel 2011, utenti ed impiegati di alcune biblioteche di Parigi manifestarono diverse forme di malessere a seguito di esposizioni a EMF emessi dai sistemi Wi-Fi. Il Comune di Parigi fu stato costretto a rimuovere la rete Wi-Fi. Tale rimozione fu seguita dalla French National Library e da alcune Università Francesi. Sempre in Francia, un giudice di Tolosa ha riconosciuto la sindrome da ipersensibilità elettromagnetica ad una donna di 39 anni assegnandole una pensione di invalidità. La sindrome fu riconosciuta essere causata dall’esposizione ad apparecchi ed onde elettromagnetiche.

In Svezia è stata riconosciuta ufficialmente la sindrome da intolleranza ai campi elettromagnetici, e come tali campi possano essere collegati a gravi malattie quali il cancro, la leucemia e l’Alzheimer.

L’Inghilterra, dopo un boom d’installazioni di Wi-Fi nelle Scuole iniziato nel 2006, a seguito di malesseri denunciati da docenti e studenti, iniziò un graduale smantellamento dei trasmettitori in tutte le scuole inglesi. Il Responsabile della HPA (Health Protection Agency) aprì un’inchiesta per identificare e valutare le implicazioni che la tecnologia wireless può avere sulla salute.

In Germania, il Governo Merkel (Ministero Federale per la Protezione dalle Radiazioni) ha espressamente invitato la popolazione tedesca a prediligere sempre l’accesso via cavo (reti cablate) rispetto alle reti wireless. In particolare, il Parlamento del Land della Baviera ha raccomandato di non utilizzare il Wi Fi nelle scuole di ogni grado.

In Spagna, il Parlamento della Navarra, applicando il principio di precauzione in thema di Wi-Fi deliberò di rimuoverlo dalle Scuole.

In Italia, nonostante i politici Italiani siano rimasti “insensibili” alle segnalazioni provenienti dalla comunità scientifica internazionale “arroccandosi” (e.g., il governo) dietro alle linee guida dell’ICNIRP, diversi Enti Pubblici Territoriali hanno assunto politiche diverse. La Provincia di Bolzano con risoluzione 378/15 impegnò la Giunta a limitare al minimo indispensabile l’esposizione ai CEM della popolazione, con particolare riguardo ai bambini e ai giovani frequentanti le scuole. Il Consiglio Regionale del Piemonte con mozione n. 500/2015, approvata il 19/01/2016, impegnò la Giunta a sostituire negli ambienti scolastici e in altre strutture pubbliche le reti locali wireless già esistenti con impianti a basse radiazioni che richiedano l’attivazione manuale da parte dell’utente e l’utilizzo limitato nel tempo e nello spazio. Il Consiglio Regionale del Lazio con le mozioni 301 e 302 dello 05/03/2015 impegnò il Presidente della Regione ad adottare interventi urgenti contro l’elettrosmog. Per tutelare la salute pubblica fu chiesto di rispettare il principio precauzionale.

Alla Camera dei Deputati (il 16 Aprile 2016) l’On. Gianni Melilla ha presentato una interpellanza parlamentare ove ha sostenuto, difronte al Ministro dell’Ambiente, la necessità d’attivare iniziative per vietare l’uso di tali apparecchiature Wi-Fi nelle scuole e negli ospedali, privilegiando al loro posto quelle via cavo. L’On. Melilla presentò in parlamento una sintesi delle tesi promosse da molti medici e scienziati Italiani che scrissero nel 2015 una diffida al governo quando ipotizzo d’aumentare i limiti di legge nell’autunno del 2014.       

La Situazione di Incertezza ed il Ragionevole Dubbio nella letteratura scientifica

Alla base del principio di precauzione, come detto supra, ci deve essere la letteratura scientifica. Questa deve presentare una condizione di incertezza.

In questo articolo esamineremo se la letteratura scientifica inerente ai campi elettro-magnetici (EMF), in particolare UHF, giustifichi l’applicazione del principio di precauzione.

La situazione di incertezza in thema è provata da “come” l’argomento sia controverso in letteratura e dai continui appelli internazionali che la Comunità Scientifica presenta regolarmente (di cui l’ultimo nel 2017). Inoltre, il mero fatto che l’Agenzia Internazionale per la Lotta contro il Cancro abbia inserito le “radiazioni elettromagnetiche” nel gruppo 2B (possibile agente cancerogeno) dimostra (al di là d’ogni ragionevole dubbio) l’integrazione di tutti i criteria necessari per l’applicare del principio di precauzione. Un fatto che, in se e per se, integra la situazione di incertezza richiesta dal principio di precauzione, come riconosciuto dalla Corte d’Appello di Milano (sentenza n. 2168 del 10/06/09), che confermando la sentenza n.1490 del 17/10/05 del Tribunale Civile di Como, afferma che non può obbiettarsi che si tratti dimere paure … posto che i timori in questione non nascono da autosuggestione, ma da studi scientifici, significativi per numero e per qualità, tanto da essere stati presi in considerazione dalla IARC nelle sue classificazioni”.

A questo si può aggiungere che: una volta in cui l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ammette che il 3% della popolazione occidentale presenta sintomi da elettro-sensibilità per esposizione a campi elettro-magnetici di Wi-Fi, telefonia mobile, etc…, è ammettere che tali esposizioni non causano solo effetti termici ma anche biologici e/o psico-comportamentali.

A livello di letteratura scientifica ormai sono copiosi gli studi che sottolineano gli effetti negativi di breve e di lungo termine conseguenti a tali campi. Come sample riportiamo ciò che è stato pubblicato da un gruppo di ricercatori internazionali all’interno dell’iniziativa / progetto “Bioinitiative” (link: www.bioinitiative.org). Dagli studi ivi raccolti, emerge chiaramente che le conseguenze alle esposizioni EMF non si limitano agli effetti termici ma possono essere fattori di causa o con-causa, nel lungo termine, per una pluralità di condizioni psico-fisiche che vanno da:

  • abnormal gene transcription (Adamantia F. Fragopoulou, MSc, PhD, Prof. Lukas H. Margaritis, PhD, Evidence for EMF Transcriptomics and Proteomics Research 2007-2012, section 5);
  • genotoxicity and single-and double-strand DNA damage (Prof. Henry Lai, PhD, Genetic Effects of Non-Ionizing Electromagnetic Fields, Section 6);
  •  stress proteins because of the fractal RF-antenna like nature of DNA (Prof. Martin Blank, PhD, The Cellular Stress Response: EMF-DNA Interaction, Section 7);
  • chromatin condensation and loss of DNA repair capacity in human stem cells (Prof. Henry Lai, PhD, Genetic Effects of Non-Ionizing Electromagnetic Fields, Section 6; Prof. Igor Belyaev, Ph D, Dr Sc,  Evidence for Disruption by Modulation Role of Physical and Biological Variables in Bio-effects of Non-Thermal Microwaves for Reproducibility, Cancer Risk and Safety Standards, section 15);
  • reduction in free-radical scavengers – particularly melatonin (Adamantia F. Fragopoulou, MSc, PhD, Prof. Lukas H. Margaritis, PhD, Evidence for EMF Transcriptomics and Proteomics Research 2007-2012, section 5; Prof. Henry Lai, PhD, Neurological Effects of Non-Ionizing Electromagnetic Fields, section 9; Zoreh Davanipour, DVM, PhD, ELF MF – Melatonin Production – Alzheimer’s Disease and Breast Cancer, section 13; C. L. Sage, MA, Evidence for Breast Cancer Promotion (Melatonin Studies in Cells and Animals), section 14; Prof. Igor Belyaev, Ph D, Dr Sc,  Evidence for Disruption by Modulation Role of Physical and Biological Variables in Bioeffects of Non-Thermal Microwaves for Reproducibility, Cancer Risk and Safety Standards, section 15; Paul Héroux, PhD, Professor, Ying Li, PhD, Plausible Genetic and Metabolic Mechanisms for the Bioeffects of Very Weak ELF Magnetic Fields on Living Tissues, section 16; Abraham R. Liboff, PhD, Professor Emeritus, Electromagnetic Medicine Non-Inductive Non-Thermal Modalities, section 17);
  • neurotoxicity in humans and animals (Prof. Henry Lai, PhD, Neurological Effects of Non-Ionizing Electromagnetic Fields, section 9);
  • carcinogenicity in humans (Prof. Michael Kundi, PhD, Evidence for Brain Tumors, Sections 11; Lennart Hardell, MD, PhD, Professor, Use of Wireless Phones and Evidence for Increased Risk of Brain Tumors, section 11; Prof. Michael Kundi, PhD, Evidence for Childhood Cancers (Leukemia), section 12; Zoreh Davanipour, DVM, PhD, ELF MF – Melatonin Production – Alzheimer’s Disease and Breast Cancer, section 13; C. L. Sage, MA, Evidence for Breast Cancer Promotion (Melatonin Studies in Cells and Animals), section 14;   Prof. Igor Belyaev, Ph D, Dr Sc,  Evidence for Disruption by Modulation Role of Physical and Biological Variables in Bioeffects of Non-Thermal Microwaves for Reproducibility, Cancer Risk and Safety Standards, section 15; Paul Héroux, PhD, Professor, Ying Li, PhD, Plausible Genetic and Metabolic Mechanisms for the Bioeffects of Very Weak ELF Magnetic Fields on Living Tissues, section 16; Abraham R. Liboff, PhD, Professor Emeritus, Electromagnetic Medicine Non-Inductive Non-Thermal Modalities, section 17);
  • serious impacts on human and animal sperm morphology and function (Prof. Jitendra Behari, PhD, Dr. Paulraj Rajamani, PhD, Electromagnetic Field Exposure Effects (ELF-EMF and RFR) on Fertility and Reproduction, Section 18);
  • effects on offspring behavior, psychological and neurological effects, (Prof. Jitendra Behari, PhD, Dr. Paulraj Rajamani, PhD, Electromagnetic Field Exposure Effects (ELF-EMF and RFR) on Fertility and Reproduction, Section 18; Prof. Carlo V. Bellieni, MD, Dr. Iole Pinto, PhD, Fetal and Neonatal Effects of EMF, section 19; Martha Herbert, PhD, MD, Findings in Autism (ASD) Consistent with Electromagnetic Fields (EMF) and Radiofrequency Radiation (RFR), section 20);
  • effects on brain and cranial bone development in the offspring of animals that are exposed to cell phone radiation during pregnancy (Adamantia F. Fragopoulou, MSc, PhD, Prof. Lukas H. Margaritis, PhD, Evidence for EMF Transcriptomics and Proteomics Research 2007-2012, section 5;  Prof. Jitendra Behari, PhD, Dr. Paulraj Rajamani, PhD, Electromagnetic Field Exposure Effects (ELF-EMF and RFR) on Fertility and Reproduction, Section 18).

L’inquinamento elettro-magnetico è responsabile e/o co-responsabile anche di diversi problemi psico-comportamentali dei ragazzi in età scolare (disturbi di attenzione con o senza iperattività'; disturbi di apprendimento; disturbi della condotta; etc…). Questi disturbi, pur presentando una genesi multifattoriale, hanno come possibile fattore di causazione e/o con-causazione proprio le esposizioni ai campi elettromagnetici.
Che vi sia un rapporto causativo sembra dimostrato dal fatto che i bambini che hanno avuto una madre che usava cellulari durante la gravidanza hanno probabilità maggiori a sviluppare:
• problemi embrionali (25% di maggiore probabilità);
• deficit di attenzione con o senza iperattività (35% di maggiore probabilità);
• disturbi della condotta (49% di maggiore probabilità). Questo tipo di disturbo fa poi da apripista nell’adolescenza alle tossico dipendenze ed alla personalità antisociale.
Che i campi elettromagnetici hanno effetti bio-chimici e neurologici è stato visto osservando come possano alterare: sia le capacità di auto-controllo (Bernd Figner); sia il senso di moralità (Liane Young).

In Italia, sono assai significativi i lavori e gli studi del Prof. Angelo Levis (Professore dell’Università di Padova; biologo di fama internazionale; membro permanente della Commissione Tossicologica Nazionale presso l’Istituto Superiore di Sanità di Roma; consulente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità presso l’Agenzia Internazionale per le Ricerche sul Cancro – I.A.R.C. di Lione).

Questo articolo, non avendo l’obiettivo di ripercorrere l’intero sviluppo storico della ricerca e dei “warnings” (“avvisi / allerte”) dati dagli Scienziati, vi invita a legge uno dei tanti scritti del Prof. Angelo Levis “Effetti biologici e sanitari a breve e a lungo termine delle radiofrequenze e delle microonde” (che potrete trovare al seguente Link: http://nomuos.org/documents/Levis_effetti_biologici_microonde.pdf).

Significativi sono anche gli studi del CNR (Istituto di Genetica Molecolare, Sezione di Bologna), dell’Istituto Ramazzini e dei fellows del Collegium Ramazzini di Bologna.

Alcune osservazioni critiche sul “perchè” i “limiti e/o standard ufficiali” di legge possano non svolgere appieno il loro “presunto” ruolo. Lobbies & Politica.

… omissis … (al momento).

 

Conclusione

Secondo l’autore, in termini di attualità e concretezza, esiste una letteratura scientifica che non esclude che tali forme di elettrosmog possano avere effetti negativi (diversi da quelli termici) sulla salute nel lungo termine e che pertanto si presenti una situazione di incertezza che giustifica l’applicazione del “principio di precauzione(come già riconosciuto ufficialmente dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa et al.) al fine di provvedere all’emanazione di provvedimenti cautelari finalizzati ad arginare tale rischio fino a quando non vi siano certezze maggiori.

Infatti, la letteratura scientifica e le nuove scoperte suggeriscono come gli standards di riferimenti indicati dalle linee guida dell’ICNIRP del 1998 siano ormai obsoleti e superati, non atti a garantire l’assenza di ogni potenziale effetto negativo alla salute umana nel lungo termine in particolare per: gli infanti ed i bambini; le donne incinta; qualunque soggetto che possa presentare una condizioni di debolezza e/o predisposizione.

Pertanto, da quanto osservato, il principio di precauzione trova piena legittimazione in thema di inquinamento elettro-magnetico.

[1] “81. Come ha rilevato l’avvocato generale al paragrafo 49 delle sue conclusioni, il legislatore dell’Unione deve tenere conto del principio di precauzione, secondo il quale quando sussistono incertezze riguardo all’esistenza o alla portata di rischi per la salute delle persone, possono essere adottate misure protettive senza dover attendere che siano esaurientemente dimostrate la realtà e la gravità di tali rischi (vedere, sentenza Acino/Commissione, C‑269/13 P, EU:C:2014:255, punto 57)”.

“82. Qualora risulti impossibile determinare con certezza l’esistenza o la portata del rischio asserito a causa della natura non concludente dei risultati degli studi condotti, ma persista la probabilità di un danno reale per la salute pubblica nell’ipotesi in cui il rischio si realizzasse, il principio di precauzione giustifica l’adozione di misure restrittive (v., in tal senso, sentenza Acino/Commissione, C‑269/13 P, EU:C:2014:255, punto 58)”.

Un esempio di come il Diritto può essere ridotto ad una “barzelletta” da alcuni avvocati!

Di recente, Mi è capitato d’assistere ad un fatto “giudicamente esilarante” (!), che non potevo non condividere con i miei lettori.

Nel narrare questa storia (… tratta da un reale procedimento giuridico: Giudice di Pace di Chiavari, Ruolo Generale numero 69/2016, abbreviato in G.d.P. di Chiavari, R. G. n. 69/2016 …), i nomi dei protagonisti sono stati sostituiti con degli pseudonimi. Avendo poca “fantasia”, gli pseudonimi sono quelli tipicamente usati negli esempi giuridici: Tizio; Caio e Sempronio.

Il protagonista di questa storia è Tizio. Tizio è uno dei tanti cittadini italiani, laureati in giurisprudenza. Nonostante ciò, decise di non iscriversi all’Albo degli Avvocati per diversi motivi. Fra questi, si può annoverare “un po’ di nausea” per come il Sistema Giuridico è stato ridotto: un Diritto trasmutato in “barzelletta“, ove la Giustizia non è null’altro che “l’interesse del più forte” (a là Trasimaco).

Ebbene, per farla breve, Tizio decise di citare in giudizio Caio. Caio è un piccolo imprenditore locale. Tizio gli affidò la riparazione hardware d’un computer. Nel farlo, commise lo stesso “errore” che Dio fece con Adamo: espresse un “divieto”. Gli disse di non “toccare” il software, di non accedere alla memoria, e se proprio doveva entrare nel computer, d’usare solo ed esclusivamente l’Utenza chiamata: “Zona Tecnico” (creata appositamente a tal fine).

Caio, di contro, come Eva non seppe resistere alla “tentazione” del “proibito”. Come fu lasciato solo col computer, nonostante non necessitasse d’usare alcuna Utenza (ed in ogni caso avesse a disposizione l’Utenza: “Zona Tecnico”) fece saltare tutte le passwords di tutte le Utenze, causando danni immensi al contenuto del computer, per come questo fu programmato a “resistere” a: tali “attacchi”; ed “accessi” NON autorizzati.

Così Tizio decise di citare Caio stando in giudizio personalmente (ovvero, senza un avvocato).

Utilizzò la procedura prevista dall’art. 316, 2 comma, cpc proponendo la domanda verbalmente al Giudice di Pace, il quale ne fece redigere processo verbale. L’attore notificò la domanda al convenuto (Caio): sia alla sua residenza; sia al suo domicilio; … come risultavano dalla visura fatta presso la Camera di Commercio.

Caio si rivolse ad un avvocato “di grido” di Santa Margherita Ligure: Sempronio. L’avvocato Sempronio, in udienza, fu una Pacchia. Fece costituire due volte il “povero” Caio: una volta come Caio, persona fisica ed imprenditore, che avrebbe ricevuto l’atto presso il suo domicilio; una volta come Caio persona fisica non imprenditore, che avrebbe ricevuto l’atto presso la sua residenza!!!!.

Caio firmò pure due procure nelle due “vesti”!!!!!!!!!!

Questo fu quanto, di più esilarante poteva accadere!! L’avvocato Sempronio non arrivò “a cercare mezzogiorno alle tre” (come direbbe Gurdieff), ma trasmutò il diritto stesso (… persino il suo ABC …) in una vera e propria “barzelletta“.

Con la duplice costituzione, Caio chiese al giudice una duplice condanna alle spese per l’attore!! Ora mi chiedo, invece, se il giudice non dovrebbe condannare duplicemente Caio per lo stesso motivo!!

Infatti, l’errore commesso dall’avvocato Sempronio è imperdonabile (rasentando: la responsabilità professionale; e la violazione della deontologia professionale).

L’impresa individuale non ha personalità giuridica di alcun tipo come precisato dalla Suprema Corte di Cassazione (Cassazione, sez. III Civile, n. 6734 del 2011): “non vi è diversità tra colui che viene indicato come titolare di una “ditta” (o, rectius, “impresa”) individuale ed il medesimo come persona fisica, visto che, per scolastica nozione, quella non ha alcuna autonomia patrimoniale ed il primo si risolve nel secondo, senza possibilità di tenere distinti, in capo al medesimo soggetti, i rapporti a lui facenti capo quale imprenditore e quelli estranei all’impresa“.

Una visione pacificamente riconosciuta pure dalla giurisprudenza di merito, exempli gratia, il Tribunale di Modena (sentenza n. 341 del 2010) ha affermato che la domanda proposta nei confronti d’una Impresa Individuale (alias: “ditta individuale”) deve ritenersi intentata, ai fini della legittimazione passiva, contro la persona fisica del suo titolare, in quanto la ditta non ha soggettività giuridica distinta ma si identifica con il titolare, sotto l’aspetto sia sostanziale che processuale.

Ora, Tizio (conoscendo alcuni dei “mattacchioni” che s’aggirano nel “fu Foro di Chiavari”) volle scongiurare proprio tale incresciosa evenienza. Egli precisò come la citazione fosse fatta contro l’impresa individuale di Caio, ovvero” (… a scanso d’equivoco …) “essendo impresa individuale, contro il Sig.” Caio. L'”ovvero” aveva un ruolo esplicativo, sintetizzante e richiamante, la giurisprudenza indicata supra, proprio per evitare “confusione” negli avvocati!

Purtroppo, come spesso accade, quando si cerca di “prevenire qualcosa” si porta quel “qualcosa” (che si vuole prevenire) ad essere!

Vi ricordate cosa J. R. R. Tolkien fece dire a Galadriel circa il suo Specchio: “Remember that the Mirror shows many things, and not all have yet come to pass. Some never come to be, unless those that behold the visions turn aside from their path to prevent them“.

Un concetto ripreso dal mito greco. Vi ricordate Edipo. Ebbene, il mito d’Edipo non dice nulla di quello che Freud gli fece dire. Freud era solo uno fissato col sesso!! Di contro, il mito d’Edipo esprime proprio il concetto della “Profezia che si auto avvera“, nel momento in cui chi riceve la profezia cerca di fare “qualcosa” per impedire che possa avverarsi!!

Edipo, infatti, non volendo che la profezia si realizzi, cambia direzione. Non torna a Corinto ma decide d’andare a Tebe. Ma fu proprio questo che la fece realizzare!!

Per un capriccioso Fato, ciò accadde anche a Tizio. Tizio, senza bisogno di recarsi a Delphi, conosceva bene gli avvocati locali e cosa avrebbero eccepito. Così, cercò di “prevenire” che il Diritto fosse ridotto a “barzelletta”. Volle subito precisare che l’impresa individuale s’identifica con la persona fisica del suo imprenditore. Ma, nonostante ciò, come c’insegna il mito greco e come Tolkien ha ripetuto, nel momento in cui si cerca d’impedire ad “una visione del futuro” di diventare presente, ecco che questa si realizza.

Così, il diritto tornò ad essere una “barzelletta”!

La domanda che lascio ai miei lettori, ora è questa: chi è il “colpevole”?

L’avvocato iscritto all’Albo!?!?

Tizio che ha tentato d’impedire alla “profezia” di realizzarsi!?!?

Oppure, gli stessi “corsi e ricorsi storici“, che portano i miti a ripetersi nel tempo, nei confronti dei quali le persone non possono far nulla !?!?

In ogni caso questa doppia costituzione in giudizio  dell’imprenditore è un fatto giuridicamente interessante e divertente che non poteva passare in silenzio !!!!!!!!!!!

“Qualcosa” sul “Dogma” della Nullità Assoluta ed Insanabilità degli Atti sottoscritti da chi è privo d’Jus Postulandi

ABSTRACT

In questo Post vengono sviluppate alcune riflessioni giuridiche, analizzando la giurisprudenza di legittimità, sulla “reticenza” mostrata dalla Suprema Corte nel sollevare eccezioni dì incostituzionalità che vadano a “minare” la “Dottrina della Nullità Assoluta ed Insanabile” degli atti sottoscritti da persona priva di Jus Postulandi.

RATIONALE

Alcune persone Mi hanno chiesto “perchè” la Suprema Corte non abbia voluto accogliere l’eccezione di incostituzionalità posta nel secondo motivo del ricorso (RG n. 20029/2011) di cui si è parlato nell’articolo pubblicato l’8 Aprile 2016 (Praticanti Avvocati & Jus Postulandi – La Sentenza della Suprema Corte di Cassazione, II Sezione Civile, numero 3917 del 20 Gennaio, depositata il 29 Febbraio 2016).

Precisando che si rispetta appieno la decisione della Suprema Corte, come giurista però non posso sottrarmi ad una riflessione in thema. Così, non potendo conoscere le ragioni vagliate dai supremi giudici in camera di consiglio, posso solo fare delle riflessioni giuridiche analizzando la giurisprudenza di legittimità nel suo sviluppo storico.

Per chi non avesse letto l’aricolo del 8 Aprile 2016 si riassume l’eccezione sollevata alla Suprema Corte.

I ricorrenti eccepirono la violazione e la falsa applicazione dell’art. 182 c.p.c. (sollevando una questione di legittimità costituzionale degli artt. 82 e 182 c.p.c. verso gli artt. 2, 3, 24, 111 della Costituzione) qualora interpretati in modo tale da escludere categoricamente la sanatoria prevista dall’art. 182 c.p.c. per gli atti sottoscritti da un Praticante Avvocato Abilitato al Patrocinio eccedenti i limiti del suo Jus Postulandi.

La questione di legittimità costituzione riguardava alcune interpretazioni di questi articoli: le norme (proposizioni normative) estratte dalle disposizioni legislative (enunciati normativi). Essa non concerneva le disposizioni legislative in quanto tali.

I ricorrenti “sfidarono” la dottrina della “nullità assoluta ed insanabile” dell’atto introduttivo sottoscritto da soggetto privo d’Jus Postulandi (all’interno del processo civile) osservando come questa dottrina, di fatto, fosse già stata superata all’interno del Nostro Ordinamento nel 2000 (e/o almeno fosse stata messa in discussione).

Infatti, nella giurisdizione tributaria fu sollevata tale questione alla Corte Costituzionale che affermò nella celebre sentenza n. 186 del 13/06/2000 che: l’atto introduttivo del giudizio (ricorso), depositato e sottoscritto da persona sprovvista d’Jus Postulandi, non comportasse l’inammissibilità (e/o una nullità assoluta ed insanabile) dell’atto introduttivo stesso, bensì il potere del Giudice di assegnare un termine perentorio per permettere alla parte di sanare tale irregolarità, nominando un difensore con Jus Postulandi.

Questo creò, all’interno del Nostro Ordinamento, una disparità di trattamento (poco compatibile con l’art. 3 della Costituzione) tra la giuristizione tributaria e quella ordinaria civile. Una disparità di trattamento che non trovava motivi giuridici atti a giustificarla.

Infatti, analizzando le discipline degli artt. 12 della L. 546/1992 (Jus Postulandi nel Processo Tributario) e 82 c.p.c. (Jus Postulandi nel Processo Civile) si scopre che esse sono sostanzialmente simili. In realtà, l’art. 12 della L. 546/1992 trova la sua “ispirazione” nell’art. 82 c.p.c.. Così, non apparirebbe ragione alcuna atta a motivare un diverso regime delle nullità.

Ipotizzando che l’agire del Legislatore è un agire razionale (mirante ad armonizzare la legge ai principii costituzionali), i ricorrenti sostennero che con la novellazione del 2009 si volle eliminare questa disparità di trattamento proprio con l’art. 182 c.p.c., introducendo nel processo civile i principii affermati dalla Corte Costituzionale.

Fu sostenuto che, se il Legislatore volle novellare il codice di procedura civile non lo volle fare per conservare lo status a quo delle cose, ma per introdurre dei cambiamenti.

Questi, nel caso specifico, sarebbero stati: armonizzare le diverse discipline che si erano venute a creare sui difetti di procura e di rappresentanza tra la giurisdizione ordinaria civile e quella tributaria.

Per tali motivi, i ricorrenti sostennero che il Giudice disapplicò l’art. 182 c.p.c. escludendone l’applicazione ai Praticanti Avvocati con Abilitazione al Patrocinio.

La Suprema Corte, di contro, ribadì la pre-vigente dottrina della “nullità assoluta ed insanabile”, “tagliando corto” sui motivi dedotti e sostenuti.

Alcuni lettori, così, mi hanno chiesto alcune riflessioni su tale “reticenza” mostrata dalla Suprema Corte.

LA SENTENZA N. 189 DEL 13 GIUGNO 2000 DELLA CORTE COSTITUZIONALE 

E’ doveroso dire che, per tradizione, la Suprema Corte ha sempre difeso il “dogma” della Nullità Assoluta ed Insanabile degli atti sottoscritti da persona priva di Jus Postulandi.

Infatti, questa dottrina fu sostenuta con forza all’interno dello stesso processo tributario ( Cass. n. 1781 del 03/03/1999; Cass. n. 7966 del 12/06/2000; Cass. n. 10133 del 02/08/2000).

Tale tesi fu “sfidata” dalla setenza interpretativa di rigetto della Corte Costituzionale n. 198 del 13/06/2000 (confermata successivamente con l’ordinanza n. 158 del 09/05/2003).

La Corte Costituzionale affermò che la violazione dell’obbligo d’asistenza tecnica, ovvero la sottoscrizione dell’atto introduttivo da persona priva d’Jus Postulandi, non comporti la nullità assoluta ed insanabile e/o l’inesistenza, ovvero l’inammissibilità del ricorso, in quanto fa scattare il potere/dovere dei giudici d’asegnare un termine perentorio per sanare la situazione. Solo nel mancato rispetto del termine si sarebbe verificata l’inammissibilità.

Da un punto di vista giuridico, ci si sarebbe aspettati un adeguamento immediato da parte della giurisprudenza di legittimità nei confronti della decisione della Corte Costituzionale. Ciò però non avvenne.

Inizialmente, infatti, la Suprema Corte “rifiutò″ d’applicare tale decisione. La sezione tributaria della Suprema Corte, infatti, si rifiutò di dare applicazione a tale principio (Cass. n. 1100 del 29/01/2002).

Ciò rese necessario l’intervento delle Sezioni Unite, le quali, di contro, accolsero il principio emesso dalla Corte Costituzionale (Cass., SS.UU., n. 22601 del 08/07/2004).

Solo dopo la decisione delle Sezioni Unite,  la Suprema Corte “accolse” tale principio all’interno della giurisdizione tributaria (Cass. n. 15958 del 13/06/2008; Cass. n. 246 del 09/01/2009; Cass. ord. 19636 del 16/09/2010).

Questo dimostra come la Suprema Corte in thema di nullità assoluta per difetto d’Jus Postulandi tenda a muoversi “cautamente”.

Il ricorso n. 20029/2011 fu il primo ricorso fatto (dalla novellazione del 2009) sull’art. 182 c.p.c. In particolare fu il primo a sollevare tale questione.

Quindi, visti i precedenti, apparirebbe “scontata” una iniziale “titubanza” da parte della Suprema Corte.

Cio non toglie che, come già accaduto nella giurisdizione tributaria, qualora la questione fosse sollevata dai giudici di merito ed accolta dalla Corte Costituzionale, si possa giungere ad una diversa interpretazione.

Ma nel Mondo Giuridico, nulla accade velocemente!

Praticanti Avvocati & Jus Postulandi – La Sentenza della Suprema Corte di Cassazione, II Sezione Civile, numero 3917 del 20 Gennaio, depositata il 29 Febbraio 2016.

ABSTRACT
Col presente Articolo pubblichiamo la Sentenza della Suprema Corte di Cassazione, II Sezione Civile, del 20 Gennaio 2016 (depositata in Cancelleria il 29 Febbraio 2016) numero 3917 con la quale, in virtù del Principio di Diritto affermato, sono stati chiariti tutti i dubbi interpretativi inerenti all’Jus Postulandi dei Praticanti Avvocati Abilitati al Patrocinio. Nel silenzio della legge, ed in assenza di specifici precedenti in thema nella Giurisprudenza di Legittimità, fino ad oggi, tale disciplina rimase controversa.

L’articolo, che precede al testo della sentenza (riportata per intero nell’appendice in fondo), è scritto da chi ha seguito, passo dopo passo, l’intera vicenda, in fatto ed in diritto, studiando la questione approfonditamente per anni.

Nell’articolo sono riportati ed indicati (in esclusiva per i lettori del sito) i motivi di diritto che hanno reso necessario proporre il ricorso in Cassazione. L’indicazione dei motivi di diritto eccepiti, sostenuti ed argomentati durante lo svolgimento del ricorso, è necessaria ed utile a qualsiasi giurista (Avvocato; Professore; Ricercatore; etc…) che, al di là della massima, voglia comprendere profondamente il Ragionamento Giuridico della Suprema Corte.

Exempli Gratia, un giurista (avvocato) interessato a “ripresentare” la questione di legittimità costituzionale, potrebbe comprendere quali sono stati i motivi di diritto proposti e non cosiderati dalla Suprema Corte al fine di: non rifondare un ricorso sugli stessi motivi; e/o affiancare a quelli, altri motivi non precedentemente considerati. Per un ricercatore, di contro, ciò è fondamentale per comprendere le “direttrici evolutive” del Diritto e della Giurisprudenza.

Il testo della sentenza, infatti, non esplicita chiaramente i motivi che sono stati rigettati. Tale silenzio è “forte”, soprattutto, nel secondo e terzo motivo del Ricorso.

Non solo, i commenti, pubblicati fino ad oggi, hanno mostrato una certa superficialità nell’affrontare le istanze giuridiche alla base della decisione.

In sintesi: il principio di diritto affermato dalla Suprema Corte risolve la questione giuridica inerente all’Jus Postulandi dei Praticanti Avvocati con Abilitazione al Patrocinio. In particolare, era dubbio se i Praticanti Avvocati con Abilitazione al Patrocinio potessere, oppure no, proporre appello verso le decisioni del Giudice di Pace, quando la “res contesa” rientrava per valore, materia e territorio, nella loro “competenza”.

La Suprema Corte chiarisce che, nel silenzio della legge, la disposizione normativa debba essere INTERPRETATA RESTRITTIVAMENTE. Pertanto, al Praticante Avvocato con Abilitazione al Patrocinio non è riconoscita la possibilità di proporre appello contro le sentenze del Giudice di Pace (anche qualora la “res contesa” rientri nei limiti di valore, materia e territorio, attinenti al suo “Jus Postulandi“).

La pronuncia riguarda la disciplina del tirocinio forense, ratione temporis, disciplinata dall’art. 7 della L. n. 479 del 16/12/1999 che modificò l’art. 8 del R.D.L. n. 1587/1933.

Di contro, oggi, la disposizione legislativa “in forza” è quella dell’art. 41 della legge n. 247/2012 che ha introdotto la “nuova disciplina dell’ordinamento della Professione Forense”. Questo articolo esclude ai Praticanti Avvocati “… un proprio …” Jus Postulandi. Essi, di contro, possono “… esercitare attività professionale in sostituzione dell’avvocato” presso il quale svolgono “la pratica e comunque sotto il controllo e la responsabilità dello stesso anche se si tratta di affari non trattati direttamente dal medesimo, in ambito civile di fronte al tribunale e al giudice di pace, e in ambito penale nei procedimenti di competenza del giudice di pace, in quelli per reati contravvenzionali e in quelli che, in base alle norme vigenti anteriormente alla data di entrata in vigore del decreto legislativo 19 febbraio 1998, n. 51, rientravano nella competenza del pretore”.

La sentenza della Suprema Corte può essere vista come una decisone che si pone “in linea” con gli attuali sviluppi legislativi e con le attuali politiche riformatrici che si sono affermate nella riforma dell’Ordinamento Forense del 2012.

INTRODUZIONE

La sentenza della Suprema Corte di Cassazione, II Sezione Civile, del 20 Gennaio 2016 (depositata in Cancelleria il 29 Febbraio 2016) numero 3917 pone fine alle discussioni ed alle controversie che si erano venute a formare sull’Jus Postulandi dei Praticanti Avvocati con Abilitazione al Patrocinio. Da tempo, infatti, ci si chiedeva se i Praticanti Avvocati Abilitati al Patrocinio avessero, oppure no, la facoltà di proporre appello contro le sentenze emesse dal Giudice di Pace, quando la “res contesa” rientrava nei limiti (per: valore; materia; territorio) indicati dall’art. 7 della Legge n. 479/1999.

La questione giuridica affrontata e risolta dalla Suprema Corte ruota attorno alla INTERPRETAZIONE dell’art. 7 della L. n. 479/1999 (cd. Legge Carotti). Un articolo che elenca dettagliatamente e tassativamente i limiti dell’Jus Postulandi attribuito ai Praticanti Avvocati dopo il conseguimento dell’Abilitazione al Patrocinio. Quest’ultimi, infatti, possono esercitare la professione dinanzi al Giudice di Pace ed al Tribunale in composizione monocratica entro alcuni limiti.

La Cassazione ha affermato che l’art. 7 della Legge n. 479/1999 debba essere INTERPRETATO RESTRITTIVAMENTE in quanto eccezione alla regola generale espressa dall’articolo 82 del codice di procedura civile. Con tale affermazione, la Suprema Corte ha ribaltato la tesi dei Ricorrenti che sostenevano, sì, una INTERPRETAZIONE RESTRITTIVA: ma NON della disposizione legislativa (enunciato normativo) che attribuiva l’Jus Postulandi al Praticante Avvocato d’innanzi al Giudice di Pace ed al Tribunale in composizione Monocratica (regola generale); ma delle disposizioni legislative (enunciati normativi) che ponevano le eccezioni a tale Jus Postulandi ponendo dei limiti per valore, materia e territorio (eccezioni alla regola generale che attribuiva l’Jus Postulandi).

Tale disposizione legislativa che riguardava i Praticanti Avvocati nell’esercizio del loro tirocinio, infatti, è un enunciato normativo che, in quanto tale, non può essere interpretato per analogia (e/o esteso a casi simili) proprio perché riguarda i soli Praticanti Avvocati. Di contro, tale disposizione legislativa (nei soli confronti dei Praticanti Avvocati) si suddivide in: una regola generale, che concede a quest’ultimi l’Jus Postulandi dinanzi al Giudice di Pace ed al Tribunale in composizione monocratica; ed una regola speciale, composta da un elenco tassativo di eccezioni, che limita per valore, materia e territorio, l’Jus Postulandi dato. Questa, secondo i ricorrenti, era la struttura della norma esaminata analiticamente.

In questa prospettiva, sempre secondo i ricorrenti, si sarebbe dovuto INTERPRETARE RESTRITTIVAMENTE l’elenco tassativo di eccezioni e limiti.
Una diversità d’opinione, rispetto quella affermata dalla Suprema Corte, che è parte della normale dialettica giuridica necessaria all’evoluzione del Diritto.

Di sfondo, c’erano altre questioni:
• l’applicabilità dei termini e della sanatoria prevista dall’art. 182 c.p.c.;
• alcune eccezioni d’incostituzionalità dell’artt. 82 e 182 c.p.c. (ovvero: d’alcune loro interpretazioni);
• la nullità della sentenza per violazione del principio del contradittorio (che fu messa: sia in narrativa; e sia all’interno degli altri motivi presentati). Essa svolgeva un effetto rafforzativo, echeggiando: sia come un autonomo argomento di diritto; sia come un argomento a fortiori che ribadiva come tali violazioni comportavano la, e furono commesse in, violazione del principio del contradittorio, comportando la nullità prevista dall’art. 101 c.p.c. .

La scelta della Corte di non considerare l’eccezione di nullità detta supra (omettendo alcun riferimento ad essa nel testo della sentenza) sembra più una decisione di economia processuale fatta per evitare un nuovo processo di appello nel quale, il giudice di rinvio avrebbe dovuto decidere secondo il principio di diritto affermato dalla Corte.

In altre parole, la Suprema Corte ha volute evitare una dichiarazione di nullità per una sentenza con la quale si dichiarava nullo un appello, per evitare un nuovo processo di appello nel quale, il Giudice di Rinvio (applicando il principio detto), avrebbe dovuto dichiarare nuovamente la nullità dell’appello !?!? Tutto chiaro?

Tale scelta, non si spiega se non come una decisione di economia processuale. Infatti, solo pochi mesi prima, la Suprema Corte aveva affermato la nullità d’ogni decisione presa in violazione del principio del contradittorio, escludendo la così detta “terza via” e/o la possibilità del giudice d’eccepire d’ufficio qualsiasi questione senza concedere i termini per integrare il contradittorio.

ANTEFATTO

Come ricostruito dalla Suprema Corte, “E.L. ed Ep.Lo. convennero in giudizio il Comune di Rapallo, proponendo opposizione avverso il verbale loro notificato, relativo a contravvenzioni al codice della strada, e chiedendone l’annullamento”.

Infatti, la sanzione era del tutto infondata ed illegittima in base allo stesso verbale ed al rapporto sull’incidente redatto dall’agente di polizia municipale. Durante il procedimento di opposizione, per confermare la sanzione amministrativa emessa, l’agente di polizia municipale del Comune di Rapallo cambiò completamente versione. Per confermare la legittimità della sanzione, egli raccontò i fatti in modo completamente diverso rispetto al verbale ed al rapporto sull’incidente da lui stesso redatto!! Sulla base di tale testimonianza, paradossalmente, il Giudice di Pace di Rapallo rigettò l’opposizione e confermò la sanzione amministrativa compensando le spese di giudizio.

La sentenza fu impugnata per diversi vitia. Tra i più “grossolani” c’erano: la contraddittorietà fra quanto testimoniato dall’agente di polizia municipale e quanto dichiarato nel verbale e nel rapporto sull’incidente; la contraddittorietà della sentenza e del suo sillogismo. Infatti, era impossibile sussumere la conclusione assunta dal Giudice di Pace, una volta poste come premesse: la fattispecie fattuale emergente dal rapporto e/o dalla testimonianza; e la fattispecie giuridica indicata dalla sanzione amministrativa presente nel verbale notificato. Infatti, la sanzione amministrativa emessa dal Comune di Rapallo NON era “compatibile” in entrambe le “versioni” date. A tutto ciò, s’aggiungevano una pletora di altri vitia, in fatto ed in diritto, che rendevano necessario un appello. “Ciliegina sulla torta” era il fatto che, l’agente di polizia municipale, di fatto, dando due versioni completamente diverse: o, fece falsa testimonianza; o, dichiarò il falso in un atto pubblico.

L’appello fu presentato da un Praticante Avvocato con Abilitazione al Patrocinio (… che nel caso specifico fui Io …). Questo poiché fino all’ora, di fatto, ciò era “permesso” nel Foro di Chiavari. Nessuna eccezione, di solito, veniva sollevata sulla questione nel silenzio della legge. Nessuna indicazione diversa fu data dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Chiavari, quando chiesta.

Durante il procedimento d’Appello, infatti, l’avvocato Nicatore (che rappresentava il Comune di Rapallo), non sollevò alcuna eccezione circa l’assenza dell’Jus Postulandi del Praticante Avvocato con Abilitazione al Patrocinio. La questione, di contro, fu sollevata (in violazione: del principio del contradittorio; dell’art. 101 del Codice di Procedura Civile, come novellato dall’art. 45 della legge n. 69 del 18 Giugno 2009; degli artt. 24 e 111 della Costituzione) dal Giudice del Tribunale, Dott. Del Nevo, il quale la rilevò direttamente in sentenza, senza concedere alle parti i termini per integrare il contradittorio. Su tale eccezione rilevata d’ufficio, il Giudice dichiarò la nullità dell’appello per difetto d’Jus Postulandi, così evitò d’entrare nel merito dello stesso. La sentenza, infatti, non si pronuncia, neppure per obiter dictum e/o indirettamente, su alcuno dei motivi di diritto e di fatto oggetto dell’appello, né tanto meno sulla legittimità o meno della sanzione.

La sentenza fu notificata dal Comune di Rapallo a E. L. e Lo. Ep., subito dopo il suo deposito in cancelleria, così che iniziarono a decorrere i termini brevi per proporre Ricorso in Cassazione.

Fu grazie all’avv. Stefano Savi del Foro di Genova, all’ora Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Genova, che il Ricorso fu reso possibile.

Da qui, in poi, devo fare alcune precisazioni. Da una parte, ho da ringraziare diversi giuristi (Avvocati; Professori; Ricercatori; etc…) coi quali ho avuto, a vario titolo, scambi d’idee sul thema (… essi hanno reso possibile trasmutare questo ricorso in una dotta disquisizione giuridica, ove la riflessione sui principi di diritto prevaleva rispetto il fatto sottostante …). Dall’altra parte, ho da dire che ogni responsabilità sulle strategie processuali, sulle eccezioni e sulle argomentazioni giuridiche, usate per sostenere il ricorso (e per l’esito avuto) è solo Mia, nessun biasimo può essere imputato a loro.

Per finire, preciso che il merito del principio di diritto affermato (che piaccia oppure no) è del Giudice Dott. Del Nevo e degli Eccellenti Giudici della Suprema Corte di Cassazione, i quali hanno arricchito di molto i motivi di diritto posti alla sua base.

Tale decisione della Corte, ed il principio affermato, non è una “vittoria” dell’avv. Nicatore (e/o del Comune di Rapallo) che, di contro, non hanno eccepito la questione in Appello ed hanno rivestito un ruolo passivo in Cassazione, limitandosi a “ripetere” quanto affermato ex ufficio dal Giudice Dott. Del Nevo. Anche in Udienza Pubblica (il Comune di Rapallo) si è limitato a sostenere (in una battuta) l’inammissibilità del Ricorso (… una tesi non accolta dalla Suprema Corte di Cassazione).

RICORSO IN CASSAZIONE & LE QUESTIONI GIURIDICHE AFFRONTATE

Col primo motivo di ricorso si era fatta una succinta ricostruzione storica dello sviluppo legislativo inerente all’Jus Postulandi dei Praticanti Avvocati. In essa, furono indicati anche i precedenti della giurisprudenza di merito sui quali era basata la decisione del Giudice Dott. Del Nevo (exempli gratia, la prima sentenza in thema fu emessa dal Tribunale di Modena, sentenza n. 38/2006).

Tale introduzione, che fungeva da argomento storico per guidare il ragionamento giuridico verso le conclusioni prospettate dai ricorrenti, proseguiva nel sostenere che l’art. 7 della L. n. 479 del 16/12/1999 conferiva ai Praticanti Avvocati Abilitati al Patrocinio l’Jus Postulandi di proporre appello contro le sentenze del Giudice di Pace, in quanto, il legislatore non lo escluse.

La possibilità d’appellare le sentenze del Giudice di Pace, infatti, non compariva nell’elenco tassativo dei limiti all’Jus Postulandi concesso (come detto supra). Esso, infatti, non era indicato nei limiti di materia, valore e territorio.

Si era reputato che la Suprema Corte di Cassazione (Cass. Civ. Sez. Lavoro, sentenza n. 10102 del 29 aprile 2013) avesse “aperto” ad una interpretazione capace di distinguere fra limiti oggettivi (limiti per: valore; materia; territorio) e limiti funzionali (e.g., attinenti al tipo di: atto; rito processuale; grado di giudizio; etc …). Infatti, nella sentenza n. 10102/2013, la Corte rigettò il ricorso per la violazione dei limiti di valore, riconoscendo (di contro) al Praticante Abilitato l’Jus Postulandi per le cause di lavoro di competenza del Tribunale monocratico (in funzione di giudice del lavoro) quando rientravano nei limiti di valore e territorio previsti. Questo poiché la legge non le escludeva (non ponendo limiti funzionali, e.g. inerenti al tipo di: atti introduttivi; e/o riti processuali; … ma solo oggettivi). Infatti, la Suprema Corte sottolineò che il tenore letterale della norma che riconosceva l’Jus Postulandi negli “affari civili” (limitatamente “alle cause, anche se relative a beni immobili, di valore non superiore a lire 50 milioni”) comprendesse anche le materie del lavoro e della previdenza in quanto non escluse nei limiti successivamente posti.

Allo stesso modo, si ritenne che la legge, nell’attribuire tale Jus Postulandi negli “affari civili”, comprendesse anche la possibilità in capo ai Praticanti Avvocati di proporre appello contro le sentenze del Giudice di Pace quando la “res contesa” rientrava nei limiti di valore, materia e territorio, indicati dall’art. 7 della L. n. 479 del 16/12/1999.

Di tutt’altra opinione è stata, invece, la II Sezione della Corte di Cassazione, che escluse “categoricamente” tale possibilità. Una decisione che, da un punto di vista di politica del diritto, potrebbe inserissi “in linea” con gli attuali sviluppi normativi che hanno “ristretto” ulteriormente l'”indipendenza” e l’Jus Postulandi dei Praticanti Avvocati dopo l’introduzione della “nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense” come indicata supra.

Col secondo motivo di ricorso si sosteneva la violazione e la falsa applicazione dell’art. 182 c.p.c. per i motivi, qui infra, illustrati. Questi motivi sono stati posti, anche, alla base delle questioni di legittimità costituzionale degli artt. 82 e 182 c.p.c. verso gli artt. 2, 3, 24, 111 della Costituzione (eccepite nel terzo motivo di ricorso). Le questioni di legittimità costituzione riguardavano alcune interpretazioni di questi articoli, ovvero alcune norme (proposizioni normative) estratte dalle disposizioni legislative (enunciati normativi) e non le disposizioni legislative in quanto tali.

I ricorrenti vollero superare la dottrina della “nullità assoluta ed insanabile” dell’atto introduttivo sottoscritto da soggetto privo d’Jus Postulandi (all’interno del processo civile) osservando come questa dottrina, di fatto, fosse già stata superata all’interno del Nostro Ordinamento nel 2000 (e/o almeno si erano create delle “brecce”).

La giurisdizione tributaria, infatti, sollevò tale questione alla Corte Costituzionale che, in tale occasione, affermò che l’atto introduttivo del giudizio (ricorso), depositato e sottoscritto da persona sprovvista d’Jus Postulandi, non comportasse l’inammissibilità (e/o una nullità assoluta ed insanabile) dell’atto introduttivo stesso, bensì il potere del Giudice di assegnare un termine perentorio per permettere alla parte di sanare tale irregolarità, nominando un difensore con Jus Postulandi (sentenza n. 186 del 13/06/2000).

Questo creò, all’interno del Nostro Ordinamento, una disparità di trattamento che si accordava poco con l’art. 3 della Costituzione, non essendoci motivi razionali atti a giustificare ciò.

Infatti, le discipline degli artt. 12 della L. 546/1992 (Jus Postulandi nel Processo Tributario) e 82 c.p.c. (Jus Postulandi nel Processo Civile) sono sostanzialmente simili. Esse non giustificano un diverso regime delle nullità.

Così la disparità che si è venuta a creare fra la giurisdizione ordinaria civile e la giurisdizione tributaria creava un problema con l’art. 3 della Costituzione. La prima rimase ancorata ad antiche tradizioni (per di più di creazione dottrinale), la seconda s’evolse fino a permettere la sanabilità del vitium.

Così, i ricorrenti, assumendo che l’agire del Legislatore è un agire razionale (mirante ad armonizzare la legge ai principii costituzionali), sostennero la tesi secondo la quale con la novellazione del 2009 il Legislatore, razionalmente, volle eliminare tale disparità di trattamento, portando ad una “uniformazione” della disciplina proprio con l’art. 182 cpc.

Fu sostenuto che, i motivi che spinsero il Legislatore a novellare il codice di procedura civile non potevano essere quelli di conservare lo “stato delle cose” immutato, ma introdurre in esso delle novità! Queste “novità” dovevano rispecchiare i principii costituzionali e portare “discipline uniformi” e razionali all’interno dell’Ordinamento.

Nel caso specifico, fu sottolineato come l’articolo 182 cpc, muovendosi in tale spirito, avrebbe uniformato le diverse discipline che si erano venute a creare sui difetti di procura e di rappresentanza tra la giurisdizione ordinaria civile e quella tributaria. In altre parole, avrebbe uniformato le conseguenze che avrebbero colpito l’atto introduttivo firmato da soggetto privo di Jus Postulandi.

Non a caso, l’art. 182 c.p.c. fu introdotto nel diritto processuale civile (dopo forti resistenze). Il suo tenore letterale sembrava proprio introdurre (nel processo civile) il principio affermatosi nel 2000 all’interno del processo tributario detto supra.

Per tali motivi, i ricorrenti sostennero che il Giudice mis-usò e disapplicò l’art. 182 cpc, poichè questo articolo, come novellato nel 2009, non si limitava ai difetti di rappresentanza e/o di procura degli avvocati.

Questo punto, espresso sintenticamente, fu uno degli argomenti presentati. Un argomento che può essere ampliato di molto, osservando come vi sia un forte parallelismo fra i due articoli. Entrambi, infatti, prevedono l’Jus Postulandi per i soli iscritti agli albi professionali, rilegando la difesa personale come eccezione alla regola per alcune cause di modico valore. L’art. 12 della L. 546/1992, in altre parole, fu modellato sulla base dell’art. 82 cpc anche se estendeva l’Jus Postulandi ad altri professionisti iscritti nei relativi albi (e.g. Commercialisti).

Infatti, la lettera della disposizione legislativa, autorizzava il Giudice, una volta rilevato un qualsiasi difetto di rappresentanza e/o di assistenza e/o di autorizzazione, ovvero un qualsiasi vizio che determini la nullità della procura al difensore, di assegnare alle parti un termine perentorio per la costituzione della persona alla quale spetta la rappresentanza o l’assistenza, per il rilascio delle necessarie autorizzazioni, ovvero per il rilascio della procura alle liti o per la rinnovazione della stessa.

Quindi si ritenne che il tenore letterale era così ampio da inglobare qualsiasi difetto: di nullità; di procura; di rappresentanza. Infatti, non solo riguardava i soggetti che operavano come “sostituti processuali” (avvocati), ma anche i rappresentati di persone giuridiche. Escluderne l’applicazione ai soli Praticanti Avvocati avrebbe creato una disparità di trattamento ingiustificata nel nostro Ordinamento verso gli artt. 3 e 24 della Costituzione.

Per tali motivi, si ritiene che l’art. 182 c.p.c. fosse applicabile nel caso specifico. Ogni diversa interpretazione sul modus procedendi e sull’interpretazione degli artt 82 e 182 cpc avrebbe contrastato coi principii costituzionali (art. 2; l’art. 3; l’art. 24; l’art. 111) visti: sia come criteria esegetici delle fonti subordinate; e, sia come “linee guida” per il Legislatore.

Nonostante ciò, la Suprema Corte decise di ribadire (all’interno del processo civile) la pre-vigente dottrina della “nullità assoluta ed insanabile”, “tagliando corto” sui motivi dedotti e sostenuti.

CONCLUSIONI

Con questo articolo si sono illustrati tutti gli aspetti rilevanti e tutte le questioni giuridiche sottostanti, che sono state sostenute e sono state poste alla base della decisione presa dalla Suprema Corte, così che qualsia giurista (Avvocato; Professore; Ricercatore; etc…) possa acquisire una piena consapevolezza sul thema, su come sono avvenuti gli sviluppi giurisprudenziali e quali sono state le argomentazioni proposte e scartate dalla Suprema Corte.

In questo modo, qualora qualcun’altro voglia ripresentare, studiare e/o sviluppare, la questione può aver chiari tutti i punti e tutti gli aspetti che sono stati già: prospettati; studiati; eccepiti; argomentati; considerati; e … rigettati dalla Suprema Corte.

RINGRAZIAMENTI:

I ringraziamenti sono molteplici, mi scuso se nel farli possa omettere qualcuno. Innanzi tutto, ringrazio l’avv. Stefano Savi per aver reso possibile questo ricorso. Da grande penalista, lo ha arricchito sottolineando l’importanza d’un’esposizione chiara, sintetica e centrata sui punti chiave. Tutti insegnamenti importanti, che hanno “corretto” le “cattive abitudini” acquisite da alcuni civilisti, che di contro, “tendono” a dilungarsi in argomenti ridondanti per “tuziorismo” difensivo. Si ringrazia l’avvocato Michaela Calzetta (penalista) che ha contribuito alla redazione dell’atto introduttivo.

Ringrazio il Foro il Genova in generale (… da sempre, per tradizione, Scuola di Massima Eccelenza Giuridica …) per: averMi “adottato”; aver reso possibile trasformare questo ricorso in una costruttiva crescita giuridica, una occasione di riflessione atta a contribuire all’evoluzione del Diritto ed alla sua chiarificazione, … tutte cose che non furono possibili nel “fu” Foro di Chiavari.

Ringrazio anche tutti i Professori e Ricercatori con i quali, a vario titolo, ho avuto l’occasione di parlare e/o avere brevi, ma significativi scambi. Tra di essi, voglio ringraziare il Prof. Costanzo (costituzionalista dell’Università di Genova) ed il Prof. Costantino (processualista civile dell’Università degli Studi Roma Tre). Il primo ha arricchito la riflessione giuridica portandoMi a riflettere su alcuni themae, oltre a “spronarMi” con la sua chiarezza concettuale ad abbandonare gli stili “confusi e confondenti” che, di contro, s’affermano nella pratica, prendendo talvolta il sopravvento. Il secondo Mi ha indicato alcuni suoi articoli che lessi con molto piacere, articoli che ho trovato fondamentali per giungere ad una più profonda comprensione del processo civile. Entrambi, in ogni caso, hanno: trasmesso la “passione” per il Diritto; permesso di trasformare un procedimento giuridico (… diciamolo pure, di modesto valore …) in un’occasione di crescita giuridica ineguagliabile.

Grazie.

APPENDICE: La Sentenza della Suprema Corte di Cassazione, II Sezione Civile, n. 3917 del 20 Gennaio, depositata il 29 Febbraio 2016. Testo Integrale.

TESTO DELLA SENTENZA

Suprema Corte di Cassazione
Sezione II Civile
Sentenza 20 Gennaio – 29 Febbraio 2016, n. 3917

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BUCCIANTE Ettore – Presidente -

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere -

Dott. MATERA Lina – Consigliere -

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – rel. Consigliere -

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 20029/2011 proposto da:

E.L.N. (OMISSIS), EP.LO. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentati e difesi dagli Avv.ti SAVI STEFANO, MINOTTI DANIELE, quest’ultimo per proc. not. del 2/10/2015 rep. n. 36958;
ricorrenti -

contro

COMUNE RAPALLO (OMISSIS), IN PERSONA DEL SINDACO P.T., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEGLI SCIPIONI 268-A, presso lo studio dell’avvocato PETRETTI ALESSIO, rappresentato e difeso dall’avvocato NICATORE ANDREA;
controricorrente -

avverso la sentenza n. 286/2011 del TRIBUNALE di CHIAVARI, depositata il 18/04/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 25/11/2015 dal Consigliere Dott. LUIGI GIOVANNI LOMBARDO;

udito l’Avvocato Minotti Daniele difensore dei ricorrenti che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avv. Petretti Alessio con delega depositata in udienza dell’Avv. Nicatore Andrea difensore del controricorrente che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELENTANO Carmelo che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1. E.L. ed Ep.Lo. convennero in giudizio il Comune di Rapallo, proponendo opposizione avverso il verbale loro notificato, relativo a contravvenzioni al codice della strada, e chiedendone l’annullamento.

Nella resistenza del convenuto, il Giudice di Pace di Rapallo rigettò l’opposizione.

2. Sul gravame proposto dagli attori, il Tribunale di Chiavari, in composizione monocratica, dichiarò la nullità dell’atto di appello, in quanto sottoscritto da praticante avvocato, ritenuto non abilitato alla sottoscrizione dell’atto di impugnazione.

3. Avverso la sentenza di appello propongono ricorso per cassazione E.L. ed Ep.Lo., formulando tre motivi.

Resiste con controricorso il Comune di Rapallo.

Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..

Motivi della decisione

1. Col primo motivo di ricorso, si deduce la violazione e la falsa applicazione della L. n. 479 del 1999, art. 7, per avere il Tribunale ritenuto che il praticante avvocato non fosse abilitato a proporre appello innanzi al Tribunale in composizione monocratica avverso le sentenze del giudice di pace; a dire del ricorrente, dovrebbe invece ammettersi il patrocinio del praticante avvocato nel giudizio di appello innanzi al Tribunale in composizione monocratica avverso le sentenze del giudice di pace, poichè il detto art. 7 non distingue tra giudizio di primo grado e giudizio di appello.

La censura non è fondata.

Va premesso che il caso sottoposto al giudizio di questa Suprema Corte, essendo relativo ad una causa iniziata con ricorso depositato il 17.9.2009 e ad un atto di appello proposto l’11.5.2010, è soggetto ratione temporis alla disciplina del tirocinio forense di cui al R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578, art. 8 e successive modificazioni (e non alla nuova disciplina dello svolgimento del tirocinio di cui all’art. 41 della sopravvenuta L. 31 dicembre 2012, n. 247, che ha introdotto la “Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense”).

Il R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578, art. 8 (convertito, con modificazioni, dalla L. 22 gennaio 1934, n. 36 e successive modificazioni) prevede che il praticante avvocato, durante il periodo di pratica forense, possa esercitare un patrocinio limitato nell’attività professionale (solo dinanzi alle Preture del distretto della Corte di Appello nel quale è iscritto per la pratica) e nel tempo (dopo un anno di iscrizione nel registro e per non più di sei anni: R.D.L. n. 1578 del 1933, art. 8; L. 27 giugno 1988, n. 242, art. 10, recante “Modifiche alla disciplina degli esami di procuratore legale”), sottoposto ad una particolare vigilanza del Consiglio dell’ordine di appartenenza (R.D.L. n. 1578 del 1933, art. 14, lett. c) e a speciali adempimenti attinenti alla frequenza di uno studio di avvocato e all’esercizio del patrocinio (R.D.L. n. 1578 del 1933, art. 17, n. 5; R.D. 22 gennaio 1934, n. 37, artt. 1 e segg. recante “Norme integrative e di attuazione del R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578 sull’ordinamento della professione di avvocato e di procuratore”; D.P.R. 10 aprile 1990, n. 101, artt. 1 e segg., recante “Regolamento relativo alla pratica forense per l’ammissione all’esame di procuratore legale”).

Viene, pertanto, riconosciuto ai praticanti avvocati uno speciale status abilitativo provvisorio, limitato e temporaneo, giustificato dalle esigenze di svolgimento del tirocinio e in vista degli esami da affrontare per conseguire l’abilitazione all’esercizio della professione forense e l’iscrizione nel relativo albo (in tali termini, Corte Cost.: Sentenza n. 5 del 1999; Sentenza n. 127 del 1985; Ordinanza n. 75 del 1999; Ordinanza n. 163 del 2002).

Tale speciale status abilitativo provvisorio costituisce eccezione alla regola generale per cui il patrocinio legale è consentito previo superamento dell’esame di stato ed iscrizione all’albo degli avvocati; pertanto, le norme che consentono l’esercizio del patrocinio a chi, come il praticante avvocato, non ha superato l’esame di stato e non è iscritto nel detto albo professionale introducono un’eccezione ad un principio generale e come tali sono di stretta interpretazione.

A seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. 19 febbraio 1998, n. 51 che ha soppresso l’ufficio del pretore ed ha istituito il giudice unico di primo grado, l’ambito di esercizio di tale speciale abilitazione riconosciuta ai praticanti avvocati è stato rideterminato dalla L. 16 dicembre 1999, n. 479, art. 7, che stabilisce che i medesimi, dopo il conseguimento dell’abilitazione al patrocinio, possono esercitare l’attività professionale ai sensi del R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578, art. 8 nelle cause di competenza del giudice di pace e dinanzi al tribunale in composizione monocratica, limitatamente: a) negli affari civili: 1) alle cause, anche se relative a beni immobili, di valore non superiore a lire cinquanta milioni; 2) alle cause per le azioni possessorie, salvo il disposto dell’art. 704 c.p.c., e per le denunce di nuova opera e di danno temuto, salvo il disposto dell’art. 688 c.p.c., comma 2; 3) alle cause relative a rapporti di locazione e di comodato di immobili urbani e a quelle di affitto di azienda, in quanto non siano di competenza delle sezioni specializzate agrarie; b) negli affari penali, alle cause per i reati previsti dall’art. 550 c.p.p. (in tali termini, la lett. b, relativa agli affari penali, è stata modificata dal D.L. 7 aprile 2000, n. 82, art. 2 terdecies, convertito con modificazioni dalla L. 5 giugno 2000, n. 144).

Orbene, come è dato constatare nell’esame del testo della disposizione appena richiamata, nell’elenco delle materie per le quali il praticante avvocato è abilitato al patrocinio dinanzi al Tribunale elenco che ha carattere tassativo non sono richiamate le cause di competenza del giudice di pace ai sensi dell’art. 7 c.p.c. (cause relative alle apposizione di termini e all’osservanza delle distanze per il piantamento di alberi e siepi; relative alla misura e alle modalità d’uso dei servizi condominiali; in materia di immissioni e in quelle relative ad interessi o accessori da ritardato pagamento di prestazioni previdenziali o assistenziali); nè è comunque prevista la possibilità in generale per il praticante avvocato di esercitare lo ius postulandi dinanzi al Tribunale in composizione monocratica quando tale organo eserciti ai sensi del combinato disposto degli artt. 341 e 350 cod. proc. civ. le funzioni di giudice di appello avverso le sentenze del giudice di pace.

Poichè la disposizione di cui alla L. 16 dicembre 1999, n. 479, art. 7 introduce una eccezione alla regola generale per cui il patrocinio legale è subordinato al superamento dell’esame di stato e all’iscrizione nell’albo degli avvocati, se ne impone una stretta interpretazione e ai sensi dell’art. 14 preleggi non ne è consentita l’interpretazione estensiva, non potendo quanto essa prevede essere esteso oltre i casi da essa considerati.

E’ ben vero che le cause che l’art. 7 cod. proc. civ. individua per valore come di competenza del giudice di pace (cause relative a beni mobili di valore non superiore a 5000 Euro e quelle relative a risarcimento del danno prodotto dalla circolazione di veicoli e natanti di valore non superiore a 20.000 Euro) potrebbero rientrare in astratto tra quelle per le quali la L. n. 479 del 1999, art. 7, lett. a), n. 1 (cause di valore non superiore a lire cinquanta milioni delle vecchie lire) ammette il patrocinio del praticante avvocato dinanzi al Tribunale in composizione monocratica.

Tuttavia, nel silenzio della legge, deve escludersi che il legislatore abbia inteso concepire un sistema nel quale il patrocino del praticante avvocato nel giudizio in appello dinanzi al Tribunale in composizione monocratica sia consentito per alcuni segmenti della competenza del giudice di pace (quelli individuati per valore) e non per gli altri, con conseguente incoerenza del sistema.

In definitiva, nel silenzio della legge relativamente alla possibilità del praticante avvocato di esercitare il patrocinio in grado di appello e in considerazione del fatto che le norme che riconoscono lo ius postulandi al praticante avvocato sono di stretta interpretazione, va esclusa la possibilità di riconoscere al praticante avvocato l’esercizio dello ius postulandi in grado di appello dinanzi al Tribunale in composizione monocratica.

Alla stregua di quanto sopra deve enunciarsi il seguente principio di diritto: “Il praticante avvocato non è legittimato ad esercitare il patrocinio nel giudizio di appello che si svolge dinanzi al Tribunale in composizione monocratica nelle cause civili di competenza del giudice di pace”.

2. Col secondo motivo di ricorso, proposto in subordine, si deduce la violazione e la falsa applicazione dell’art. 182 cod. proc. civ., per avere il Tribunale una volta verificato che il difensore degli appellanti era privo di ius postulandi omesso di assegnare agli stessi un termine perentorio per il rilascio della procura alle liti, secondo quanto prevede l’art. 182 cod. proc. civ..

Anche questa doglianza è infondata.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non v’è ragione di discostarsi, l’iscrizione nell’albo professionale di cui al R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578, artt. 24 e segg., ha natura costitutiva ai fini dell’esercizio della libera professione forense davanti ai Tribunali o alle Corti di appello, con la conseguenza che l’atto introduttivo del giudizio di impugnazione sottoscritto da un praticante procuratore, non ancora iscritto nell’albo professionale degli avvocati ed abilitato a svolgere soltanto l’attività indicata nell’art. 8 del R.D.L. cit., è affetto da nullità assoluta ed insanabile, rilevabile anche d’ufficio in qualsiasi stato e grado del processo, data la stretta attinenza alla costituzione del rapporto processuale (Sez. 1, Ordinanza n. 20436 del 23/09/2009, Rv. 610035; Sez. 1, Sentenza n. 2538 del 23/03/1988, Rv. 458282; Sez. 3, Sentenza n. 26898 del 19/12/2014, Rv. 633782).

Poichè il difetto di ius postulandi dà luogo ad una nullità assoluta e insanabile, è escluso che il giudice possa concedere, ai sensi dell’art. 182 c.p.c., comma 2, un termine perentorio per la sanatoria di un vizio insuscettibile di essere sanato.

3. Col terzo motivo di ricorso, proposto in estremo subordine, si eccepisce infine l’illegittimità costituzionale degli artt. 82 e 182 cod. proc. civ., come interpretati dal giudice di appello, per violazione degli artt. 2, 3 e 24 Cost..

La questione di legittimità costituzionale, come prospettata dal ricorrente, è manifestamente infondata.

Questa Corte ha già affermato, e non può che ribadire, che la questione di legittimità costituzionale della disposizione dell’art. 182 c.p.c., comma 2, denunciata, in relazione all’art. 24 Cost., in quanto affida alla discrezionalità del giudice istruttore l’assegnazione di un termine per la regolarizzazione del difetto di assistenza, rappresentanza o autorizzazione, è priva di rilevanza allorchè non si tratti di difetti attinenti alla capacità processuale, quali sono quelli cui si riferisce la disposizione denunciata, ma di nullità assoluta e quindi insuscettibile di produrre qualsiasi effetto o di essere sanata dell’atto di citazione, ai sensi del terzo comma, dell’art. 82 cod. proc. civ., per mancanza dello ius postulandi (Sez. 2, Sentenza n. 4357 del 26/07/1985, Rv. 441821).

Quanto agli altri profili della dedotta questione di legittimità costituzionale, essi non superano la soglia dell’assoluta genericità e, comunque, risultano manifestamente infondati, risultando gli artt. 82 e 182 cod. proc. civ., nella interpretazione datane da questa Corte, perfettamente compatibili con le norme costituzionali richiamate.

4. Il ricorso deve pertanto essere rigettato. In considerazione della questione giuridica sottoposta e dell’assenza di precedenti specifici nella giurisprudenza di questa Corte, le spese del presente giudizio di legittimità vanno compensate tra le parti.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso e compensa tra le parti le spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Seconda Sezione Civile, il 20 Gennaio 2016.

Depositato in Cancelleria il 29 Febbraio 2016

Un caso d’I.V.A. non dovuta

L’articolo 91 del Codice di Procedura Civile stabilisce che la parte soccombente sia condannata dal giudice al pagamento delle spese processuali a favore di controparte. Nel liquidarle in sentenza, il giudice utilizza una formula generale nella quale include sempre l’I.V.A. ed ogni onere accessorio. Questo, però, non significa che l’I.V.A. sia sempre dovuta nella concretezza d’ogni caso. L’I.V.A. è dovuta solo quando non è (… per la parte a favore della quale è stata liquidata…) un costo deducibile. Negli altri casi non è dovuta, costituendo un indebito arricchimento. Infatti, qualora richiesta dalla controparte, questa la incasserebbe due volte (una volta dallo Stato; una volta dalla parte soccombente). Ricordo come il quantum non sia “roba da poco”. Sebbene vari in base all’effettivo ammontare della parcella liquidata, spesso e volentieri supera i 1.000,00 euro.

Contrariamente da quanto sostenuto da molti avvocati (!), il fatto che l’I.V.A. sia liquidata in sentenza non significa che il giudice abbia riconosciuto la sua doverosità nello specifico caso. La Cassazione ha affermato che tale liquidazione include sempre la condizione: solo “se dovuta”.

In questo modo, per economia processuale, la sentenza (nella parte in cui liquida l’I.V.A.) non diventa: né oggetto di giudicato; né autonomo vizio d’impugnazione. Semplicemente, qualora il pagamento dell’I.V.A. sia richiesto, la parte soccombente ha il diritto d’eccepirlo in fase esecutiva, contestando il titolo esecutivo attraverso un’opposizione al precetto e/o all’esecuzione.

Questa interpretazione è, inoltre, l’unica conforme allo Spirito della Legge. La condanna alle spese legali, infatti, è una forma di risarcimento extra-contrattuale che consegue al principio generale del neminem laedere (Corpus Juris Civilis). Ha lo scopo di “risarcire” un soggetto, chiamato “ingiustamente” in giudizio, dei costi effettivamente sostenuti per potersi difendere. Ciò ribadisce a fortiori come l’I.V.A. sia dovuta solo, e solo se, è stata un costo per quel soggetto. Non ha rilevanza, di contro, la questione se il giudice abbia liquidato come spese legali un quantum minore rispetto alla parcella effettivamente pagata da controparte. Questo poichè il giudice, nel liquidare le spese, decide un quantum “equo” rispetto alle tabelle di riferimento ed all’attività svolta. Gli onorari dei vari professionisti, infatti, sono fortemente eterogenei. Sarebbe ingiusto condannare una parte, a risarcire una controparte che, per sua scelta, abbia optato per un professionista particolarmente costoso.

Con questo post si è tentato d’informare chiunque sul thema in modo che, nell’eventualità, sappia: cosa fare; e come valutare i pareri degli avvocati. Un post scritto dopo aver verificato per anni che nella pratica l’I.V.A. era solitamente fatta pagare quando non dovuta.