La Capacita’ Umana di Riconoscere le Menzogne. I Lie-detectors et Similia. L’Ordinamento Giuridico Italiano.

And after all, what is a lie? Tis but

The truth in masquerade; and I defy

Historians, heroes, lawyers, priests to put

A fact without some leaven of a lie.

The very shadow of true truth would shut

Up annals, revelations, poesy,

And prophecy …

Praised be all liars and all lies!

Lord Byron, Don Juan

L’articolo in PDF può essere ottenuto a questo link: La Capacita’ Umana di Riconoscere le Menzogne – Articolo

Introduzione: la capacità umana di saper riconoscere le menzogne

Nonostante molti ritengano che l’Homo Sapiens Sapiens abbia sviluppato la capacità di riconoscere le menzogne, come parte del suo adattamento filogenetico[1] (Swanson C. R., Chamelin N. C. et Territo L., 1996); di contro, prove empiriche e sperimentali (research findings) suggeriscono altro. La “specie umana” non è stata in grado di sviluppare questa abilità come adattamento filogenetico[2], neppure come apprendimento attraverso l’esperienza. Alcuni studi indicano che non c’è differenza statisticamente significativa fra “il tirare a caso” ed il provare a riconoscere le menzogne (Ekman et O’Sullivan, 1991). Altre ricerche riportano “come” la capacità di riconoscere le menzogne sia inferiore al caso (Porter S., Woodworth M. et Birt A. R., 2000).

Sebbene molte persone si credano capaci di riconoscere le menzogne, pochissime[3] sono capaci di ottenere risultati migliori del “tirare a caso” (Bartol C. R. et Bartol A. M., 2004; De Paulo et Pfeifer, 1986; Kraut et Poe, 1980). Soltanto gli Agenti della CIA (Central Intelligence Agency) sono riusciti a riportare risultati migliori. Alcuni studi riportato performance del 64% (Ekman et O’Sullivan, 1991). Il che, sigifica fallire 1/3 delle volte.

La metodologia usata è l'”analisi” della comunicazione verbale e non verbale. E’ creduto che, chi mente, sia nervoso per un “innato” senso di colpa. La tensione, il disagio emotivo conseguente, si riflette sui comportamenti osservabili.  Exempli gratia: guardare in basso; evitare di guardare l’interlocutore negli occhi; muovere il pollice in “circolo”; sperimentare secchezza in bocca (Swanson C. R.; Chamelin N. C. et Territo L., 1996; Segrave K., 2004). Gli antichi cinesi, su tali premesse, inventarono il primo lie-detector: masticare un “pugno di riso”. Sputato si inferiva se la persona aveva mentito dal grado di secchezza e/o di umidità che aveva.

Conformemente a Segrave K. (2004), alcune di queste metodologie sono riportate anche negli antichi Veda: i testi sacri della religione Induista (e delle sue precedenti forme: Vedismo e Bramanesimo).

La ricerca psicologica, fisiologica ed etologica, ha suggerito che l’essere umano “tende” a modificare la comunicazione verbale e non verbale quando mente. Secondo Ekman, O’ Sullivan, Friesen et Scherer (1991), la combinazione delle clues verbali e non verbali porta a risultati del 86%. Il loro studio, però, non è stato confermato da altra letteratura.

Secondo Vrij A. (2000), le persone non sono in grado d’usare le “clues” verbali e non verbale per riconoscere le menzogne poiché: “observers do not want to detect a lie“.

Di contro, è opinione di chi scrive che l’incapacità sia una impossibilità. Essa è immanente all’ambivalenza del comportamento umano. Ogni manifestazione comportamentale, fisiologica e/o neuronale, può conseguire ad una pluralità di fattori.

Da ciò deriva l’impossibilità della Scientia a porre legami bicondizionali fra i data comportamentali, fisiologici e/o neurologici, e l’intenzione e/o l’attività del mentire. Nella migliore delle ipotesi, esiste solo un condizionale materiale del tipo: (1) per ogni x; (2) se p (x) allora q (x). Tradotto: (1) valido per tutti gli esseri umani; (2) se un essere umano mente, allora mostra una reazione fisiologica. Di contro, altre volte abbiamo teorie che poggiano solo su un condizionale materiale del tipo: (1) per alcuni x; (2) se p (x), allora q (x). Non mancano quelle semplicemente sbagliate.

Come spiegherò infra, nessuna teoria basata su un condizionale materiale permette d’inferire “qualcosa” partendo dal conseguente q (le clues comportamentali e/o fisiologiche e/o neurologiche). Ciò è provato dal fatto che: non esiste un relazione reciproca (che lega bi-univocamente ed esclusivamente) le due variabili considerate p e q. Non c’è neppure una relazione diretta fra p e q[4].

Di contro, la relazione è:

(1) indiretta. Il conseguente q non è causato da p (il mentire) ma da una terza variabile (mediatore) che funge da ponte: l’arousal. Questa variabile viene attivata da una pluralità indefinita ed indefinibile d’altri fattori n.  Pertanto i data osservati indicano solo presenza di arousal;

(2) duplicemente condizionata. E’ condizionato sia il nesso causativo fra il “mentire” e l’arousal, sia il nesso causativo fra l’arousal ed i “cambiamenti fisiologici”. Esistono quindi altre variabili chiamate moderatori che influiscono sulla “forza della relazione”. Esse possono modulare e/o eliminare l’influenza che la variabile indipendente ha sulla variabile dipendente.

Exempli gratia, tutte le verbal and not verbal clues citate dalla letteratura (variabili dipendenti) sono “indicatori” d’uno stato di arousal (mediatore) che può essere cagionato da qualunque emozione (variabili indipendenti). Il conseguente q, pertanto può avere come antecedente sia p (il mentire) e/o sia non-p (non mentire).

L’arousal, infatti, consegue all’attivazione del sistema autonomo simpatico ed all’asse ipotalamo-ipofisi-surrenali. Pertanto, oltre a conseguire a “qualsiasi” altra emozione, consegue anche a cause fisiologiche.

Alcuni esempi.

L’eye blinkings è considerato come un indicatore comportamentale di menzogna (Karpardis, 2005; Bartol C. R. et Bartol A. M. 2004). Di contro, molte ricerche non confermano tale relazione (Mehrabin, 1971).

L’ampliamento dell’apertura degli occhi (open wider the eyes) che è considerato come un indicatore di menzogna da Swanson C. R., Chamelin N. C. et Territo L. (1996), di contro significa solo sorpresa e/o il desiderio di “vedere meglio” (Eibel-Eibelfeldt, 1993).

Un più alto “pitch of voice” considerato da Kapardis (2005) come indicatore di menzogna presenta forte correlazione con la comunicazione intima (Eibel-Eibelfeldt, 1993).

Etc … etc … .

Tutte le clues possono far inferire solo uno stato di arousal. Qualunque altra deduzione (verità; menzogna; … n) è pura interpretazione retrospettiva a là Weick (1995). Significati verosimili non legati alla Veritas, ma ad obiettivi e/o fini ricercati dal sencemaker. Anche qualora vi fosse un sencemaker “neutrale” (privo d’un particolare obiettivo), essi sarebbero sempre espressione d’una “prospettiva situataa là Marcus et Clifford (1986) e /o d’un frame.

Solo il soggetto interessato, mutatis mutandi, può conosce: se mente, oppure no; se mente sul mentire, oppure no. Tutto il resto è “gioco di prestigio”. Mercanzia venduta dagli scienziati alle fiere che, come osti col vino, dicono essere la migliore!

Dal “per tutti gli x” al “per alcuni x”.

Ogni persona reagisce in maniera differente da ogni altra. Questo risulta in un condizionale materiale valido solo per alcuni x.

Tutti i giocatori di Poker lo conoscono.

Non esistono behavioural patterns universali applicabili in modo standardizzato a tutti i soggetti (per ogni x).

La letteratura lo conferma. Akehurst et al. (1996) e Kapardis (2005) affermano che le persone riconoscono meglio le proprie patterns comportamentali piuttosto che quelle degli altri. In altre parole, affermano l’esistenza di patterns comportamentali differenti da persona a persona.

L’effetto “guardia e ladro” fa’ il resto. Pensate alla dialettica esistente nell’informatica fra gli hakers e gli esperti di cyber-security. I secondi cercano tecnologie sempre più complesse per impedire ai primi d’accedere da un sistema informatico; gli altri fanno l’opposto, in un “gioco infinito”. Il limite della nuova tecnologia è valido solo: per alcuni x.

Coi lie-detectors et similia è lo stesso. Alcuni sviluppano sistemi sempre più sofisticati per scoprire la menzogna. Altri imparano a mentire sempre in modo più sofisticato. Quest’ultimi riducono i lie-detectors a proprio favore. Dal judicium Dei al judicium Scientiae, è sempre l’innocente a perde.

Nessuno può vincere all’interno di questa relazione dialogico ricorsiva che alimenta se stessa.  Per vince, bisogna uscire da essa e tornare a guardare i fatti!

Chi si ricorda di Luca?

“… ogni albero si riconosce dai suoi frutti …” (6, 43-45)[5].

E’ inutile usare radars con “aerei invisibili”. Di contro, una “vedetta” li vede!

Gli esperti di lie-detectors non pensano così. Come affetti da un disturbo cronico recidivante, ritengono i limiti essere “propri” di quella tecnologia. Così chiedono altri fondi per sviluppare nuove tecnologie in un infinito ciclo vizioso. Ma il limite è ontologico e resta immanente ad ogni tecnologia. Semplicemente, assume, di volta in volta, forme diverse e/o finisce per ricadere su piani differenti.

Gli scienziati non l’anno capito; i teologi morali e gli escatologi: sì. L’idea d’un Giudizio Divino (nel quale un Giudice onnisciente è capace di riconoscere il vero dal falso) è stata abbandonata. Si è passati all’“auto-giudizio”. E’ la stessa anima a giudicare se stessa in virtù della sua Coscienza. In altre parole, si riconosce l’ovvio. Solo il soggetto può sapere cosa sia vero o falso nella Sua Vita.

Pertanto, per quanto “some behaviours are more likely to occur when people are lying” (Vrij, 2000) non è possibile uscire dal condizionale materiale. Il conseguente q può derivare (e.g.): sia, da un arousal causato da un “senso di colpa” per aver mentito; sia, da una arousal causato dalla situazione spiacevole in cui l’innocente si trova (Swanson C. R., Chamelin N. C. et Territo L., 1996).

L’errore logico sottostante ad ogni lie detectors et similia.

Esiste un comun minimo denominatore alla base d’ogni bias ed errore dei lie-detectors.

Le teorie scientifiche, fondate sull‘induzione e sulla probabilità statistica, legano phenomena solo con condizionali materiali.

Nel nostro caso, fra il conseguente (elemento oggettivo: cambiamenti comportamentali, fisiologici e neuronali) e l’antecedente (elemento soggettivo: l’intenzione di mentire) c’è un condizionale materiale non un bicondizionale. Di contro, le persone (giudici; scienziati; criminologi; periti; comuni cittadini) lo dimenticano. Esse sostituiscono al condizionale materiale il bicondizionale nel fare le inferenze sui casi singoli!?!?

I lie-detectors rilevano la presenza e/o l’assenza del conseguente (variazione fisiologica). Il conseguente è posto come premessa minore d’un sillogismo condizionale del tipo modus tollens.

Come dimostrato dalla psicologia cognitiva, la stragrande maggioranza delle persone cade in fallacia se poste dinanzi ad un sillogismo condizionale. Nel modus tollens, affermato il conseguente, affermano erroneamente l‘antecedente. Nel modus ponens, negato l’antecedente, negano erroneamente il conseguente. Di contro, in entrambi i casi nulla può essere inferito.

Esplicitiamo il sillogismo condizionale - modus tollens:

  • la premessa maggiore è l’ipotesi scientifica che lega una variabile ad un’altra (la menzogna ad un cambiamento fisiologico): Se p allora q.
  • la premessa minore è data dai data rilevati dai lie-detectors (la presenza dei cambiamenti fisiologici): allora q;
  • la conclusione erronea sta’ nell’affermare l’antecedente p. Dato che c’è variazione fisiologica, Tizio mente.

La struttura logica è:

(1) se p allora q;

(2) affermo q;

(3) concludo p !?!?.

Perché avviene? Le persone (inclusi gli esperti) sostituiscono al condizionale materiale un bicondizionale (se, e solo se, p allora q[6]. Le inferenze erronee commesse, infatti, sarebbero corrette in quest’ultimo caso.

Come si arriva a sostituire il condizionale materiale con un bicondizionale? Faigman D. (2010) ci ha dato un indizio. Scienziati e Giuristi non riflettono sul rapporto intercorrente fra: Scienza e Diritto. Esse sono discipline ontologicamente diverse: ragionano in modo diverso; usano logiche diverse; si occupano di questioni diametralmente opposte.

La Scienza usa il metodo induttivo. Osservando una pluralità di casi (samples), inferisce un legame statistico e probabilistico fra due phenomena alias: un antecedente p; e, un conseguente q. Le leggi scientifiche sono leggi probabilistiche. Alla scienza non interessa sapere se Tizio ricade nell’occorrenza O (oppure no). Alla Scienza intessa sapere la frequenza che hanno i membri x d’una popolazione infinita M a ricadere nell’occorrenza O. Le sue leggi sono basate sul condizionale materiale.

La molteplicità delle teorie atte a spiegare gli stessi phenomena sono conseguenza di ciò. Ognuna d’esse lega uno stesso conseguente q ad n antecedenti p diversi.

La Scienza e lo scienziato nulla può dire sul caso singolo, salvo che l’osservi direttamente. Ma, in tale evenienza, però, non serve né la Scienza, né lo scienziato, ma il testimone!

Di contro, il Diritto usa la deduzione. Partendo da “fatti certi” (assunti attraverso l’istruttoria nel contradittorio delle parti e posti come assiomi e/o premesse del suo ragionamento), ha l’obiettivo d’affermare se un caso singolo e specifico cade (oppure no) nell’occorrenza O. Al diritto non interessa sapere la frequenza che i membri x d’una popolazione infinita M hanno di ricadere nell’occorrenza O. Al Diritto interessa stabilire ed accertare solo se Tizio (alias: quell’unico soggetto fra tutti quelli possibili) sia uno dei casi che ri-entrano (oppure no) nell’occorrenza O.

Il ragionamento giuridico non è un ragionamento probabilistico, ma deduttivo governato dal principio di determinatezza e bivalenza. Nel giudizio c’è un solo stato di verità che può assumere solo due valori: vero e/o valido; falso e/o invalido[7]. Il principio del terzo escluso non ammette altre vie. Il giudice, quindi, ha un compito ben diverso rispetto a quello dello scienziato. Questo si riflette nell’uso di logiche e ragionamenti diametralmente opposti.

Non ha senso per il diritto dire che Tizio potrebbe rientrare all’80% in O. Se si condanna su tale base, tanto vale condannare “a caso” l’80% d’una intera popolazione M perché lo dice una teoria! Questo è scientismo; nulla di diverso dal fideismo. Pertanto su tale sola base: o, si assolve sempre (poiché mai c’è la certezza); o, si condanna sempre (poiché c’è per tutti una maggior probabilità). Di contro, la decisione deve essere basata su altri fattori.

Pertanto, le teorie scientifiche non trovano alcuna applicabilità nel Diritto (alias: in un ragionamento sul caso singolo nel quale è da inferire l’antecedente p, provato ed affermato il conseguente q). Per inferire qualcosa occorre un bicondizionale. Così, l’Homo Sapiens Sapiens risolve il problema: ragiona come se ci fosse il bicondizionale!

E’ pertanto evidente che la conoscenza probabilistica della scienza (col suo condizionale materiale) non ha alcuna utilità nel giudizio in quanto, anche se è capace di provare il conseguente q, non permette d’inferire alcun “ignoto” antecedente p. Quest’ultimo potrebbe essere dedotto solo da altri fattori. Quest’ultimi: (1) se esistenti, rendono inutile il ricorso al condizionale materiale della Scienza; (2) se assenti, non rendono possibile inferire nulla dal condizionale materiale della Scienza (usato come illustrato ut supra). Diversamente si ricade in nuove superstizioni, nuovi fideismi, nuovi feticismi, … mascherati da scientismo. Tutti frutti d’ideologie pericolose conseguenti al mito del progresso a là Hatch (2006).

Passare dalla prova sul conseguente all’affermazione dell’antecedente nel condizionale materiale è nulla di più d’un inganno sofista.

Quanto detto supra vale per un condizionale materiale del tipo: (1) per tutti gli x; (2) Se p (x), allora q (x). Esso ci permette almeno d’affermare il conseguente q, accertato l‘antecedente p.

Di contro, la Scienza fornisce alcune leggi basate su un condizionale materiale diverso: (1) per alcuni x; (2) se p (x) allora q (x).  In questo caso, assolutamente nulla può essere dedotto! Non solo non è possibile inferire l’antecedente (una volta affermato il conseguente), ma neppure inferire il conseguente (una volta affermato l’antecedente). La regola vale solo per alcuni x, noi non sappiamo se il nostro x è fra questi oppure no.

Questo ci porta ad affermare che la Scienza si presta a moderni sofismi atta a “prostituirla” al servizio degli interessi economici e/o fini d’una parte.  Sofismi capaci di gabellare anche gli esperti privi d’una adeguata capacità critica logico-epistemologica.

Nonostante l’evidenza dell’errore denunciato, esso avviene quotidianamente a tutti i livelli.

Nelle Scienze Criminologiche, Psicologiche e Sociali domina incontrastato.

E’ necessario ai Giudici acquisire competenze interdisciplinari ed una capacità critica logico-epistemologica[8] al fine d’assolvere pienamente al proprio compito. Una capacità necessaria anche per essere in modo efficace un reale peritus peritorum competente a declinare la Scienza all’interno del processo attribuendole il giusto “peso” e “significato”.

Oggigiorno, l’essere peritus peritorum non è più limitato a decidere fra opposte consulenze, ma richiede la capacità di valutare ed attribuire il “giusto valore e significato” al dato scientifico senza cadere nello scientismo e/o nel feticismo tecnologico.

Questo non si realizza con Collegi Misti (composti da Giudici Togati ed Esperti non laureati in Diritto). L’Esperto (Giudice Onorario) deve sempre essere, prima di tutto, un laureato in Diritto con forma mentis giuridica. La conoscenza d’altre discipline deve conseguire a questo, legittimando l’ingresso onorario nella magistratura in veste di Esperto. Solo un esperto, così formato grazie alla forma mentis acquisita, può garantire:

  • una reale integrazione fra Diritto e Saperi diversi;
  • una reale comprensione del caso giuridico e di “come” declinare la Scienza in esso;
  • un effettiva capacità di dialogare, comprendere e comunicare, col Collegio e tutte le Parti processuali (parlandone la stessa Lingua).

Solo i Giuristi garantiscono una corretta amministrazione della Giustizia, la salvaguardia dell’Ordinamento Giuridico e dei suoi principii. Persone non laureate in Diritto, senza una forma mentis giuridica, non possono essere la Vox Legis e/o dei Giudici. Dovrebbero limitarsi al ruolo d’ “expert witness” all’occorrenza.

Da cosa scaturisce la perseveranza della letteratura nel sostenere la validità di tali strumenti? Perché qualcuno ci crede e li usa?

Nuovamente è la psicologia cognitiva che ci spiega la fallacia sottostate a tale perseverazione.

Tutte le teorie, ipotesi e/o informazioni, dovrebbero essere falsificate al fine di ritenerle valide od invalide. Di contro, le persone hanno la tendenza a verificare. Verificare “qualcosa” non è falsificare. Il verificare, infatti, il più delle volte porta a confermare teorie e/o informazioni false. Ciò è frequente nelle scienze sociali ed in psicologia. Si cercano ed “ingigantiscono” gli elementi corroboranti; si trascurano e “minimizzano” quelli confutanti. Non solo, si arriva pure a creare eventi, comportamenti e situazioni, che non sarebbero mai esistiti se non ci fossero state quelle credenze (che per quanto false), condizionando gli atteggiamenti ed i comportamenti delle persone e degli Agenti Sociali, creano ex post confermation bias. Creato quest’ultimo, poi si passa a convalidare la falsa credenza iniziale: post hoc, ergo propter hoc (Epis, 2012-2015)[9]!

Questo tipo d’errore prospera in psicologia. La prova è studio di Rosenhan (1973).

Nell’esperimento fu data una informazione errata a psichiatri, psicologi ed infermieri. Essa fu che alcune persone erano “malate di mente”, quando ciò era falso. Tutti gli psichiatri, psicologi ed infermieri, della Struttura furono incapaci a riconoscere l’errore. Questo avvenne poiché nessuno cercò di falsificare l’informazione data. Di contro, tutti la posero a verificazione. La verifica fu data re-interpretando tutto il comportamento normale come sintomo della “inesistente malattia mentale”!

Questo è un esempio di come funziona la verificazione. Questo è un esempio del perché è necessaria la falsificazione che, in pratica, mai avviene in Psicologia!

Wason (1966) ha dimostrato la tendenza a verificare le ipotesi (non a falsificarle) con l’esperimento delle 4 carte.

Abbiamo su un tavolo 4 carte. Esse hanno dei numeri da un lato e delle lettere dall’altro. Le carte sono le seguenti:

  • la prima ha una “A”;
  • la seconda ha una “C”;
  • la terza un “2”;
  • la quarta un “3”.

La regola da “accertare” è: se le carte hanno una vocale su un lato allora esse hanno un numero dispari sull’altro. La forma logica è: (1) per tutti gli x; (2) se p (x) allora q (x).

La maggioranza delle persone, ovvero il 90%, sceglie di girare la carta con la vocale “C” e quella col numero pari “3”. Questi due “valori” corrispondono alle variabili logiche: “non-p“; e, “q“. Questi due valori sono irrilevanti al fine di valutare la correttezza della regola di questo condizionale materiale. Infatti, conformemente alla tavola di validità del condizionale materiale:

  • all’accadimento dell’antecedete non-p, può conseguire sia q e sia non-q;
  • all’accadimento al conseguente q, può antecedere sia p che non-p.

Il condizionale materiale, infatti, resta valido in entrambi i casi detti supra. In questo modo, ponendo a verifica la regola posiamo ritenerla vera anche se falsa. Solo falsificandola, possiamo accertare se la regola è vera. Per farlo dobbiamo girare “A” e “2”. “A” equivale a p; “3” a non q. Il condizionale materiale richiede che: (1) affermando p “A” debba conseguire q (un numero dispari sul retro) per essere valido; (2) affermando il conseguente non q “2”, l’antecedente non può essere p (una vocale).

Pertanto:

(1) la tendenza a verificare (non a falsificare);

(2) l’esistenza del crud factor[10];

(3) l’esistenza della profezia che si auto-avvera (Merton, 1967)[11];

(4) l’esistenza del meccanismo del post hoc, ergo propter hoc[12];

(5) n

… giocheranno sempre a favore del convalidare “qualcosa” anche se errato.

Anche nella Scienza, infatti, salvo rari casi dove tutto è chiaramente bianco o nero, il resto è grigio. Nel grigio, si può corroborare “tutto quello che si vuole” per i motivi indicati supra. Cosa corroborare è solo una scelta politica e/o d’interesse. Tale corroborazione non prova che il fatto sia vero.

Dalla Logica alla Retorica

Mentre la struttura formale della sentenza assume la forma logica del sillogismo (dando l’illusione della correttezza di quanto affermato da essa), le premesse assunte come argomenti ricadono nel libero arbitro. Tutto quanto attiene all’interpretazione della fattispecie giuridica e fattuale spesso presenta doppie valenze e/o si presta a n letture diverse. Exempli gratia, ciò è possibile agendo sul contesto e/o sulle prospettive situate.

Pertanto la logica formale non è applicabile a ciò che diventa premessa del sillogismo. A questo livello agisce solo la logica dei valori a là Perelman. Quest’ultima serve solo a rendere razionale (e promuovere consenso su) una scelta presa e fatta a priori rispetto all’argomentazione adottata.

La scelta consegue ad un interesse; l’argomentazione alla scelta. Quest’ultima ha l’obiettivo di rendere razionale e condivisibile la scelta, nascondendo l’interesse per il quale è stata fatta!

L’argomentazione non è il motivo della scelta, ma la conseguenza di essa.

Non solo. Le premesse possono conseguire a fallacia logiche quali quelle esaminate supra nel caso del sillogismo condizionale.

Altre derivano da costrutti contradittori dai quali è possibile affermare tutto e l’opposto di tutto: ex falso quodlibet. Questo accade spesso nelle Scienze Psicologiche e Sociali. Epis (2006; 2015) dà un esempio di ciò applicato al costrutto della personalità antisociale.

Gli strumenti tecnologici per il riconoscimenti delle menzogne: i lie-detectors

Voice lair detectors e/o Psychological Stress Evaluetor PSE

Conformemente a Kapardis (2005) e Bartol C. R. e Bartol A. M. (2004), il PSE si basa sui seguenti assunti: 1) quando una persona mente avvengono dei cambiamenti nella sua voce; 2) questi cambiamenti sono causati da una serie di mutamenti fisiologici nel soggetto; 3) questi mutamenti fisiologici sono determinati dalla condizione di stress (arousal) prodotta dal mentire.

Pertanto il PSE cerca di identificare nella voce tutti quei “low frequency changes” (difficili da rilevare attraverso l’orecchio umano) al fine di poter riconoscere un incremento di arousal. Quest’ultimo produrrebbe dei micro-tremori nelle corde vocali e nella muscolatura coinvolta. Nonostante l’entusiasmo iniziale e la sua ampia utilizzabilità (Karpadis, 2005; Segrave K., 2004), diversi studi hanno riportato come il PSE non riporti performance migliori rispetto al “tirare a caso” (Karpadis, 2005; Bartol C. R. e Bartol A. M., 2004).

L’errore, come detto supra, è nei presupposti. Lo strumento rileva mutamenti fisiologici legati all’arousal non alla menzogna.

Che il legame fra i mutamenti fisiologici in questione e la menzogna sia un condizionale materiale è dimostrato da Lykken D. T. (1988) e Eibl-Eibelsfeldt (1993). Micro variazioni nella voce possono conseguire anche quando il soggetto dice il vero. Exempli gratia, qualora si senta a disagio (si pensi al contesto dell’interrogatorio) e/o qualsiasi altro fattore che attiene alla dimensione affettivo-emotiva che si è generata con l’interlocutore.

Poligraph (Rilevant-Irrilevant technique R-I; Control Question Test CQT; Guilty Knowledge Test of information test GKT)

I poligragh sono strumenti tecnologici che, rispetto al PSE, hanno una maggiore “sensibilità” nel rilevare stati di arousal. Questo “vantaggio”, però, è controbilanciato dall’avere una minore versatibilità. Lo strumento misura una pluralità di cambiamenti fisiologici. Da questo deriva il nome: poly (molte); graph (misure). L’assunto alla base del suo funzionamento è il seguente: i cambiamenti fisiologici sono legati alla comparsa d’uno stato di arousal. Esso sarebbe causato dalla “paura” d’essere identificato come mentitore (Howitt D., 2002).

Pertanto, in via preliminare, possiamo notare lo stesso errore logico descritto supra. Non è possibile porre il connettivo logico, bicondizionale, fra il conseguente “mutamenti fisiologici” (arousal) e l’antecedente “paura d’essere scoperti come mentitori”.

Conformemente a Bartol C.R. e Bartol A. M. (2004), Kapardis (2005), Raskin D. C. (1989) e Vrij A. (2000), esistono diverse tecniche utilizzabili per rilevare le risposte fisiologiche attraverso il poligraph. Queste sono: R-I (relevant – irrelevant technique); CQT (control question technique); GKT (guilty knowledge test or Information test). Queste sono le tre metodologie maggiormente utilizzate.

Oltre ad esse, esistono altre tecniche meno usate quali: relevant – relevant procedure (Bartol C. R. e Bartol A. M., 2004); direct lie control test (Raskin D. C., 1989). La prima è stata una tecnica sviluppata per risolvere alcune debolezze metodologiche del R-I method. La seconda, di contro, è stata un tentativo di risolvere alcune criticità emerse col CQT.

Rilevant-Irrilevant technique R-I

La tecnica R-I si basa sull’assunto che: la paura di essere identificati come bugiardi produce differenti risposte fisiologiche nel soggetto “to rilevant question over the irrilevant ones” (Bartol C. R. e Bartol A. M., 2004). Questo assunto, per le ragioni viste supra, non è sempre vero. L’arousal misurata è legata solo ad uno stato di attivazione emotivo. Pertanto, l’attività fisiologica può accadere anche quando uno dice il vero (Bartol C. R. e Bartol A. M., 2004; Gale A., 1988). L’ansia sperimentata da un innocente è sufficente a causare risposte positive alle rilevat question (Kapardis, 2000). Questa metodologia non ha raggiunto neppure accettabili livelli di validità interna ed esterna (Raskin D. C., 1989).

Control Question Test CQT

Il metodo CQT si avvale di tre tipi di domande: le domande neutrali; le domande rilevanti; le domane di controllo (Bartol C. R. e Bartol A. M., 2004; Vrij A., 2000; Raskin D. C., 1989). La sua peculiarità è nelle domande di controllo. Attraverso le domande di controllo si cerca di rilevare il tipo di risposta fisiologica data dall’organismo quando cerca di negare un comportamento supposto comune a tutti. La reattività fisiologica emersa viene poi confrontata con la reattività fisiologica mostrata nelle relevant questions (Vrij A., 2000; Raskin D. C., 1989). C’è solo una pecca. Negare un comportamento fatto da tutti, indica imbarazzo nell’affermarlo. Quindi l’arousal misurata è quella dell’imbarazzo. Non è quella del “senso di colpa per aver mentito” e/o per la “paura d’essere scoperti mentitori”!

Altri problemi di questa metodologia rilevati dalla letteratura sono: (1) la difficoltà intrinseca nel costruzione le domande di controllo “that will elicit stronger physiological responses in innocent than relevant question about crime” (Bartol C. R. e Bartol A. M., 2004; Vrij A., 2000; Raskin D. C., 1989); (2) la rilevazione di arousal emotivo in soggetti innocenti causato da ragioni che nulla hanno a che vedere col senso di colpa per l’aver mentito (Vrij, 2000); (3) la debolezza dei fondamenti teorici su cui è basato (Ben-Shakher G., 2002); (4) una inadeguata standardizzazione (Ben-Shakher G., 2002); “lack of objective quantification of the physiological responces” (Ben-Shakher G., 2002); (5) il problema della “contaminazione” dalle risposte non-fisiologiche (Ben-Shakher G., 2002); (6) la credenza che i soggetti esaminati hanno sull’infallibilità del test (Vrij, 2000). Exempli gratia, qualora i soggetti esaminati non credono all’infallibilità del test, essi non emetteranno risposte fisiologiche utili ai fini della validità del test.

Guilty knowledge test o information test GKT

Il GKT è considerata la metodologia migliore per rilevare le menzogne (Bartol C. R. e Bartol A. M., 2004; Ben-Shakher G. e Elaad E., 2002). Nonostante ciò, poco lavoro è stato fatto per la sua implementazione (Ben-Shakher G. e Elaad E., 2002).  Conformemente a Raskin D. C. (1989), Vrij A. (2000), Kapardis A. (2005), questo metodo utilizza domande costruite con “materiale non conosciuto” della scena del crimine. Le informazioni utilizzate possono essere conosciute solo dalle persone che sono intervenute sulla scena del crimine (operatori) e dal reo (che lo ha commesso).

Il test assume la forma di domande a scelta multipla. Il suo scopo non è quello di rilevare la menzogna, ma la presenza di “guilty knowledge“. Quest’ultima è rilevata osservando l’eventuale presenza d’una forte risposta fisiologica in correlazione con le alternative che sono legate alla scena del crimine. Il miglior discriminatore fisiologico, per valutare la presenza o l’assenza di guilty knowledge, è dato dalle electro-dermal responces (Kapardis A., 2000; Raskin D. C.,1989).

Secondo Ben-Shakher G. e Elaad E. (2002), il CQT può risolvere molti problemi legati alle precedenti metodologie. Esso usa una procedura standard. Questo fa sì che tutti i soggetti sottoposti al test sono esposti alla stessa esperienza. Esso risulta capace di diminuire il rischio di bias indotto dalle risposte non-fisiologiche. Esso presenta un grado di accuratezza che può essere stimato da studi di laboratorio. E’ ipotizzata una riduzione dei falsi positivi.

Di contro, la validità interna (misurata in laboratorio) poco ci dice sulla validità ecologica. Questo metodo, ancora, dipende interamente sulla quantità di elementi non conosciuti al pubblico utili per creare un numero sufficiente di domande (Bartol C. R. e Bartol A. M., 2004).

Altri limiti sono dati dalla percezione ed attenzione del reo stesso. Il reo, infatti, potrebbe non aver percepito alcuni aspetti della scena del crimine notati da chi costruisce le domande (Vrij A., 2000). Ancora più banalmente, il reo potrebbe aver scordato molti elementi della scena del crimine (Vrij A., 2000).

Altri limiti sono dati da alcuni aspetti pratici: il numero esiguo di operatori capaci ad utilizzare questa metodologia (Bartol C. R. e Bartol A. M., 2004) in quanto non inclusa in molti programmi di formazione; il numero esiguo di casi criminali reali nei quali può essere usata (kapèardis A., 2005; Vrij A., 2000).

E’ stato rilevato anche che la guilty knowledge può essere presente anche in soggetti diversi dal reo (Vrij A., 2000). Un semplice testimone che, per non essere coinvolto neghi il fatto, può essere erroneamente qualificato come reo.

Per tali motivi, chi scrive considera errato concludere che il GKT protegge gli innocenti dall’essere sospettati e/o accusati erroneamente per un crimine non commesso come, di contro, è affermato da alcuni (Kapardis A., 2005; Ben-Shakher G. e Elaad E., 2002).

Errori e Bias comuni nei poligraphes

Indipendentemente alla struttura logica posta a fondamento delle inferenze assunte, la letteratura presenta una pluralità di bias comuni a tutte le metodologie utilizzate nel poligraph.

L’esperienza degli operatori (Kapardis A., 2005); l’utilizzo di “contromisure” da parte degli esaminati atte a “contaminare” i data rilevati (Vrij A., 2000; Gudjonsson G. H., 1988; Ben-Shakher G. e Elaad E., 2002; Honts C. R. & Amato S. L., 2002); l’azione del confermation bias quando l’operatore ritiene l’esaminato il possibile reo (Howitt D., 2002); … ne sono un esempio.

Le contromisure non sono solo quelle apprese da soggetti con appositi training[13], ma anche tecniche comuni che chiunque può improvvisare al momento.

Nonostante alcuni autori dubitino dell’efficacia di quest’ultime (mordersi la lingua; tendere i piedi; contare le pecore; contare all’indietro; visualizzazioni; etc…), esistono una pluralità di studi che confermano come l’uso delle contromisure possa nullificare la capacità discriminativa del poligraph (Vrij A., 2005). Honts C. R. & Amato S. L. (2002) riportano diverse contromisure impiegate efficacemente con le differenti metodologie (R-I; CQT; GKT).

Le critiche più forti, in aggiunta, sono fatte contro i fondamenti teorici e metodologici sui quali i poligraph sono basati (Ney T., 1988; Lykken D. T., 1988).

Ney T. (1988) ha identificato quattro assunti posti alla base dei poligraph: (1) l’essere umano non può controllare le sue risposte fisiologiche ed i suoi comportamenti; (2) specifiche emozioni possono essere predette da specifici stimoli; (3) esistono specifiche relazioni fra alcuni parametri fisiologici ed alcuni comportamenti; (4) non esistono differenze nelle risposte fisiologiche delle persone. Lo stesso autore, dopo avere esaminato tali assiomi, conclude che sono tutti quattro errati. Le persone possono imparare a controllare le loro risposte fisiologiche; non esistono reazioni fisiologiche specifiche legate univocamente a specifiche emozioni (l’arousal è unica per tutte); le relazioni fra i diversi parametri delle emozioni sono deboli; l’attivazione fisiologica legata alle emozioni degli individui può variare.

Lykken D. T. (1988) sostiene come l’essere umano non abbia risposte fisiologiche specifiche e proprie del mentire. Sulla stessa linea è Bull R. M. (1988). In altre parole, questi autori provano empiricamente l’inesistenza d’un bicondizionale.

Un altro problema, poco considerato in letteratura, è l’incapacità dei lie-detectors di distinguere fra menzogne e false memorie. Un soggetto può risultare veritiero anche se dice il falso qualora riporti una falsa memoria e/o sia convinto di dire il vero.

Allo stesso modo, un soggetto che dice la verità può passare per mentitore se è stato portato a dubitare d’essa (e.g.: condizionamento sociale; pressione sociale; interrogatori di polizia “poco ortodossi”; etc…).

Tutte queste critiche sono fondate dall’elevata percentuale di errori commessi dai poligraphes. In particolare, per i motivi logici descritti supra, il livello dei falsi positivi è maggiore rispetto ai falsi negativi (Carroll D., 1988).

Anche la reliability emersa dagli studi di laboratorio (Ben-Shakher G. e Elaad E., 2002) è stata criticata (Howitt, 2002). Quest’ultimo autore afferma che la validità interna ottenuta negli studi di laboratorio non possa dare alcuna validità ecologica. Il contesto emotivo dei due settings è fortemente diverso. Una cosa è fallire il test in una simulazione di laboratorio; altra cosa è fallire il test durante una indagine criminale. Non a caso, persone con alibi deboli (seppur innocenti) preferiscano confessare falsi crimini per ottenere conseguenze penali assai più tenui, piuttosto che dichiararsi innocenti contro un lie-detector, rischiando sanzioni penali molto più pesanti.

Per tali motivi, non sono d’accordo con chi sostiene che: la confessione d’un falso crimine (dopo un polygraph positivo) consegue al dubbio creato da questo sulla memoria (Vrij A., 2000). Di contro, è assai più probabile che sia la scelta razionale di chi si trova d’innanzi un sistema giuridico basato sulle fallacie logiche dette supra che portano l’innocente a confessare “falsi crimini” per ottenere conseguenze giuridiche miti.

Ciò è provato in Italia nella giurisdizione tributaria. Lo spesometro e gli studi di settore possono essere visti “come” lie-detectors sulla verità o falsità della dichiarazione del contribuente. Ricevuto un accertamento basato sullo spesometro e/o sugli studi di settore, nessuno dubita sulla propria memoria e/o innocenza. Il contribuente fa solo una valutazione razionale fra i costi per resistere in giudizio (con il relativo rischio sull’esito) ed i costi conseguenti la definizione agevolata della controversia (ammettendo l’illecito non commesso). Di contro, la definizione agevolata fatta dall’innocente (come scelta razionale[14]) viene usata dall’Agenzia delle Entrate come una confessione dell’illecito “commesso” e della sua colpevolezza e, pertanto venir usto ex post per fondare la validità dello strumento stesso come mezzo idoneo per scovare i bugiardi!! Ex post, ergo propter hoc. Ciò contribuisce pure a gonfiare le statistiche sugli illeciti e sull’evasione.

Metodologie con fMRI

La risonanza funzionale elettromagnetica fMRI è stata proposta come possibile soluzione alle debolezze del PSE e del Poligraph.

Come il GKT, la fMRI cerca di rilevare guilty knowledge.

Ciò è fatto osservando le neuro-immagini delle aree dell’encefalo attivate.

Secondo Kapardis A. (2005), questa metodologia è più affidabile del GKT, poiché sarebbe in grado di escludere l’uso di contromisure. Di contro, chi scrive è meno ottimista. Gli errori logici ed i bias rilevati supra restano anche il questo caso. Essi sono trasferiti da un sistema ad un altro. Prima era errato un bicondizionale fra le risposte fisiologiche ed il mentire. Adesso è errato un bicondizionale fra l’attivazione di certe aree celebrali ed il mentire. Anche nelle neuroscienze, almeno in questo caso, abbiamo un condizionale materiale.

Le neuroscienze sono un campo periglioso. Ogni area può essere attivata da una pluralità di processi e funzioni diverse (e.g. Benso F., 2013). E’ la conoscenza a priori dei processi mentali attivati a dare significato alle neuro-immagini e non vice versa. Non esiste un modulo della menzogna incapsulato, corrispondente univocamente ad un area celebrale specifica.

Un bicondizionale, d’altronde, implicherebbe un rigoroso determinismo atto ad escludere sempre la colpevolezza e la responsabilità del soggetto. A quel punto non avrebbe più senso parlare di responsabilità penale (criminale e/o amministrativa).

Non solo. Ogni immagine è mediata da un computer e da un software. Entrambi hanno tutti i limiti: della tecnologia pro tempore; delle conoscenze del programmatore; degli errori di misurazione; etc …[15].

Ancora, l’immagine è nulla di più d’una mappa che non corrisponde al territorio.

Woodruff W. A. (2014) ha rilevato forti limiti nell’impiegare la fMRI come lie-detector. Essi sono: l’assenza di una validità esterna ed ecologica. Tutti gli studi sono stati fatti in laboratorio con soggetti pagati per mentire.

La fMRI è incapace di distinguere fra credenze soggettive (incluse false memorie) e verità oggettive.

Nonostante ciò, l’Ordinamento Italiano ha mostrato una certa apertura alle neuroscienze (Gusmai A., 2017). L’autore riporta come dal 2009 ad oggi, le neuroscienze hanno fatto ingresso in alcune vicende giudiziarie. Questo sarebbe avvenuto sulla base dell’assioma per il quale: “tutte le attività umane – non solo i muoventi corporei, ma anche quelle più complesse come la formazione di giudizi morali e la percezione di emozioni – dipendono da connessioni neurali” (Gusmai A., 2017).

La tecnica neuro-scientifica che sembra aver conquistato la “simpatia” del Tribunale di Cremona è l’a-IAT: “deve subito essere sottolineato, al fine di evitare ogni equivoco, che tali metodologie nulla hanno a che vedere con antiquati tentativi di verificare la <<sincerità>> di un soggetto tramite lie detectors o poligrafi, strumenti che pretenderebbero rifondare la valutazione su grossolani sintomi psico-fisici del periziando … … l’analisi delle risposte non si basa su interpretazioni soggettive … …, ma su analisi algoritmiche computerizzate” (Trib. Cremona, G.U.P, 19/07/2011).

Quindi, passiamo ad analizzare l’a-IAT.

Autobiographical Implicit Assocetion Test a-IAT

Il test a-IAT deriva dall’Implicit Assocetion Test (IAT). Ha la finalità di rilevare la presenza d’una traccia mnestica (di tipo autobiografica) nella memoria di lungo termine (MLT). Il metodo misura ed utilizza i tempi di latenza nel rispondere alle domande. Quest’ultime includono: domande neutre; e, domande relative alla traccia mnestica da verificare.

La presenza della traccia mnestica nella MLT è inferita da un minor tempo di latenza. Di contro, l’assenza è inferita da un maggior tempo di latenza.

Lo strumento può essere impiegato come lie-detector. In quest’ultimo caso, il mentire causerebbe un maggior tempo di latenza a causa del conflitto intrapsichico che si genererebbe nel soggetto e dello sforzo cognitivo che è necessario per superarlo (Merzagora I, Verde A., Barbieri C. e Boiardi A., 2014). Questa spiegazione, però, è influenzata dal paradigma psicodinamico. Un paradigma non scientifico, ricco di costrutti vuoti e caratterizzato da derive semiotiche (Epis, 2011/2015). Questo rende impossibile comprendere la natura dei tempi di latenza e porre a falsificazione la teoria alla base dell’a-IAT[16].

Di contro, i tempi di latenza hanno spiegazione nella struttura del funzionamento mentale e nelle neuroscienze.

Il funzionamento del sistema attentivo-esecutico descritto dalle neuroscienze ci fornisce una chiara esposizione della struttura mentale e della natura dei tempi di latenza.

Maggiori tempi di latenza sono dati: (1) dalla richiesta di maggiori risorse attentive; (2) dall’intervento del Sistema Attentivo Supervisore a là Shallice (1988) e l’uso di funzioni esecutive.

Passare dalla modalità automatica alla modalità cosciente richiede l’uso di maggiori risorse attentive e l’intervento del Sistema Attentivo Supervisore (SAS). La capacità limitata delle risorse attentive causa i tempi di latenza maggiori.

Exempli gratia, un pianista suona un pezzo musicale appreso da tempo (Per Elisa di Beethoven) conversando amabilmente con un amico. Il pezzo musicale è suonato in modo automatico e non richiede: (1) l’impiego di risorse attentive (maggiori rispetto a quelle presenti nel modulo dedicato); (2) l’intervento del SAS. Questo permette di dedicare risorse attentive ad altre attività: parlare con l’amico.

Questa attività è parte d’un modulo appreso di terzo tipo che ha un suo processore “dedicatoa là Moscovitch e Umiltà (1990) chiamato condensatore (Benso, 2007). Le risorse attentive necessarie sono fornite da quest’ultimi. Pertanto, non è necessario l’intervento del SAS che può occuparsi di compiti diversi.

Riferire “qualcosa” d’appreso (alias: codificato nella MLT) è equiparabile ad un comportamento automatico: suonare un “pezzo musicale” appreso da tempo.

Di contro, mentire richiede d’uscire dall’automatismo. Bisogna creare una “versione diversa ed alternativa” della Storia. Ciò richiede l’intervento del SAS, delle funzioni esecutive e di maggiori risorse attentive[17].

Quindi, minori tempi di latenza derivano da comportamenti automatici et similia per i quali non occorre l’intervento del SAS. Maggiori tempi di latenza indicano comportamenti coscienti che richiedono maggiori risorse attentive, l’intervento del SAS e delle funzioni esecutive.

Quando un soggetto mente deve costruire una versione alternativa. Questo richiede l’intervento del SAS, di maggiori risorse attentive e diverse funzioni esecutive, quali:

(1) la funzione esecutiva dell’inibizione. Il soggetto deve inibire l’automatismo che lo porta a dare la risposta appresa (alias: conforme alla traccia mnestica). Quest’ultima agisce come un distrattore e/o interferenza, entrando in “competizione” con le “diverse risposte” che il soggetto desidera dare.

(2) Successivamente, il SAS deve attivare la funzione esecutiva dello switch, passando dalla versione storica codificata nella MLT alla versione alternativa;

(3) Poi, bisogna mantenere la versione alternativa nella memoria di lavoro (MBT). Ciò richiede la funzione esecutiva dell’update e controllare, di volta in volta, ogni interferenza.

(4) Ancora, può essere necessaria la funzione esecutiva della pianificazione, auto-monitoraggio ed auto-controllo.

Questo causa maggiori tempi di latenza nel mentire.

Comunque, salvo la diversa spiegazione data ai tempi di latenza, concordo con due conclusioni presentate da Merzagora I, Verde A., Barbieri C. e Boiardi A. (2014). Quest’ultimi hanno ragione nel: mettere in dubbio la validità del test a-IAT; e, sollevare perplessità verso l’art. 188 c.p.p. (principio della libertà morale).

Una prova sulla poca affidabilità dell’a-IAT è data dall’esperimento di Vershure, Prati, De Houwer, (2009). Lo studio riporta i data sulle prestazioni ottenute da un gruppo di studenti ai quali fu insegnato a mentire all’a-IAT. Essi hanno riportato performance, nel far passare delle menzogne per memorie autentiche, fino al 78%.

L’a-IAT, infatti, non discrimina fra ricordi reali e falsi ricordi (ricordi apparenti; falsi riconoscimenti).

L’a-IAT, pertanto, è privo della struttura logica del bicondizionale e conserva molti dei limiti comuni a tutti i lie-detectors. Per non essere ripetitivo, presenterò solo alcune osservazioni neuro-scientifiche.

Il conseguente q del condizionale materiale alla base dell’a-IAT può essere causato da un qualsiasi fattore di disturbo (interferenza e/o distrattore) atto a far uscire il soggetto da una modalità esecutiva automatica, richiedendo l’intervento del SAS.

Esso può essere semplicemente un fattore di disturbo ambientale. A ciò si aggiunge che le variazioni nei tempi di latenza sono legate in modo dialogico ricorsivo: alla motivazione; alle emozioni; alle condizioni fisiche.

Pertanto, nulla cambia rispetto a quello che abbiamo detto per gli altri lie-detectors.

Di contro, mentire all’a-IAT è semplice. Basta passare da una modalità cosciente (governata dal SAS) ad una modalità esecutiva automatica, routitudinaria. Qualunque “cosa” può essere appresa e resa automatica con la ripetizione e l’allenamento. L’allenamento serve anche a ricaricare il processore dedicato e le risorse attentive autonome “stanziate” per l’esecuzione del comportamento automatico appreso.

Dato che il SAS e le risorse attentive intervengono solo nel caso in cui le azioni, comportamenti o apprendimenti, automatici o routitudinari, siano insufficienti e/o non disponibili a garantire una prestazione efficiente (Lewis e Todd, 2007; 2007), nessun maggior tempo di latenza è rilevato qualora il soggetto renda la “versione alternativa” una risposta automatica.

Ancora, le funzioni esecutive, le risorse attentive, possono essere allenate ed aumentate, e.g., con i “doppi compiti non automatizzati”.

Se un soggetto fosse “pigro”, invece, può ricorrere all’auto-suggestione, l’auto-ipnosi, l’etero-ipnosi.

Come detto, l’a-IAT (ed ogni altro lie-detector) è incapace di distinguere fra verità oggettiva e soggettiva, fra memorie reali e false , etc… .

Principio di libertà morale (art. 188 c.p.p.) e lie-detectors nella casistica Italiana.

I lie-detectors hanno fatto ingresso nel processo Italiano dalla “porta di servizio”.

Conformemente a Gusmai A. (2017) e Merzagora I, Verde A., Barbieri C. e Boiardi A. (2014), l’ingresso è avvenuto attraverso le CTU. Le neuroscienze e neuro-immagini, e.g, sono state usate nelle CTU per vagliare la capacità di intendere e volere.  Exempli gratia, la Corte d’Assise d’Appello di Trieste (sentenza n. 5/2009) ha riconosciuto la parziale incapacità di intendere e di volere ad un algerino che uccise un colombiano poiché lo chiamò: “omosessuale”. La Corte riconobbe che: (1) il soggetto aveva un grave disturbo psichiatrico documentato; e, (2) presentava una “vulnerabilità genetica” verso comportamenti aggressivi qualora provocato dal contesto sociale. Le neuroscienze furono usate per integrare e corroborare la diagnosi psichiatrica descrittiva.

Conformemente a Merzagora I, Verde A., Barbieri C. e Boiardi A. (2014), l’a-IAT fu usato in tre casi:

(1) Il primo caso è del Tribunale di Como, 2011. La CTU utilizzo la fMRI, assieme all’elettroencefalogramma (EEG) e la morfometria basata sul Voxel (VBM), per argomentare il vizio parziale di mente. La a-IAT fu usata per valutare la genuinità dell’amnesia circa i due delitti. Il test escluse la genuinità poiché suggeriva, secondo i consulenti, che nella MLT potevano essere stati codificati (e pertanto essere recuperabili) ricordi relativi ai due omicidi. Sebbene l’a-IAT fu usato come elemento utile d’una diagnosi sulla capacità di intendere e di volere, di fatto, divenne un test di verità su quanto affermato dall’imputata: “non ricordare i due omicidi”. Questo lo rende un caso borderline verso l’art. 188 c.p.p. .

Personalmente non ritengo che l’a-IAT fosse necessario alla CTU. Il fulcro d’ogni diagnosi psichiatrica e psicologica è il colloquio clinico. E’ solo nel colloquio clinico che avviene la diagnosi. I tests sono solo elementi ausiliari ed accidentali. Essi sono utili solo a creare: scenografie pittoresche; setting suggestivi; parcelle elevate; … ma non fornire informazioni. I loro risultati, infatti, non hanno alcun significato. Tutt’al più, un rozzo screening. Solo nel colloquio clinico, i risultati dei tests possono acquisire significati. La diagnosi avviene nel colloquio, attraverso il colloquio, non coi tests.

Non solo. L’amnesia implica l’acquisizione dell’esperienza e/o dell’informazione che il soggetto consapevolmente non è più in grado di recuperare. Ciò, però, non fa venire meno l’effetto priming e/o un recupero inconscio. L’effetto priming è stato riscontrato pure in soggetti che soffrivano di amnesia retrograda e/o anterograda d’origine fisiologica e neurologica.

(2) Il secondo caso è del Tribunale di Cremona, GUP, 19/07/2011. Questo caso è interessante in quanto l’IAT ed il TARA furono usate come lie-detectors per valutare l’attendibilità del racconto della persona offesa – testimone.

Il caso riguarda un commercialista che avrebbe posto sgradire attenzioni sessuali su una minorenne.

L’indagine sulla memoria della persona offesa (test I.A.T. e T.A.R.A.) servì per “verificare” se era presente traccia mnestica nella MLT conforme alla testimonianza data. Nel caso di specie, il CTU concluse positivamente.

Di contro, il giudice poteva risolvere il caso “semplicemente” senza ricorrere al test! La parte offesa può essere testimone nel processo penale. La Cassazione riconosce che il giudice può formare il suo prudente convincimento sulla sola testimonianza della parte offesa. Questo qualora siano assenti elementi contrari atti a screditarla.

Pertanto, se la testimonianza è ritenuta attendibile dal giudice: non serve alcun test! Di contro, se esistono elementi contrari atti a togliere credibilità alla testimonianza, quegli stessi elementi contrari sono atti a togliere credibilità al risultato del test!

Quindi, a cosa serve al giudice il test?

Ritagliarsi un po’ di visibilità? Passare per innovativo-progressista? Creare precedenti per agevolarsi la carriera? Deresponsabilizzarsi, delegando ad un test la decisione del caso?

Non vorrei che anche i giudici, come molti psicologi (non degni della professione) finissero per diventare “dipendenti dai tests” delegando ad essi ogni decisione! Non lo dico io: lo dice il test!

Ancora peggio, non vorrei che i test (anch’essi basati al massimo su un condizionale materiale) fossero usati per creare prove inesistenti (che sono incapaci di dare)!

Il giudice condannò l’imputato poiché ritenne vera la testimonianza, non per i motivi detti supra, ma per essere stata confermata dall’a-IAT!

Il giudice affermò che l’a-IAT non ha nulla a che vedere con gli imprecisi lie-detectors!

Chi scrive avrebbe ritenuto valida una “motivazione classica” non fondata sull’a-IAT. Di contro, il presente autore ritiene viziata una decisione fondata su un test (a-IAT) per i motivi ut supra.

(3) Il terzo caso riguarda un omicidio. Durante una festa di famiglia, una persona sparò al cugino che non vedeva da 20 anni. Il fatto avvenne in stato alterato di coscienza. Un particolare sorriso, fatto dal cugino al figlio dell’imputato, attivò il comportamento. Questo avvenne poiché il sorriso fu identico a quello che la vittima fece 20 anni prima, quando abusò sessualmente l’inputato ed il fratellino di quest’ultimo. All’epoca rispettivamente avevano: 11 e 9 anni.

Anche questo caso era risolvibile senza a-IAT. Abbiamo: (1) una amnesia causata da un trauma; (2) la creazione d’un area dissociata, ovvero a là Ericsson: la creazione di memorie, apprendimenti e comportamenti, stato dipendenti; (3) l’attivazione delle memorie, apprendimenti e comportamenti, stato dipendenti nel rivedere lo stesso sorriso.

L’a-IAT fu usata per: convalidare l’autenticità del ricordo dell’abuso; della provocazione; della non frequentazione con la vittima nel corso degli anni; per verificare se abbia agito d’impulso. Il risultato positivo fece concludere i CTU per un’infermità di mente temporanea (rottura psicotica transitoria) atta a giustificare l’incapacità totale di intendere e volere al momento del fatto.

Lo stesso risultato poteva essere raggiunto senza ricorrere all’a-IAT. Bastava una CTU “classica”, fondata sul colloquio clinico e sulla conoscenza della letteratura, eventualmente integrata dalle informazioni acquisibili dai testimoni.

Anche questo caso è un caso borderline. Sebbene l’a-IAT fu usata dal CTU come elemento per valutare la capacità di intendere e volere, di fatto, fu un test sulla verità di quanto affermato dall’imputato.

Secondo Gusmai A. (2017), i giudici tendono ad “appropriarsi” della scienza per farla diventare fonte di legittimazione delle decisioni giuridiche. Problema è che la Scientia è composta da set di teorie mutabili e mutevoli. Per ogni studio che dimostra A; c’è sono altri che dimostrano B, C, D, E, … Z. Tutte co-esistono in un limbo nel quale, di volta in volta, in base all’interesse del caso se ne “pesca” una piuttosto che un’altra.

Per tali motivi, senza scomodare Kuhn (1960; 1972), si è ritenuto che i “fatti scientifici” siano nulla di più d’un accordo interno ad una Comunità di Discorso a là Lyotard (1983). L’accordo che emerge, non rispecchia la Veritas, ma i rapporti di forza e di potere interni alla stessa Comunità di Discorso. Un fatto assai evidente nelle Scienze Psicologiche.

Applicando ciò alla realtà processuale, si traduce nella vittoria (non di chi ha ragione) ma di chi paga i rappresentati più influenti della Comunità di Discorso. Il giudice (qualora privo d’una sua propria capacità critica logico-epistemologica), trovandosi inevitabilmente difronte ad opposte consulenze: o, “sposa” fideisticamente e/o acriticamente e/o opportunisticamente la tesi del CTU (semplificandosi il lavoro di motivazione)[18]; oppure, inevitabilmente, finisce per accogliere la tesi dell’esperto più “rinomato” (alias: con “maggior potere” all’interno della Comunità di Discorso). Ciò deriva dal fatto che l’uomo tende (erroneamente) a ritenere l’Autorità fonte attendibile di informazioni! L’Autorità è vista “degna di fiducia”, esperta in thema. Ciò porta a non mettere in dubbio, né a falsificare o accertare, quanto riferito da essa (Zappalà S., 2007). Di contro, l’informazione d’una fonte autorevole, non garantisce la sua attendibilità. Anzi, l’ipse dixit segue tutti i bias ed errori del caso.

E’ espressione d’una prospettiva situata; è tentativo di “portare acqua al proprio mulino” (alias: al proprio paradigma a là Kuhn; e/o alle proprie teorie versus quelle della “concorrenza”). E’ cercare di fare gli interessi del proprio cliente e/o quelli d’una parte a danno dell’altra. Non mancano poi i “giochi di potere” (incluse le mere simpatie ed antipatie) interni alla stessa Comunità di Discorso.

Come insegna Foucault, Potere e Conoscenza sono “due facce della stessa medaglia”. Questa commissione è tanto maggiore, quanto più la fonte è autorevole[19].

Il giudice, perciò, non deve seguire nessuno se non la legge. Al fine di garantire la giustizia, il giudice deve: porre sullo stesso piano tutte le tesi; vagliarle (testarle e falsificarle) alla luce dei fatti concreti assunti in quel giudizio attraverso il contradittorio; esaminarle con la sua capacità critica logico-epistemologica; approfondire lui stesso l’argomento attraverso la sua capacità di ragionamento interdisciplinare; declinare la Scientia nel giudizio consapevole di quanto detto supra;  etc … etc… ; per arrivare a fondare il suo prudente apprezzamento su tale riflessione ragionata e non su un ipse dixit d’uno “a caso”!

Il giudice deve accertare la verità dei fatti. In caso di dubbio: (1) nel processo penale, l’imputato è innocente; (2) nel processo civile, soccombe la parte che non ha assolto all’onere della prova (impostole dalla legge). Il giudice non è un giocatore d’azzardo: non punta ad un tavolo da Casinò in base a delle probabilità!

Questo rischio, indirettamente, è stato riconosciuto anche da Jones O. D. et al. (2013). L’autore ha evidenziato come i giudici devono sviluppare la capacità di distinguere fra le inferenze corrette e scorrette che possono essere fatte utilizzando la Scientia (in particolare, l’autore si riferiva alle neuroscienze). Questo perchè: “it is easier to misunderstand or misasplly neuroscience data then it is to understand and apply them correctly“.

Nonostante i lie-detectors non possono essere utilizzati nel nostro ordinamento in quanto pregiudicano la libertà morale dell’imputato ex art. 188 c.p.p., come visto sembrano esserci entrati dalla “porta di servizio”.

L’art. 188 c.p.p dice: “non possono essere utilizzati, neppure con il consenso della persona interessata, metodi o tecniche idonei a influire sulla libertà di autodeterminazione“. Pertanto tutti i lie-detectors et similia (incluso l’a-IAT) dovrebbero essere inammissibili in quanto privano l’imputato della facoltà di non rispondere e/o non auto-accusarsi. Passata l’idea della loro ammissibilità[20], il mero rifiuto a sottoporsi al test sarebbe visto come “ammissione di colpevolezza”.

Conclusione

Sebbene l’Homo Sapiens Sapiens, sin dai tempi antichi ha cercato di trovare un sistema per discriminare fra la verità e la menzogna (Segrave K. 2005), non sembra esserci riuscito neppure con la tecnologia.

I risultati, infatti, sono contradittori, con margini di errore elevati. Ciò sembra aver portato la letteratura a dividersi in due fazioni: una fortemente scettica verso i lie-detectors (Nye T., 1988; Carrol D., 1988; Lykken D. T. 1988; etc…); l’altra sostenitrice dei lie detectors. Quest’ultima, però, lo fa più per la loro “utilità”, che per la “robustezza” dei data sulla validità interna ed esterna (Barland G. H., 1988; OTA, 1993; etc…).

Mentre i lie-detectors sono ampiamente utilizzati in USA, come abbiamo visto essi non trovano impiego all’interno di alcuni Ordinamenti Europei quali quello Italiano.

Nonostante ciò, subdolamente, l’a-IAT ha fatto ingresso dalla “porta di servizio” creando alcuni casi borderline.

Al momento, comunque, è precluso il loro utilizzo sia durante la fase delle investigazioni e sia durante il giudizio (dibattimento).

Questa decisione poggia su due motivi. Il primo è prettamente giuridico e riguarda il principio della libertà morale dell’imputato (art. 188 c.p.p.). Il secondo è “scientifico” e ricade sull’alto livello di inaccuratezza degli strumenti.

Nonostante ciò, il Tribunale di Cremona ha messo in dubbio questo secondo motivo, affermando che l’a-IAT sia molto più sicuro dei poligraph e PSE!

Molto probabilmente l’a-IAT darà vita ad un dibattitto giuridico in thema.

Alla fine possiamo concludere con le parole di Leonard Saxe: “a lie-detector does work as long as the subject believes it works. A good examiner scares the crap out of you. It’s theatre“.

Ma Verità e Giustizia non dovrebbero essere ridotte ad una rappresentazione teatrale!

Non le vidi, non so, non ho udito parlare da altri,

non saprei indicare, non potrei avere un compenso

per avere informato, non assomiglio ad un vigoroso ladro di buoi.

Non è opera mia … altre cose ho a cuore:

… …

affermo di non essere colpevole io …”.

(Disse Hermes ad Apollo interrogato sul furto delle vacche, Inno Omerico IV. A Hermes)

[1] in quanto ritenuta una life-skill trasversale, essenziale e necessaria, per la sopravvivenza della specie.

[2] inteso come: abilità codificata nel patrimonio genetico della specie atta ad emergere senza bisogno d’alcun apprendimento.

[3] indipendentemente dalla professione ed esperienza.

[4] con nesso causativo immediato con rapporto asimmetrico ed unidirezionale.

[5] Matteo: “Guardatevi dai falsi profeti; essi vengono a voi travestiti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li conoscerete … ogni albero buono dà frutti buoni … ogni albero cattivo dà frutti cattivi … … Dai loro frutti, dunque, li riconoscere“, 7 (15 – 21).

[6] Il bicondizionale è l’unione di due condizionali materiali legati da congiunzione: (se p allora q) e (se q allora p).

[7] Vero / falso attiene agli enunciati descrittivi. Valido / invalido al ragionamento e/o inferenza.

[8]abilità trasversale ad ogni sapere.

[9] Alcuni usano l’espressione ex post, ergo propter hoc per indicare l’attribuzione di causalità ad un fatto e/o evento antecedente a quello osservato.

Epis (2011/2015), di contro, lo usa in modo specifico e tecnico. Con tale espressione Epis indica una teoria e/o in generale una falsa credenza priva di giustificazione che arriva a creare (tramite: i meccanismi di confermation bias; le dinamiche create dagli atteggiamenti dovuti a queste false credenze iniziali; l’effetto della profezia che si auto-avvera; etc…) un fatto e/o un evento e/o una modifica alla Realtà e/o alle caratteristiche delle persone, che ex post è usato/a a fondamento della validità e/o della verità della stessa falsa credenza iniziale. Quest’ultima è fatta passare per essere: effetto dei suoi stessi effetti. Ciò è ottenuto omettendo di riconoscere che quest’ultimi non sono la causa della credenza ma l’effetto d’essa. Così gli effetti della falsa credenza diventano ex post la causa della falsa credenza che solo a questo punto trova giustificazione (ergo propter hoc).

[10] ovvero: “in social science, everything is somewhat correlated with everything” (Meehl, 1990a; 1990b) così che: il “cosa” correlare è una scelta “politica” del soggetto. Una scelta che, una volta fatta, viene corroborata dalla statistica.

[11] e delle diverse forme che assume. Essa spinge sempre a favore della conferma dell’ipotesi, arrivando (ove assente) a creare la stessa realtà conformemente alla credenza.

[12] Exempli gratia: se un soggetto è condannato sui risultati d’un lie-detector (anche qualora errati e seppur innocente), tale condanna sarà usata come prova del successo del lie-detector!

[13] e.g., agenti segreti che impiegano particolari tecniche di rilassamento.

[14] In quanto gli costa meno pagare le sanzioni e le maggiori imposte seppur innocente che affrontare tutti i costi d’un contenzioso tributario.

[15] Si pensi a come sono manipolabili i software. Un esempio recente è dato dalle Aziende Automobilistiche che (grazie a “ritocchi” fatti sul software) facevano risultare emissioni inquinanti inferiori a quelle reali. La tecnologia non garantisce mai maggiore onestà e trasparenza, ma semplicemente rende l’inganno più sofisticato, nascosto e difficile da riconoscere. Nel caso delle Aziende Automobilistiche le prove fornite dai computer erano in apparenza “valide”. La contraffazione non poteva essere rilevata da esse. L’inganno era su un “piano” diverso: nel software.

[16] Conflitto intrapsichico è un vuoto contenitore. Dice tutto e niente. E’ un principio esplicativo a là Bateson. E’ una moderna forma di nominalismo. E’ l’insieme vuoto (privo d’elementi) sottoinsieme d’ogni possibile insieme in Psicologia (teoria degli insiemi), usato dagli psicologi come gli illusionisti usano l’abracadabra!

[17] Il SAS gestisce le funzioni esecutive e le risorse attentive.

[18] tesi comunque influenzata dal CTP più autorevole, qualora il CTU sia di minor fama e/o abbia minor “peso” d’uno dei CTP all’interno della Comunità di Discorso.

[19] Le variazioni che avvengono all’interno del Corpus di Conoscenza d’una data Comunità di Discorso, infatti, comportano mutamenti nei rapporti di forza fra i membri di quella Comunità (Lyotard, 1983). Oggigiorno, inoltre, la “competizione per il potere” si sviluppa nell’intersoggettività attraverso “lotte per il significato” (Minnini, 2008).

[20] anche come strumenti per verificare l’esistenza d’una traccia mnestica.