Uno Studio sulla Medicina Omeopatica. Parte I: Omeopatia tra Scienza e Pratiche Discorsive. L’emergere d’una Validita’ Ecologica.

ANTICIPAZIONI

Questo Articolo è il primo d’una trilogia sullo “Stato dell’Arte” della Medicina Omeopatica. Assieme essi formano un unico Studio che, come avrà raggiunto la sua forma definitiva, sarà pubblicato su questo sito Internet in formato PDF. Nella versione PDF potrà essere reperire l’intera Bibliografia, l’Indice, etc ….

La struttura dello Studio è la seguente:

Titolo: Uno Studio sulla Medicina Omeopatica.

Parte I: Tra Scienza e Pratiche Discorsive. L’emergere d’una Validita’ Ecologica.

Parte II: L’Omeopatia ed il Paradigma Scientifico. Ricercando una Validita’ Interna.

Parte III: Ricerca Scienfica e Trattamento Integrato. Un Progetto di Ricerca in Psico-Farmacologia Omeopatica sui SADDs (Disturbi del Sonno, d’Ansia e Depressivi).

 

You have only to search an emancipate man’s mind long enough to come upon an abyss of supertition somewhere, nowadays generally scientific“.

Bernard Show, Letter

Rationale: Il Discorso Omeopatico fra Realtà ed Iperrealtà a là Baudrillard.

Negli ultimi anni i Mass Media si sono occupati spesso delle Medicine non Convenzionali (MNC), alimentando talvolta dibattiti con “coloriture” polemiche. La Medicina Omeopatica, la più diffusa fra le MNC[1], è stata quella maggiormente dibattuta ed oggetto di critica.

Il dibattito mediatico, non ha mai analizzato i research findings. E’ stato dominato dalla superficialità, dai “luoghi comuni”, da prese di posizione ideologiche. I media davano grande “risonanza” ai rapporti “scettici”; “tacevano” e/o “censuravano” quelli favorevoli[2].  In altre parole, è stato osservato un metaforico “dialogo fra sordi” basato sulla retorica, sui sofismi e sulle fallacia logiche, mirante a screditare e delegittimare a priori la Medicina Omeopatica ed i medici che la utilizzano. Non c’è stata alcuna volontà ad aprirsi ad un reale confronto ed ad un dialogo basato sulla logica e sulla ragione.

Chi scrive ha seguito il Dibattito in thema per anni con l’obiettivo di restare il più oggettivo e neutrale possibile. Un ruolo facilitato: dall’assenza d’ogni interesse, pro o contro, la Medicina Omeopatica e/o Ufficiale / Allopatica; dall’esperienza giuridica (che porta ad una profonda conoscenza delle dinamiche dialettiche intercorrenti fra le parti e dei meccanismi sottostanti); dalla forma mentis allenata ad essere terza ed imparziale.

In questa prospettiva, sono stati studiati “a fondo” gli argomenti delle parti, ponendo particolare attenzione alle prove oggettive poste a loro fondamento. Il dibattito mediatico con le pratiche discorsive che vi prendevano forma era letto “alla luce” della letteratura scientifica (oggetto della seconda Parte). Queste due dimensioni sono state poste in continua relazione dialogico-ricorsiva integrando l’un l’altra in un tutt’uno. Ciò ha reso possibile collocare nella “giusta” prospettiva tutti gli elementi che emergevano dalla dialettica.

Lo studio della materia “sgorgava” dalla “curiosità intellettuale”; la “forza” che porta scienziati, ricercatori ed esploratori, a porsi in modo interrogativo dinanzi a “questo grandissimo libro che continuamente ci sta’ aperto davanti agli occhi (io dico l’Universo)” (Galileo, Il Saggiatore, 1623). Un libro che “non si può intendere se prima non s’impara … la lingua, … i caratteri, ne’ quali è scritto“. A tal fine, ho seguito i Corsi di Medicina Omeopatica rivolti ai Medici ed agli Operatori Sanitari[3].

Per conservare una posizione terza ed imparziale, il presente autore ha discriminato costantemente fra: data empirici; errori cognitivi e/o bias (e.g., derivanti: dall’uso di euristiche; da “dimensioni” affettive e/o affigliative; da prospettive situate); strategie comunicative e/o sofismi (volontariamente usate/i) all’interno delle dinamiche descritte dal Postmodernismo.  Un’analisi costantemente attuata sul dibattito mediatico e gli influencers.

Per ridurre il rischio d’incorrere in “distorsioni interpretative”, exempli gratia, conseguenti ad una prospettiva situata a là Clifford e Marcus (1986) chi scrive ha cercato: da una parte, d’essere autoriflessivo[4]; dall’altra parte, d’analizzare i processi di ragionamento e di giudizio ed i meccanismi psico-sociali intercorrenti nel contesto osservazionale del phenomenum. Questo è stato fatto contestualizzando e storicizzando il phenomenum ed assumendo “chiavi” di lettura diverse[5].

Un analisi multi-dimensionale che ha utilizzato un approccio inter-disciplinare al fine di comprendere il phenomenum sia nella sua Natura Scientifica e sia nella Dimensione assunta all’interno della Società attraverso le sue Pratiche Discorsive e l’odierna influenza Postmodernista.

Da questa analisi integrata è emerso che: il Dibattito mediatico è stato “contaminato”: da “errori cognitivi, bias ed uso di euristiche; da “strategie comunicative” volte a screditare a priori (senza entrare nel merito della questione) ciò che la FNOMCeO nel 2002 ha definito atto medico; da alcune dinamiche, conosciute in Filosofia e Storia della Scienza, descritte da Kuhn (1962; 1970).

L’establishment si è arroccato in un blind commitment a favore del Paradigma dominante, assumendo posizioni ideologiche e difensive. La spiegazione offerta dal Postmodernismo è nella “forte relazione” intercorrente fra Conoscenza e Potere (Foucault, 1980). Un concetto ripreso da molti autori con declinazioni differenti.

Lyotard (1983), exempli gratia, sostiene come variazioni nel Corpus di Conoscenze d’una Comunità di Discorso comportino mutamenti nei rapporti di forza fra i membri della Comunità. Mininni (2008) sottolinea come, oggigiorno più che mai, la “competizione per il potere” si sviluppa nell’intersoggettività attraverso una lotta per il significato. Da quest’ultima emerge, non l’oggettivo, non la Veritas, ma l’oggettivato a là Berger e Luckmann (1996) attraverso il quale avviene la costruzione sociale della realtà. Una lotta nella quale si scontrano diverse versioni del Mondo, dalla quale una emerge dominante nel Mondo 3 a là Popper, le altre minoritarie. La prima (attraverso: le Istituzioni; le Tradizioni; i Riti collettivi; i Mass Media; etc…) diventa parte della forma mentis della maggioranza delle persone[6].

Agire sulle credenze significa controllare e determinare i comportamenti, i rapporti di forza e di potere fra gli agenti sociali, la diversa distribuzione di “diritti e doveri” e di “risorse economiche”. E’ mediante il processo di significazione (Megatti M., 2009) che la vita sociale è ordinata, regolata e controllata. Attraverso esso è definito ciò che è normale ed anormale, fisiologico e patologico, lecito ed illecito. Attraverso esso, exempli gratia: gli spin-doctors favoriscono il successo di alcuni politici e l’insuccesso d’altri; il marketing induce guadagni per alcune imprese e perdite per altre.

L’attuale società, infatti, ha realizzato la “profezia” di Nietzsche (1992; 1994): “Ciò che io racconto è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo“. Quest’ultimo ha fatto ingresso con le influenze simbolico-interpretative che hanno smantellato la visione oggettivista del Modernismo. Tendenze riassumibili nella frase di Geertz (1973): “l’uomo è un animale intrappolato in maglie di significati che lui stesso ha creato“. Poi si è evoluto nel Postmodernismo. In esso è venuta meno l’idea stessa d’una realtà oggettivamente definibile. Tutto è soggettivo, tutto è mutevole. Lo stesso linguaggio non ha significato e diventa incapace di esprimere asserzioni significative sul Mondo e su Noi Stessi. Foucault (1969) scrisse: “non chiedermi chi sono e non chiedermi di rimanere uguale“. Una “relatività” entrata anche: (1) nella Fisica (Meccanica Quantistica), exempli gratia, con l’esperimento della “doppia fenditura”; (2) nella Teoria della Scienza con Feyeurbaund (1975;1978); (3) etc … . Il Nichilismo dopo aver “conquistato” l’Academia, dilagò nel tessuto sociale. Dal capitalismo societario e neo-liberismo siamo entrati nel capitalismo tecno-nichilista (Megatti M., 2009). Un capitalismo caratterizzato da due fattori: l’avanzamento iperbolico della tecnologia; e, la rinuncia alla ricerca della Verità. “Vero” è ciò che è affermato essere tale, non ciò che è Reale e/o Oggettivo. “Vero” non è il Territorio oggettivo ma la “credenza sul territorio”, la mappa, capace di guidare le azioni degli Uomini. Questo ha trasformato i mass media. Essi non cercano più di rappresentare il Mondo, ma definiscono “cosa” è il Mondo. I mass media veicolano immagini che sempre più si distaccano dalla Realtà. Immagini che vengono asservite sempre più agli interessi economici e politici fino a perdere ogni connessione con, e/o fondamento nella, “Realtà esterna”. Le immagini diventano simulacri. La Realtà è sostituita dall’Iperrealtà a là Baudrillard. Un iperrealtà creata dai mass media diventati arene, nelle quali non si scontrano più i gladiatori, ma pratiche discorsive, versioni del Mondo, frames. Arene nelle quali: gli interessi economici trionfano su quelli Pubblici; le discussioni aperte e razionali sono sostituite da subdole manipolazioni (Habermas, 1965)[7].

Il dibattito non ha più l’obiettivo di fare emergere la Veritas all’interno d’un contradittorio delle parti. La questione non è più chi ha ragione o chi ha torto. L’obiettivo è semplicemente “aver ragione a tutti i costi”, affermando e ri-affermando (nn) con determinazione la propria “verità e/o versione del Mondo“, a prescindere da qualunque connessione con la Realtà. Nella ripetizione (nn) la propria versione diventa frame capace d’imporsi nell’oggettivato e guidare i comportamenti e le scelte altrui. Queste dinamiche oggigiorno avvengono ovunque a tutti i livelli: nel mondo giuridico e nei processi; nei media; nella ricerca scientifica; etc … .

Dinamiche osservate anche nel campo della Medicina e dell’informazione scientifica data dalle Aziende Farmaceutiche. Gli interessi economici (che in questo ambiente sono enormi) vincono sull’oggettività dei research findings (spesso: taciuti; manipolati; nascosti). A prova di quanto affermato vi sono innumerevoli casi giudiziari che hanno coinvolto Aziende Farmaceutiche (soprattutto le multinazionali – BIG Pharma). Essi hanno dimostrato come volontariamente e consapevolmente: ricerche siano state manipolate; data siano stati tenuti nascosti; false rappresentazioni siano state veicolate per aumentare i profitti. Diversi crimini, inoltre, sono stati commessi “in nome” del “profitto”. Questo “massiccio inquinamento della letteratura medica … è avvenuto in tutti i campi della medicina contemporanea” e rappresenta uno degli “aspetti più inquietanti dello scenario attuale” (Tibaldi G., 2015). L’autore, essendo uno psichiatra, ha sottolineato alcuni bias e stratagemmi usati per manipolare la ricerca sugli psicofarmaci. Chi scrive porta l’esempio della quetiapina.

L’AstraZeneca pagò una sanzione di 520 milioni di dollari per truffa per aver promosso illegalmente la quetiapina, un antipsicotico usato per il trattamento: della schizofrenia e stati psicotici affini; dei disturbi bipolari I (stato maniacale). La quetiapina fu promossa in USA per trattamenti off-label. E.g., fu venduta come farmaco utile per bambini ed anziani, reduci di guerra e detenuti, su una pluralità di condizioni mediche non autorizzate dalla FDA in quanto dannosa e/o inutile. Sugli anziani fu promossa come “panacea” per curare l’aggressività, l’Alzheimer e la demenza. Sui reduci di guerra per curare il disturbo post traumatico da stress. Sui bambini per curare l’ADHD (Khan H. & Thomas P., 2010). Il 29% delle prescrizioni, e.g., era rivolto alla cura dell’agitazione in anziani con l’Alzheimer e la demenza. Di contro, la quetiapina, oggettivamente, non reca alcun sollievo nei quadri clinici di agitazione, Alzheimer e/o demenza, nei pazienti anziani. Non solo, non ha riportato risultati migliori rispetto al placebo, ma in questi casi: “compared with placebo, quetiapine is associated with significantly greater cognitive decline”. (Ballard C., Margallo-Lana M., Juszczak E., et al., 2005). Inutile ribadire come l’uso di psicofarmaci sui bambini sia sconsigliabile (essendo i costi maggiori dei benefici). Exempli gratia, l’uso prolungato di psicofarmaci è correlato ad una riduzione dell’aspettativa di vita tra i 16 ed i 25 anni (Tiihonen J. et al., 2011), L’ADHD può essere affrontato e gestito tranquillamente senza uso di antipsicotici. Sul thema è nato anche un movimento: Giù le Mani dai Bambini.

Le Aziende Farmaceutiche, creando false rappresentazioni sui farmaci, portano alle “stelle” i loro guadagni. L’AstraZeneca guadagnò nel 2009 4,9 miliardi di dollari (Tanne J. H., 2010). Il Dipartimento della Giustizia – USA dichiarò: “… le dichiarazioni fraudolente … possono mettere a rischio la salute della collettività, corrompere i processi decisionali dei professionisti sanitari e rubare miliardi di dollari … dalle tasche dei contribuenti” (Khan H. & Thomas P., 2010).

Per avere un quadro di come gli interessi economici prevalgano sull’oggettività dei research findings anche nella Sanità, vedere: Gotzsche (2012a; 2012b; 2015); gli studi della Cochrane Collaboration[8]. Gotzsche (2012a; 2012b), exempli gratia, presenta 10 casi avvenuti dal 2007 al 2012 caratterizzati proprio da lotte di significato per far emergere nell’intersoggettività una Iperrealtà finalizzata ad aumentare i profitti delle Big Pharma coinvolte. Tali lotte di significato hanno assunto varie declinazioni: promozione illegale del farmaco (off-label) per condizioni cliniche per le quali la sua efficacia non è stata provata e/o è stata esclusa; manipolazione dei risultati delle ricerche ed occultamento dei data contrari all’efficacia del farmaco; omissione ed occultamento d’informazioni sugli effetti collaterali; truffa a carico del Servizio Sanitario.

Non mancano casi di corruzione e di conflitto di interesse che hanno coinvolto le Agenzie del Farmaco. Len Lutwalk affermò: “se gli Americani avessero saputo alcune delle cose accadute nella Food & Drug Amministration (FDA), avrebbero continuato a prendere solo l’aspirina” (Mundy A., 2001). Una realtà che fece dire a Angell (un ex direttore del New England Journal of Medicine): “trovo davvero difficile: immaginare che un sistema così corrotto possa essere considerato qualcosa di buono”. Anche l’Italia ha numerosi esempi. Cito i due più famosi: Duilio Poggiolini; Pasqualino Rossi.

Per ridurre il rischio d’assorbire nel proprio habitus e/o forma mentis, in modo acritico, ciò che i mass media vendono come iperrealtà e/o le contaminazioni, corruzioni e manipolazioni, che accadono nella letteratura scientifica, Epis (2011/2015) suggerì di sviluppare un approccio critico logico-epistemologico, utile anche per evitare la fissità funzionale prodotta dall’habitus[9]. Soltanto buone capacità critiche logico-epistemologiche possono permettere di riconoscere i sofismi[10] che spadroneggiano nei dibattiti e/o le distorsioni che “inquinano” la letteratura scientifica.

I dibattiti avvenuti sui mass media, letti nelle prospettive ut supra, hanno incuriosito intellettualmente chi scrive. Il presente autore così ha voluto esplorare l’Iperrealtà a là Baudrillard (1981) offerta dai mass media sulla Medicina Omeopatica per mettersi alla ricerca della Veritas.

Un “sample” tratto dal recente Dibattito Italiano: storicizzando la ricerca.

Molti influensers, capaci di crearsi uno “spazio mediatico”, hanno contribuito a diffondere frames scettici verso la Medicina Omeopatica. Nel farlo, non sono mai entrati in reale dialettica (come detto supra e come vedremo infra) con i medici ed i ricercatori che la studiano. Tutta la letteratura scientifica ed i research findings a favore della Medicina Omeopatica sono stati semplicemente ignorati.

Principalmente le critiche sono ricadute su “luoghi comuni” e su due pubblicazioni. La prima è una meta-analisi pubblicata su Lancet nel 2005 (Shang et at., 2005) che riporta conclusioni negative. Una meta-analisi che non è stata confermata da altre e che ha rivelato errori gravi di tipo metodologico[11]. Il secondo è il Rapporto dell’Australian Goverment – National Health and Medical Research Council (NHMRC) pubblicato a Marzo 2015 col titolo: “Statement on Homeopathy“. Lo Studio concluse che: “there are no health conditions for which there is reliable evidence that homeopathy is effective“.

La pubblicazione dell’Australian Goverment – National Health and Medical Research Council (NHMRC) fu seguita in Italia ad Ottobre 2015 da quella a cura di Silvio Garattini: “Acqua fresca? Tutto quello che bisogna sapere sull’Omeopatia” (Garattini, 2015). Un libro che ha avuto una forte risonanza mediatica (Istituto di Ricerche Farmaceutiche – Mario Negri, Rassegna Stampa 21/10/2015).

Successivamente, il dibattito fu dominato da un “botta e risposta” avvenuto sul “Il Sole 24 Ore” nel 2017 fra due professori: il filosofo e docente di bioetica Gilberto Corbellini (contro l’Omeopatia) ed il medico, professore di patologia generale, Paolo Bellavite (pro Omeopatia).

Gilberto Corbellini dopo aver descritto l’evoluzione storica dell’omeopatia criticò fortemente i medici che nel 2002 (FNOMCeO) la definirono “atto medico“. Senza dire quali fossero state le “falsità omeopatiche” affermò che poteva smascherarle usando il fattore di Bayes, invece del p value. Secondo Corbellini, la metodologia statistica (usata “in tutte” le ricerche mediche e psicologiche) non può essere usata per valutare l’efficacia dell’omeopatia (!) poiché le inferenze statistichehanno poco di scientifico” (!). Corbellini non si è reso conto che così facendo: da una parte, ammetteva che c’erano prove sulla validità della Medicina Omeopatica; dall’altra parte, screditava e delegittimava anche tutte le altre discipline che usavano la stessa metodologia (inclusa la ricerca farmacologica ufficiale!). Corbellini, in ogni caso, arriva tardi a “denunciare” la debolezza dell’inferenza statistica che è un problema comune a tutte le Scienze. Un thema già trattato, e.g., da Meehl (1973a; 1973b; 1978; 1990a; 1990b; 1991; 1997a; 1997b) all’interno della Psicologia e “caro” al presente autore dal 2003!

Bellavite, dopo aver rilevato molto sarcasmo ed aggressività, confuta punto per punto quanto sostenuto da Corbellini. In particolare, sottolinea come l’inferenza bayesiana sia usata anche nella ricerca omeopatica (se quello fosse stato il problema!).

A questo “botta & Risposta” sono seguite due trasmissioni televisive: Piazza Pulita su LA7, il 30/11/2017; e, Presa Diretta su RAI TRE, il 03/03/2018.

I media diedero alla Medicina Omeopatica un frame fortemente negativo. Questo accadde in particolare a Presa Diretta. Dopo la sua trasmissione le associazioni mediche omeopatiche operanti in Italia (FIAMO; AMIOT; SIMA; SIOMI; SMB Italia; LUIMO; OMEOMEFAR) furono costrette a prendere una dura posizione. Il 06/03/2018, exempli gratia, hanno scritto una lettera congiunta a Iacona di Presa Diretta (mandata per conoscenza: alla dirigenza RAI; ad alcune Commissioni Parlamentari; all’Ordine dei Medici; all’Ordine dei Giornalisti) per denunciare la disonestà intellettuale di come fu condotta l'”indagine giornalistica”.

La lettera riporta come Iacona contattò diversi esponenti di tali Associazioni per chiedergli di partecipare ad un dibattito sui pro e contro dell’Omeopatia. Sebbene inizialmente fosse stata garantita una conduzione “neutrale” dove tutte le voci sarebbero state ascoltate, di contro, fu “mandata in onda” una trasmissione “diversa” rispetto a quella strutturata nella fase preparatoria. Tutto ciò che fu raccolto e risultò pro Omeopatia fu “tagliato ed eliminato” dai servizi. Fu omesso qualsiasi riferimento alle “evidenze scientifiche” che il Prof. Leonello Milani consegnò a mani allo stesso Iacona durante una delle sue interviste[12]. L’intera trasmissione cercò (solo) di far passare i medici omeopati come cialtroni, truffatori e “praticanti” al pari degli “astrologi” (FIAOMO et al., Lettera del 06/03/2018).

Lo Studio EPI – 3: Validità Ecologica e due limiti.

Abbiamo notato come a partire dal 2015 i mass media hanno diffuso frames negativi verso l’Omeopatia. Fu creata una Iperrealtà che equiparava: (1) i medici omeopati a dei ciarlatani ed astrologi; (2) e, la Medicina Omeopatia all'”acqua fresca”.

Chi scrive si è chiesto: questi frames negativi introdotti nelle lotte di significato (combattute nelle arene dei mass media) potrebbero essere una retroazione ad un “qualcosa” avvenuto pro Omeopatia? Conformemente alle regole logiche, però, non si può inferire l’esistenza dell’antecedente affermando il conseguente nel condizionale materiale (se p allora q). Quest’ultimo è la struttura logica che può essere applicata al caso. Tale inferenza è possibile solo nel bicondizionale. Il conseguente osservato, infatti, sarebbe potuto susseguire a n fattori. Per tali motivi l’unico modo per rispondere a questo interrogativo è la ricerca storica.

L’interrogativo posto da chi scrive è il seguente: c’è stato un “antefatto” favorevole all’omeopatia che abbia potuto giustificare una simile retroazione (in termini di Teoria Generale dei Sistemi) per “controbilanciarlo” e mantenere lo status quo?

L’interrogativo ha trovato risposta nello Studio osservazionale EPI 3 – LASER condotto in Francia dal 2005 al 2012.

Lo studio usò la metodologia della Survey Research. La sua denominazione, EPI 3, derivò dall’abbreviazione del nome francese: Etude EPIdemiologique de l’Impact de Sante´ Public sur 3 Groupes de Pathologies. LASER, di contro, è il nome della società a cui fu affidata la progettazione della survey, la raccolta e l’analisi dei data (Grimaldi-Bensouda L. et al., 2011).

L’iniziativa ed i finanziamenti pervenne/ro dall’Azienda Farmaceutica i Laboratoires Boiron. Altri finanziamenti furono erogati da Enti Pubblici quali INSERM (French National Institute of Health and Medical Research) a singoli ricercatori (e.g., Lamiae Bensouda-Grimaldi).

Il fatto che la Boiron abbia finanziato parte della ricerca non rende questo studio meno attendibile d’una qualunque altra ricerca farmacologica. Tutta la ricerca farmacologica, infatti, è finaziata dalle stesse Aziende Farmaceutiche con tutti i pro e contra del caso.

Per evitare proprio i bias causati dagli interessi economici e/o conflitti d’interesse (Gotzsche P. C., 2015), i Laboratoires Boiron hanno affidato l’intera realizzazione del progetto ad autorevoli accademici e professionisti francesi. Per garantire l’assoluta indipendenza ed imparzialità dello studio, la Boiron si è impegnata a pubblicare i data anche qualora fossero stati “sfavorevoli” all’efficacia della Medicina Omeopatica. La direzione fu affidata al Prof. Lucien Abenhaïm (ex Direttore Generale del Dipartimento della Salute Francese); la presidenza del Comitato Scientifico al Prof. Bernard Bégaud (eminente farmacologo di fama internazionale).

La raccolta e l’analisi dei data fu gestita dalla società LASER con sede a Londra. La scelta fu fatta per l’expertise internazionale di questa società nella pianificazione, conduzione e realizzazione, di studi epidemiologici e farmacologici. La società LASER ricevette piena autonomia. Le procedure adottate furono quelle previste dalla ENCePP (European Network of Centres for Pharmacoepidemiology and Pharmacovigilance). L’intera attività fu vigilata dal un Comitato Scientifico composto da esperti (di rilievo internazionale) ed accademici privi di conflitto d’interesse.

Lo studio è stato effettuato coinvolgendo 825 ambulatori medici di base (GPs) ed un totale di 8.559 pazienti. Sono seguite 11 pubblicazioni “peer reviewed” indicizzate (Rossignol M. et al., 2011a;  Rossignol M. et al., 2011b; Rossignol M. et al. 2012; Grimaldi-Bensouda L. et al., 2011; Grimaldi-Bensouda L. 2012; Lert F. et al., 2014; Grimaldi-Bensouda L. et al., 2014; Danno K. et al., 2014; Grimaldi-Bensouda L. et al. 2015; Colas A. et al., 2015; Grimaldi-Bensouda L. et. al., 2016).

Questi articoli, in particolare, elaborano data concernenti: i disturbi muscoloscheletrici – MSDs (Rossignol M. et al., 2011a; Rossignol M. et al., 201b; Rossignol M. et al., 2012; Danno K. et al., 2014; Grimaldi-Bensouda L. et al., 2016); le infezioni del tratto respiratorio superiore - URTI (Grimaldi-Bensouda L. et al., 2014); i disturbi psicologici SADDs – sleep, anxiety and depressive disorders (Grimaldi-Bensouda L. et al., 2012; Grimaldi-Bensouda L. et al., 2015; Grimaldi-Bensouda L. et. al., 2016). Altri elaborano aspetti incidentali quali: l’impatto economico della medicina omeopatica (Colas A. et al., 2015); la relazione fra le caratteristiche dei pazienti e le scelte terapeutiche effettuate  (Lert F. et al., 2014).

Lo studio compara i data provenienti da tre gruppi di trattamento. Il primo gruppo è rappresentato dai pazienti che optarono per la sola terapia Omeopatica (MO). La terapia fu prescritta da medici omeopati qualificati e certificati. Il secondo gruppo è costituito dai pazienti che hanno seguito una “terapia integrata” ovvero mista (MX) che combinava le Medicine Complementari (MNC) con la Medicina Convenzionale (MC). Il terzo gruppo fu composto dai pazienti che scelsero la sola terapia Convenzionale (MC).

Dalla comparazione dei data, in breve, emerge che le terapie omeopatiche (MO) ed integrate (MX) presentano la stessa capacità terapeutica di quelle convenzionali (MC) nelle tre classi di disturbi analizzati.

In particolare, per quanto attiene alle infezioni del tratto respiratorio superiore (URTI) non emergono differenze statisticamente significative per quanto attiene al decorso della sintomatologia (Grimaldi-Bensouda L. et al., 2014) se non che: i pazienti che scelsero la terapia omeopatica e/o mista fecero minor uso di antibiotici, antipiretici ed antiinfiammatori.

Per quanto attiene ai data inerenti ai disturbi muscoloscheletrici – MSDs emerge una situazione simile alla precedente (Rossignol M. et al., 2011a; Rossignol M. et al., 201b; Grimaldi-Bensouda L. et al., 2011; ; Danno K. et al., 2014; ; Grimaldi-Bensouda L. et al., 2016). I pazienti curati da medici omepati mostrarono una progressione clinica simile ai pazienti curati con la medicina convenzionale. Di contro, avendo utilizzato meno FANS (NSAID), hanno riportato meno sintomi collaterali collegati ad essi, senza alcuna perdita d’opportunità terapeutica (Rossignol M. et al., 2012).

Anche i data sui disturbi psicologici SADDs (sleep, anxiety and depressive disorders) hanno riportato risultati analoghi. Un primo studio ha riportato che i pazienti che hanno seguito la terapia omeopatica (MO) e/o integrata (MX) hanno riportato gli stessi miglioramenti dei pazienti curati con la medicina convenzionale (MC) con minori effetti collaterali legati all’uso degli psicofarmaci (Grimaldi-Bensouda L. et al., 2015). Un secondo studio (Grimaldi-Bensouda L. et. al., 2016) ha rilevato risultati migliori per i pazienti che hanno seguito il trattamento omeopatico (MO) ed integrato (MX). Emerge che: “patients with ADDs choosing to consult GPs who prescribe homeopathy in addition to conventional medicine reported use of fewer psychotropic drugs and were marginally more likely to experience clinical improvement than patients managed with conventional care”.

Gli autori però sono stati cauti sul motivo: “These findings may result from the combined effect of inefficacy of conventional psychotropic drugs and statistical regression to the mean as well as from effective homeopathic management“.

Lo studio EPI 3 presenta due limiti principali: (1) fornisce validità ecologica ed esterna al trattamento omeopatico ma non validità interna. Quest’ultima deve essere cercata in altri studi con disign sperimetale; (2) i data sui SADDs che, sebbene a prima facie sembrerebbero essere incoraggianti, potrebbero non esserlo. Dire che il trattamento omeopatico ha performace uguali a quelle degli psicofarmaci nella cura dei SADDs (salva: l’assenza degli effetti collaterali degli psicofarmaci; ed una tendenza maggiore verso il miglioramento clinico, probabilmente dovuta alla prima) sembrerebbe un “buon risultato” se, e solo se, gli psicofarmaci avessero una “buona” capacità terapeutica nel trattamento dei SADDs.  Di contro, qualora la capacità terapeutica degli psicofarmaci nel trattare i SADDs è equiparabile a quella d’un placebo, per la proprietà transitiva, il risultato ottenuto non è definibile “positivo” per l’Omeopatica.

Un altro aspetto da considerare (in particolare sui data ottenuti per i SADDs) è l’eventuale presenza di variabili confondonti (quale: lo stile di vita; l’esercizio fisico; l’alimentazione) che possono aver influito sul miglioramento clinico e/o il decorso.

A proposito, infatti, è da rilevare come diversi studi dimostrano che l’esercizio fisico (in se e per se) ha gli stessi effetti terapeuti (se non maggiori) degli psicofarmaci (SSRI) nel trattamento della depressione maggiore. Conformemente a Babyak M. et al. (2000), l’esercizio fisico ha effetti uguali alla sertralina dopo 4 messi di trattamento. Dopo 6 mesi, gli effetti sono migliori rispetto allo psicofarmaco. Lo studio coinvolse 157 pazienti con diagnisi di depressione maggiore. Questi sono stati assegnati a tre gruppi di trattamento: (1) solo esercizio fisico; (2) solo sertrapina; (3) combinazione di esercizio fisico e sertrapina. Dopo 6 mesi di trattamento: solo il 30% dei soggetti inseriti nel gruppo “esercizio fisico” era ancora depresso. Di contro, il 52% dei soggetti inseriti nel gruppo “sertrapina” ed il 55% dei soggetti inseriti nel gruppo “sertralina ed attività fisica” era ancora depresso. Rimer J. et al. (2012) conferma la parità d’efficacia terapeutica fra l’esercizio fisico e gli SSRI. Questi studi, quindi, sottolineano la necessità di controllare l’azione di possibili variabili confondenti. I risultati degli studi citati (ma è solo un ipotesi) potrebbero suggerire che: l’esercizio fisico possa avere favorito il gruppo sottoposto al trattamento omeopatico (non avendo quest’ultimo gli effetti collaterali degli psicofarmaci). Di contro, potrebbe non aver apportato miglioramenti significativi nel gruppo sottoposto al trattamento misto e/o con i soli psicofarmaci. Gli effetti collaterali di quest’ultimi, infatti, potrebbero “interferire” con, e “vanificare” i, possibili contributi dell’esercizio fisico.

Tornando al secondo limite, se il trattamento omeopatico è equiparabile a quello con gli psicofarmaci, occorre analizzare la capacità terapeutica propria degli psicofarmaci prima di avanzare qualsiasi ipotesi su trattamenti equiparabili nei risultati a quest’ultimo. Un analisi che presenta profili di attualità. Da questa analisi è emersa: l’inefficacia degli psicofarmaci; e, la poca attendibilità delle ricerche delle Aziende Farmaceutiche. Exempli gratia, Marcia Angell (2011) affermò: “ho dedicato la … mia vita professionale a valutare la qualità della ricerca clinica e ho maturato la convinzione che essa sia particolarmente scadente in psichiatria. Gli studi clinici realizzati dalle aziende … sono progettati in termini tali da favorire il farmaco in valutazione“. Questo accadde particolarmente in Psichiatria poiché (come in Psicologia) la dimensione interpretativa gioca un ruolo maggiore rispetto alla dimensione “oggettivo-fattuale” rispetto alle altre discipline mediche. Rispetto a quest’ultime, infatti, la psichiatria si presta a “contaminazioni” di “natura postmodernista”.

Un esempio di Iperrealtà “psichiatrica” è stato fornito dall’esperimento di Rosenhan (1973, 1975). E’ stato sufficiente definire delle “persone sane di mente” come “malate” ed istituzionalizzarle per rendere “incapaci” gli psichiatri e gli infermieri d’accorgersi che quei soggetti erano invece “sani”. Tutto quello che queste “persone sane” facevano e/o dicevano veniva re-interpretato (aggiungerei: retrospettivamente a là Weick) in modo da confermare la falsa informazione iniziale. Questo non sarebbe accaduto, e.g., in un reparto di Ortopedia qualora ad un soggetto sano fosse stata diagnosticata una frattura ad un arto. Chiunque se ne sarebbe accorto! La psichiatria, quindi, è più vulnerabile rispetto all’altre specializzazioni / specialità mediche: alla disinformazione; alle false informazioni e credenze; alle distorsioni e deformazioni della realtà[13].

Questi giochi interpretativi possono ricadere anche sulla “validità” degli psicofarmaci ed i loro effetti collaterali. Exempli gratia, il prozac causa comportamenti anti-conservativi, ma il suicidio d’un paziente depresso trattato col Prozac può essere “facilmente” attribuito alla depressione stessa e non allo psicofarmaco usato. Così la “psichiatria è diventata la miniera d’oro delle Aziende Farmaceutiche” (Spencer D., 2011).

Il Prozac (fluoxetina) lo prendo ad esempio della “capacità terapeutica” degli psicofarmaci dato che parliamo dei SADDs.

La vicenda del Prozac (fluoxetina) ha dell’incredibile sebbene sia un esempio “classico” di ciò che avviene nel “mercato” farmaceutico governato dalle BIG Pharma. Messo sul mercato nel 1988, la Lilly pensò di ritirarlo per la sua “scarsità terapeutica”. Resasi conto che tale scelta avrebbe condotto l’Azienda al fallimento, non lo fece (Healy D., 2004, 2012; Brownlee S., 2007; Boseley S., 1999; Gotzsche, 2015). Nonostante l’Agenzia Tedesca del Farmaco lo ritenne improponibile per il trattamento della depressione (Healy D., 2004), il Prozac divenne un “campione d’incassi” proprio come antidepressivo (assieme ad altri usi anche “off-label“). La Lilly realizzò il successo del Prozac manipolando: studi; informazioni; ricerche. In altre parole, creò ciò che abbiamo chiamato Iperrealtà. In essa, il Prozac divenne la “pillola della felicità” (voluta da tutti!). La parola “Prozac” entrò nel linguaggio comune. La gente ne parlava al Bar. Le persone (di propria iniziativa) lo richiedevano ai GPs. Era sufficiente un “litigio d’amore” che lo si voleva! Chiunque proponeva frames critici (per quanto ben: argomentati; fondati e razionali) era liquidato con argumenta ad personam come un “sebastiancontrario” (per usare un eufemismo) a cui non dare retta e “nemico” del Progresso! Nel 2017, però, è stato pubblicato un “articolo-rapporto” scritto da psichiatri inglesi, canadesi e statunitensi, che riporta come vi sia poca differenza fra il placebo e diversi farmaci antidepressivi tra i quali la fluoxetina (prozac). Silvio Garattini (2017), nel dare la notizia, scrive: “Finalmente la “bomba” è scoppiata” chiedendosi chi avrebbe rimborsato il Sistema Sanitario.

Pertanto i data rilevati dalla survey EPI 3, in particolare quelli sui SADDs, devono essere valutati anche alla luce di quanto detto supra.

 Il presente autore (studiando Psicologia) quindi trova interessante declinare la curiosità intellettuale sulla Medicina Omeopatica all’interno dei SADDs (sleep, anxiety and depressive disorders) per quanto possibile. Sarà intellettualmente stimolante indagare se i rimedi omeopatici hanno (oppure no) efficacia terapeutica sui SADDs oppure se i risultati ottenuti dallo studio EPI 3 non siano significati per i motivi ut supra.

Dalla Validità Ecologica alla Validità Interna: esiste una letteratura di riferimento?

Il primo limite dello Studio EPI 3 è fornire alla Medicina Omeopatica la validità ecologica ed esterna ma non la validità interna. Tutte queste sono validità complementari necessarie per una buona teoria. Mentre le prime due possono essere dimostrate con delle survey, la seconda può essere avvalorata solo con design sperimentali in laboratorio.

Nonostante esistano procedure statistiche atte ad inferire “nessi causativi” dalle survey[14], esse (in mia opinione) non possono sostituire gli esperimenti. Solo nel design sperimentale fatto in laboratorio è possibile controllare tutti i fattori in gioco (Giani, 2012; Conte Stella, 2010; Chiorri, 2010; Pedon A. & Gnisci A, 2004; McBurney D. H., 2001; Camaioni L. & Simon F., a cura di, 1990; Zappalà S., 2007; Bosco A., 2009; Zammuner V. L., 1998). Non è possibile, di contro, controllare tutti i fattori agenti in un sample d’una survey. Exempli gratia, durante una degenza anche l’alimentazione, lo stile di vita e l’attività fisica, hanno la loro importanza. Essi agiscono, pertanto, come variabili confondenti. Questo non permette di inferire con sicurezza alcun tipo di relazione casuale (diretta; indiretta; condizionata; spuria; congiunta; reciproca).

Gli interrogativi mossi dal presente autore a questo punto sono: esiste una letteratura scientifica omeopatica? Esistono esperimenti atti a provare nessi causativi in Medicina Omeopatica? Possiamo indagare la validità interna?

Una prima risposta la si può cercare facendo una ricerca su PubMed (www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed). Conformemente ad una ricerca fatta dalla Scuola di Omeopatia di Genova (Tonelli, 2017), alla voce “homeopathy” a Febbraio 2017, comparivano 5.428 studi. All’interno di questo numero però c’era un po’ di “tutto”. Così si è cercato di rilevare la presenza di quegli studi che potevano essere rilevanti. Tra essi sono state trovate: 8 meta-analisi; 37 revisioni sistematiche (11 positive; 17 non conclusive; 10 negative); 117 Randomised Controlled Trials - RCTs pubblicati dal 2016 (17 con esisto fortemente positivo; 50 con esito moderatamente positivo; 53 con esito non concludente; 2 con esito negativo); 306 RCTs (pubblicati dal 1950 al 2015) di cui: 204 sono stati pubblicati su Riviste peer-reviewed; 104 di high quality (livelli I di evidenza) in 61 indicazioni cliniche. Il 43% di quest’ultimi ha riportato un esito positivo; il 56% un esito non conclusivo; il 5% un esito negativo.

Viene osservata la presenza di: 534 Studi Osservazionali; 95 Outcomes Studies (costi / benefici; Qualità di Vita); 324 Studi di Ricerca di Base; 116 Studi di Agro-Omeopatia.

Una revisione della letteratura scientifica sulla ricerca clinica in omeopatia veterinaria è stata fatta da D’Alterio (2013). La ricerca uso’ il Veterinary Clinical Research-Database in Homeopathy (VetCR) e PubMed.

VetCR riportò la citazione di 356 pubblicazioni e 208 autori. D’Alterio le raccolse in sei “categorie” omeopatiche: omeopatia classica (46/256); omeopatia clinica (113/356); complessi omeopatici (114/356); omotossicologia (46/356); isopatia (5/356); nosodi (16/356).

PubMed riportò 213 articoli. Il 40% in meno rispetto a VetCR.

Nella ricerca effettuata, il presente autore ha trovato di grande interesse le ricerche fatte nelle Università Italiane. In particolare, le ricerche di Paolo Bellavite (Università di Verona – Medico e Professore di Patologia Generale) che vanta 308 pubblicazioni. Parte dei suoi studi possono essere reperiti su www.paolobellavite.it. . Interessanti sono anche gli studi di Lucietta Betti (Università di Bologna; Dipartimento di Scienze Agrarie – Patologia Vegetale). Gli studi sulle cellule e sui vegetali sono interessanti in quanto minimizzano l’effetto placebo.

Per quanto possibile cercherò di confrontarmi il più possibile col loro lavoro. In particolare con le ricerche sperimentali di Bellavite.

Degno di nota è l'”orto omeopatico” allestito all’EXPO 2015. E’ stato un’occasione per vedere dal “vivo” l’azione dell’Omeopatia sui vegetali.

Pertanto: le riflessioni sul dibattito mediatico; lo studio EPI – 3; gli elementi di validità ecologica ed esterna visti; la possibilità d’indagare la validità interna sulla letteratura scientifica omeopatica presente; la presenza di ricerche fatte in ambito universitario Italiano; i research findings ottenuti; …, rendono opportuno un approfondimento sull’argomento.

L’attualità di questa ricerca è sottolineata dalla lettera che il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), Walter Ricciardi, ha scritto al presidente del FNOMCeO, Filippo Anelli, il 24/05/2018 (protocollo n. 371/18) nella quale accoglie la proposta di istituire presso ISS un “Tavolo di confronto per la revisione della letteratura scientifica e delle evidenze disponibili sull’omeopatia che preveda la partecipazione oltre che della FNOMCeO anche dei docenti universitari interessati e dei referenti nazionali delle società scientifiche di settore”.

La Medicina Omeopatica: l’Ortodossia e le “Contaminazioni”

L’Omeopatia: Storia; Ortodossia ed Eresia

La Medicina (dal latino ars medicinae) si occupa della prevenzione e guarigione delle malattie e/o degli stati morbosi in generale. Essa promuovere la salute intesa come benessere bio-psico-sociale (OMS / WHO). Tutte le Conoscenze Scientifiche provenienti dai diversi “rami del Sapere” vengono rielaborate ed utilizzate a tal fine.

Per Medicina Ufficiale e/o Convenzionale s’intende il Paradigma medico dominante insegnato nelle Università. Talvolta è chiamato Allopatia (dal greco: allo, contraio; e phatos, sofferenza) per contrapporlo all’Omeopatia (dal greco: homeos, simile; phatos, sofferenza)[15].

Per medicine complementari e/o alternative s’intende un corpus eterogeneo di paradigmi medici con “ruolo” minoritario rispetto al Paradigma dominante. Ognuno di questi è fondato su assiomi completamente diversi. Alcune medicine complementari si sono sviluppate all’interno d’un determinato Sistema Filosofico e/o Culturale. Queste medicine sono chiamate tradizionali. Exempli gratia, la medicina cinese e l’ayurveda. La malattia; la pratica terapeutica; la stessa patologia e fisiologia; … sono interpretate diversamente rispetto al Paradigma medico dominate[16].

Altre medicine complementari sono costituite da Scuole e/o Pratiche Terapeutiche nate, create e sviluppate, all’interno del Paradigma medico dominate da medici che vi appartengono. Alcune d’esse, exempli gratia, sono la fitoterapia, l’aromaterapia, la medicina omeopatica. Esse sono diventate medicine alternative e/o complementari rispetto al Paradigma ufficiale quando nel XX secolo la medicina sviluppò i vaccini, gli antibiotici e gli anti-infiammatori. Quest’ultimi hanno, così, “sostituito” le altre forme terapeutiche con prodotti farmaceutici, chimici e/o sintetici, che risultarono a prima facie più efficaci, veloci e sicuri, nel dare risultati. Questo fatto, assieme alle dinamiche illustrate da Kuhn (1962;1970) e dal Postmodernismo, ha permesso alla medicina ufficiale di “accantonare” tutte le altre pratiche terapeutiche. Quest’ultime, per “sopravvivere” e “combattere” per un proprio riconoscimento, si sono “unite” nella così detta medicina complementare e/o alternativa.

Un esempio di quanto detto è dato da ciò che avvenne in Francia dopo la II Guerra Mondiale. I medici omeopati si divisero in “due correnti”. La prima voleva che la Medicina Omeopatica fosse una Disciplina Medica Indipendente (Sindacato Nazionale dei Medici Omeopatici Francesi; Federazione Nazionale delle Società Mediche Omeopatiche di Francia; Scuola Francese di Omeopatia). La seconda voleva che la medicina omeopatica fosse integrarla con le altre “terapie non convenzionali” definendole tutte assieme Bioterapie (Société Médicale de Biothérapie; Confédération Nationale des Sociétés Medicales de Biothérapie; Syndact de la Médecine Homéopathique). Nel termine bioterapie, non ricadevano solo la Fitoterapia, l’Aromaterapia, l’Omeopatia, l’Omotossicologia, la Gemmoterapia, la Litoterapia, la Isopatia ed Organoterapia, ma anche i Fiori di Bach, la Pranoterapia, Agopuntura, etc … . …(Sarembaund A., 1993).

Il primo gruppo voleva rendere l’Omeopatia il più possibile scientifica, mantenendola autonoma rispetto alle altre medicine complementari, per “re-integrarla” nel Paradigma medico dominate il prima possibile. Di contro, questa scelta l’avrebbe resa “debole” ed “isolata” nel frattempo, ponendola a rischio d'”estinzione”. Il secondo gruppo, pertanto, più pragmatico, voleva “allearsi” con le altre medicine alternative per creare una “minoranza”, coesa ed unita, capace di combattere per i propri diritti e “sopravvivenza”.

Questo, però, se fu utile e strategico da un punto di vista politico, favorì una progressiva “contaminazione” del Paradigma omeopatico con aspetti ad esso estranei. In particolare, alcuni omeopati usarono il concetto d'”energia vitale” di Hahnemann per aprirsi ad alcune idee della New Age, delle Medicine Tradizionali (cinese; indiana) e dell'”esoterismo“. Al posto di ricercare una spiegazione scientifica e sperimentale del principio d’azione dei rimedi, s’abbandonarono a derive semiotiche. Il concetto d””energia vitale” usato da Hahnemann al tempo come principio esplicativo a là Bateson per spiegare il meccanismo d’azione del rimedio, fu associato al prana, al Qi ed all’aura. Questa non era l’idea di Hanhemann. Quest’ultimo, non potendo spiegare diversamente il principio d’azione del rimedio con le conoscenze che aveva al Tempo, usò l’energia vitale e la vis medicatrix naturae per spiegare la tendenza dell’organismo a guarire e mantenere una propria omeostasi.

Il paradigma omeopatico, così, fu progressivamente “contaminato” con: (1) i meditation proving, usati al posto della sperimentazione omeopatica “in senso stretto” (provings omeopatici sperimentali)[17]. Nei meditation proving i rimedi e/o le sostanze da sperimentare non sono più assunte dai provers (campione) in un esperimento “in doppio cieco”, ma “sperimentate” all’interno di “sedute di meditazione” (yoga e/o similia). La sostanza e/o il rimedio viene solo pensato (visualizzato) dallo “sperimentatore” mentre medita su di esso! Ciò che lo sperimentatore “prova e vive” in quel momento meditativo verrebbe considerato come sample dell’effetto primario della sostanza, ovvero il quadro sintomatologico per il quale il rimedio verrebbe indicato!!!! Un atteggiamento critico verso tali derive è stato assunto in Italia da Petrucci (2018); (2) l’uso dell’analogia per rimpiazzare il principio del simile. Il rimedio non è più scelto secondo il principio del simile ma secondo il principio dell’analogia ben diverso dal primo. L’analogia non guarda la similitudine fra il quadro sindromico del paziente e quello tossicologico (causato dagli effetti primari della sostanza) del rimedio. Di contro, cerca “analogie” fra il paziente e sostanza. Exempli gratia, se il paziente muove spesso la lingua come un serpente, il rimedio deve essere un veleno di serpente! La materia medica e le sperimentazioni cliniche sono accantonate!!!! Al loro posto è reintrodotta, con parole di “bella posa”, la legge delle segnature di Paracelso!

Questi due esempi danno un idea delle “contaminazioni” che il Paradigma omeopatico ha ricevuto nel tempo, portando alcuni suoi “praticanti” a finire nella pura eresia!  Esse sono il frutto di mere derive semiotiche, termine usato da chi scrive, che sebbene capaci di fornire “scenografie colorate e pittoresche” per creare proselitismo in alcuni ambienti, causano solo imbarazzo ai medici omeopati seri che cercano di fondare l’Omeopatia sull’evidenza scientifica ed empirica.

L’Omeopatia è un sistema clinico-farmaceutico che utilizza rimedi in low dose prodotti a partire da tinture madri (TM) e/o triturazioni di sostanze d’origine vegetale, minerale o animale. Il suo scopo è stimolare le capacità guaritrice dell’Organismo (vis medicatrix naturae: intesa come la tendenza filogenetica dell’organismo a mantenere uno stato di omeostasi). I rimedi vengono preparati secondo precise farmacopee (Tedesca: Homoopathisches Arzneibuch – H.A.B.; Francese: CODEX; Americana: United States Homeopathic Pharmacopoeia – HPUS approvata dalla FDA) attraverso un processo di diluizioni e dinamizzazioni.  La prescrizione del rimedio avviene seguendo la legge del simile (Coulter, 1976; Dujany, 1978; Reckeweg, 1981; Charette, 1982; Julian & Haffen, 1982; Meuris, 1982; Barros & Pasteur, 1984; Del Giudice & Del Giudice, 1984; Lodispotro, 1984; Bianchi, 1987; 1990; Brigo & Masciello, 1988; Tetau, 1989;  Mossinger, 1992; Bellavite & Signorini, 1992; De Angelis, 2017; Tonello, 2017).

Il rapporto fra l’omeopatia e la medicina ufficiale ha avuto alterchi storici caratterizzati da una “forte conflittualità”. Nonostante il principio omeopatico ed allopatico furono formulati, usati e conosciuti, fin dal tempo di Ippocrate, è solo con Hahnemann che l’omeopatia nasce come sistema clinico-farmaceutico strutturato con un proprio metodo sistematizzato di terapeutica medica e valutazione clinica (Lange, 2011). Hahnemann scoprì l’omeopatia dopo aver abbandonato la pratica medica ritenuta incapace di curare al tempo.

Traducendo nel 1789 la materia medica di William Cullen, Hahnemann si accorse che la china (usata per curare la malaria) provocava un quadro sindromico simile a quello malarico. Questo fatto lo portò ad intuire la legge del simile.

Conformemente ad Hahnemann: se una sostanza in dose ponderale è capace di causare un dato quadro sintomatologico (effetto primario), quella stessa sostanza sarebbe in grado di curare quadri sindromici simili se assunta in dosi millesimali (effetto secondario). Il principio della diluizione e dinamizzazione fu scoperto durante la sperimentazione. Hahnemann volle sperimentare tutte le sostanze usate al tempo per individuare i “quadri sintomatologici” che causavano (patogenesi). Dato che molte di esse erano tossiche, Hahnemann iniziò a diluirle. La diluizione rendeva necessario distribuire uniformemente la sostanza nel solvente. Ciò portò ad agitare i flaconi con forti succussioni. Così scoprì che le sostanze diluite e dinamizzate mantenevano ed aumentavano la loro capacità terapeutica (perdendo invece gli effetti tossici). Di contro, i rimedi che venivano diluiti ma non dinamizzati perdevano ogni effetto terapeutico. Il terzo principio (la sperimentazione omeopatica) non fu “una scoperta”, ma costituisce il modus operandi che Hahnemann usò per studiare la patogenesi delle singole sostanze. Quest’ultima veniva annotata nella Materia Medica Omeopatica e rappresentava l’individualità medicamentosa delle sostanze. Nella visita omeopatica Hahnemann cercava di individuare l’individualità morbosa del paziente (ovvero come il paziente viveva e manifestava in modo specifico quella malattia) per prescrivere il rimedio che aveva l’individualità medicamentosa più simile.

Lo sviluppo dell’Omeopatia e la sua diffusione nel XIX secolo fu rapido. Ciò fu avvantaggiato dalle pratiche terapeutiche inefficaci e dannose che la medicina ufficiale applicava al tempo. Nonostante ciò, fu fortemente criticata sin dai suoi albori. I medici ed i farmacisti la vedevano una minaccia ai loro profitti. In particolare i farmacisti erano contrari all’omeopatia poiché molti omeopati (come fece Hahnemann) preparavano i rimedia omeopatici personalmente (togliendogli lavoro e guadagni).

Un esempio dei grandi successi ottenuti dalla medicina omeopatica nel XIX secolo sono: (1) l’epidemia di colera di Cincinnati (USA) nel 1849. Due medici tedeschi immigrati curarono con l’omeopatia 1116 pazienti affetti da colera. Di questi solo 35 morirono; (2) l’epidemia di colera del 1854 a Londra. Il tasso di mortalità dei pazienti curati nell’ospedale omeopatico fu del 16,4%. Di contro, quello dei pazienti curati con la medicina ufficiale era del 53,2%; (3) l’epidemia di febbre gialla del 1878/1979 in America. La mortalità dei pazienti curati con omeopatia fu di 1/3 rispetto a quelli curati con la medicina ufficiale. (Coulter, 1977; Ullman, 1989; Gibson & Gibson 1987; Lange, 2011; Bellavite & Signorini, 1992).

Irrazionalmente, la medicina ufficiale non tentò d’integrare l’omeopatia nel suo paradigma (preferendo ad essa i salassi). Al posto di studiarla, quindi, decisero di combatterla. Nel 1846 nacque l’American Medical Assocetion che fra i suoi primi obiettivi aveva proprio la lotta contro l’Omeopatia.

In Italia l’omeopatia arrivò con le truppe austriache nel 1821. Essa fu sostenuta dai sovrani dei diversi Stati italiani visti i buoni risultati ottenuti. Nonostante ciò, non ottenne mai l’appoggio dell’establishment delle Facoltà di Medicina. Di contro, fu fortemente osteggiata da essa, venendo vista come una minaccia al suo prestigio ed alla sua posizione. In ogni caso, a Roma dove l’omeopatia fu sostenuta dai Pontefici, Gregorio VI nel 1848 nominò titolare della Cattedra di Filosofia della Natura dell’Università di Roma il medico omeopata Mengozzi. Il declino della medicina omeopatica avvenne nei primi decenni del XX secolo col progressivo sviluppo dei vaccini, degli antibiotici e degli antiinfiammatori. Le promesse della medicina ufficiale di poter “curare” ogni male, l’illusione legata al mito del progresso a là Hatch (2006) ed i successi iniziali ottenuti (come accadde per l’omeopatia), causarono il declino di quest’ultima.

L’Omeopatia “risorse” negli anni ”70/”80, quando l’evoluzione scientifica e tecnologica della medicina ufficiale, esaltata acriticamente sulla base del mito del progresso, iniziò a dimostrare che non era la panacea ad ogni male. La crescente consapevolezza degli effetti nocivi causati dai farmaci (alcuni dei quali visibili a distanza di tempo); il diffondersi crescente delle malattie iatrogene; la corruzione del mercato e della ricerca farmacologica; … iniziarono a far vacillare l’idea d’una medicina sicura, capace di curare ogni male ed interessata solo al benessere delle persone. Le Aziende Farmaceutiche, infatti, iniziarono a diventare sempre più avide, anteponendo i profitti ed i bilanci alla cura ed alla Salute delle persone. Questo le condusse ad usare ogni strategia postmodernista pur di “macinare” guadagni. Exempli gratia, le BIG Pharma hanno: falsificato ricerche; manipolato sperimentazioni; nascosto effetti collaterali molto gravi e nocivi; immesso sul mercato farmaci privi d’una reale efficacia terapeutica; corrotto funzionari delle Agenzie del Farmaco; influenzato “indebitamente” medici per fargli prescrivere i propri farmaci al posto di altri più efficaci ed utili ai pazienti (Gotzsche, 2015). Questo portò il Paradigma medico dominante ad essere “contaminato” con molti aspetti di Iperrealtà creati (non dai data sperimentali) ma da strategie comunicative e/o manipolative e/o corruttive. Ogni Iperrealtà, però, alla fine deve scontrarsi con i fatti. Alla fine, mutatis mutandis, “qualcuno” arriva ad accorgersi che “il Re è nudo“. Così, la popolazione s’accorse che il Paradigma dominante non era mosso dall’unico scopo di guarire, ma anteponeva i profitti a ciò. Questo ridestò interesse per le medicine alternative. Paradossalmente, l’enorme potere (economico e politico) conquistato dalle Big Pharma, in un iperbole d’avidità, arrivato ad essere fuori controllo (House of Commons Health Committee – UK, 2005; Ferner R. E., 2005), causò la loro crisi. Una dinamica comune a molte crisi attuali conseguite all’implosione delle iperrealtà sulle quali erano fondati i successi economici dei gruppi / settori coinvolti, e.g.: la crisi sui derivati; la crisi del settore bancario iniziata nel 2007/2008 e tutt’oggi non completamente risolta.

Oggigiorno, infatti, è riconosciuto che la maggior parte dei farmaci delle Aziende Farmaceutiche ufficiali in circolazione hanno ben poca efficacia terapeutica e/o utilità. Questo fatto è riconosciuto, e.g., da esponenti dell’establishment quali Garattini e dai managers delle stesse Aziende Farmaceutiche (e.g., Alan Roses, vice-presidente della Glaxo, affermò in un convegno a Londra che: “la maggior parte dei farmaci, più del 90%, funziona solo fra il 30% ed il 50% ” delle volte).  L’OMS (2013) rilevò che il 30% dei pazienti ospedalizzati è ricoverato per malattie iatrogene (ovvero causate dagli effetti indesiderati e/o collaterali degli stessi farmaci).  Di contro, i medicinali omeopatici ed omeo-tossicologici non hanno effetti collaterali, se non di scarsissima importanza (Dantas F. et al., 2000; OMS, 2009).

Un esempio di come il mercato fu “gonfiato” da farmaci di “scarsa utilità” solo per creare profitti aziendali, piuttosto che apportare reali miglioramenti terapeutici con una riduzione degli effetti collaterali nocivi, è dato dai FANS (antiinfiammatori non steroidei). I primi FANS possono essere considerati il paracetamolo e l‘acido acetilsalicilico. Entrambi hanno basso costo, buoni risultati ed una buona tollerabilità. Nonostante ciò, il mercato dei FANS si è sviluppato enormemente. Molti FANS però non hanno capacità terapeutiche realmente maggiori rispetto ai primi due. Di contro, hanno effetti collaterali molto più pesanti e nocivi. E.g., l’Astra-Syntex aveva il suo destino fondato sulle vendite del naproxene (FANS consigliato per l’artrite). Per creare profitti (non perché era migliore di altri) lo raccomandò per il trattamento delle lesioni sportive. Ricerche dimostrano che (salvo maggiori effetti collaterali) il naproxene non riporta alcun risultato migliore rispetto un trattamento fatto con bassi dosaggi di aspirina / acido acetilsalicilico (Gotzsche P. C., 2015). Non solo, la riduzione dell’edema ed un decorso più rapido e favorevole, non è legato al naproxene, ma nell’essere rimessi in movimento il prima possibile (Jorgensen F. R. et al., 1986). Nonostante ciò, ogni libro di testo usato nelle Facoltà di Medicina “elogia” il naproxene. Non solo, conformemente a Gotzsche (1987), per aumentare i profitti, l’Azienda consigliava ai medici di prescrivere 1 grammo di naproxene (al posto dei 500 mg consigliati) sulla base di rapporti e di studi realizzati dalla stessa Azienza con metodologie talmente viziate che l’autore al tempo le definì “timidamente”, usando un eufemismo, “piuttosto atipiche”.

I “peccati” e le “contaminazioni” d’entrambi i Paradigmi, Ufficiale ed Omeopatico, hanno reso impossibile la loro integrazione. Di contro, hanno alimentato uno “scontro” combattuto su tre theatra belli: (1) la “rivalità” economica, che si creò fin dagli inizi, dividendosi lo stesso “mercato”; (2) la dimensione epistemologico-metodologica con i problemi legati ad essa: la difficoltà nello spiegare il principio d’azione del rimedio omeopatico; la disinformazione sull’assenza di prove e di ricerche scientifiche sull’efficacia terapeutica dell’Omeopatia; l’equiparazione della Medicina Omeopatia alle Medicine Tradizionali; etc…; (3) l'”incomprensione di fondo” dovuta all’uso di Pratiche Discorsive eterogenee che si sono sviluppate nelle due Comunità di Discorso a là Lyotard. Mentre il medico omeopata comprende la partica discorsiva del Paradigma ufficiale, essendo quest’ultimo pre-requisito della sua professione, non avviene il contrario.

A tutt’oggi, infatti, l’omeopatia non è: né completamente accolta, né completamente rifiutata, dal Paradigma ufficiale. Essa resta rilegata in una sorta di limbo. Una situazione dimostrata dallo status quo ambivalente dell’attuale legislazione.

La divisione interna fra le Scuole di Omeopatia (alcune delle quali perse in derive semiotiche su “lidi d’eresia”) non hanno facilitato il riconoscimento dell’Omeopatia come pratica medica seria. Se per Bauman (2001), infatti, i poteri forti (e.g., le Big Pharma in campo medico) possono governare la “complessità” (d’una molteplicità di comunità di discorso a là Lyotard co-agenti) attraverso il vecchio e comprovato principio del divide et impera, essi non hanno dovuto fare “nulla” per creare divisioni all’interno della Comunità di Discorso della Medicina Omeopatica. I “disaccordi interni”, infatti, si crearono spontaneamente!

Tutte le dinamiche ed i fattori ut supra sono da tenere conto per comprendere perché l’Omeopatia non è stata accettata nel Paradigma ufficiale. Le critiche ufficiali che analizzeremo alla fine di questa sezione, infatti, non giustificano razionalmente ciò. Esse assolvono più il ruolo di argumenta usati ex post (a là logica dei valori) per giustificare scelte assunte a priori per altri motivi. Exempli gratia, l’incapacità di spiegare pienamente il principio d’azione d’alcuni rimedi (e.g., quelli con diluizione/dinamizzazione superiore alla costante di Avogadro-Loschmidt), infatti, non giustifica in se e per se il rigetto della validità d’un intero sistema clinico-farmaceutico[18]. Sono molti, infatti, i farmaci delle “Aziende Farmaceutiche ufficiali”, venduti e commercializzati, dei quali (non si conosceva e/o ancora non si conosce) il principio d’azione! Pertanto, la non conoscenza del “principio d’azione” non legittimata il rigetto d’un intero “sistema farmaceutico”, a meno che non legittimi il rigetto d’ogni altro sistema farmaceutico che incorre nella stessa occorrenza.

I Principi ed i Fondamenti della Pratica Omeopatica Ortodossa

Come accennato supra, il sistema clinico-farmaceutico della medicina omeopatica è riassumibile in tre principia e due strumenti: la materia medica; ed i repertori.

I tre principia sono: la “legge del simile”; il “principio della diluizione e della dinamizzazione”; il principio della sperimentazione omeopatica “in senso stretto” (proving omeopatico).

Il principio della similitudine, espresso da Hahnemann nell’Organon (§ 56 e segg.) afferma: similia similibus curentur. Questo principio esisteva già, col suo opposto (contraria contrariis curentur), ai tempi di Ippocrate. Ippocrate usava i due principia in base alla conoscenza (o meno) della causa della patologia. Quando la causa della malattia era nota applicava il principio dei contrari; quando la causa era ignota applicava quello dei simili.

Il principio afferma la che: (1) ogni sostanza biologicamente attiva produce (se assunta in dose ponderale) un insieme di sintomi caratteristici (effetto primario) che rappresentano la tossicologia propria di quella sostanza. Questo quadro, raccolto nella materia medica, rappresenta l’individualità medicamentosa dei rimedi (omeopaticamente prodotti attraverso le diluizioni e dinamizzati in dosi infinitesimali) preparati a partire da quella sostanza (effetto secondario); (2) allo stesso modo, ogni persona affetta da una noxa patogena vive e manifesta la propria condizione morbosa con un insieme di sintomi propri e peculiari (diversi da quelli altrui). Questo insieme di sintomi è chiamato individualità morbosa del soggetto; (3) la capacità innata a, filogeticamente presente nell’organismo di, guarire (vis medicatrix naturae) può essere stimolata e favorita dall’assunzione d’un rimedio che presenti l’individualità medicamentosa più simile a quella dell’individualità morbosa manifestata dal paziente (simillimum).

Non conoscendo il principio d’azione attraverso il quale il rimedio omeopatico è in grado di stimolare la vis medicatrix naturae del paziente, Hahnemann usò un principio esplicativo a là Bateson, chiamandolo energia / forza vitale. La spiegazione dell’efficacia della cura, mediante l’applicazione della legge dei simili, è descritta nei § 63 – 68 dell’Organon.

Oggigiorno possiamo spiegare questo effetto usando la teoria generale dei sistemi e la tendenza del sistema a mantenere e/o recuperare uno stato di equilibrio / omeostasi. Il rimedio rappresenta una informazione capace di produrre nel sistema una retroazione positiva verso un nuovo equilibrio.

In altre parole, ogni malato sviluppa e vive una malattia con una propria individualità morbosa legata sia a fattori innati (genetici) e sia a fattori acquisiti interagendo con l’ambiente. Ogni sostanza della Materia Medica presenta una propria tossicologia che rappresenta gli effetti che questa sostanza ha sull’organismo sano qualora assunta in dose ponderale (effetto primario). Questo quadro tossicologico (descritto dalla materia medica) rappresenta l’individualità medicamentosa della sostanza qualora assunta in dose infinitesimale e/o low dose (effetto secondario).

La legge del simile, quindi è criterium di prescrizione e d’individuazione del rimedio omeopatico corretto. La correttezza della scelta non è data dalla noxa patogena in se e per se, ma dall’insieme dei sintomi nella loro totalità attraverso i quali quel singolo soggetto vive e manifesta quella data noxa patogena. Pertanto la stessa malattia può essere curata con rimedi diversi da persona a persona. Questo è l’aspetto più difficile dell’omeopatia, non potendo avere protocolli standardizzati per le malattie.

Per questi motivi, la medicina omeopatica richiede che, prima d’effettuare la diagnosi omeopatica per individuare il rimedio, sia fatta una corretta diagnosi medica. Da quest’ultima, deriva la conoscenza della noxa patogena, della sintomatologia “classica” e del decorso “tipico”. Solo dopo una approfondita conoscenza di ciò, il medico omeopata può valutare quale sia la sintomatologia (rara; peculiare; tipica del soggetto) che differenzia quel paziente dagli altri (individualità morbosa) al fine d’individuare il più correttamente possibile il rimedium. Infatti, i sintomi riportati non hanno la stessa valenza. Quelli comuni e tipici d’una data noxa patogena sono meno “significativi”. Quelli rari, insoliti e peculiari, che caratterizzano il modo specifico attraverso il quale quel paziente vive e manifesta quella noxa patogena rispetto agli altri sono più significativi per l’individuazione del rimedio.

Exempli gratia, l’influenza causata dallo stesso virus è vissuta diversamente da soggetto a soggetto. Nonostante esistano alcuni rimedi più indicati di altri per tale noxa patogena, il paziente troverà beneficio solo se gli verrà prescritto il rimedio che più assomiglia al suo quadro sindromico. Una prima distinzione può essere fatta sulle modalità d’insorgenza dello stato febbrile. Conformemente a Mangini (2017), i rimedi indicati per uno stato febbrile a rapida insorgenza sono: aconitum; apis; arsenicum album; belladonna. Di contro, i rimedi indicati per uno stato febbrile ad insorgenza lenta sono: Bryonia dioica; Ferrum Phosphoricum; Gelsenium; Rhus toxicodendrum; Euphatorium. In entrambe le modalità di insorgenza: Chamomilla. Aconitum è indicato per febbri elevate conseguenti a colpi di freddo e variazioni repentine di temperatura. L’esordio è improvviso ed acuto. Il soggetto può avere una ipertermia senza sudorazione ed intensa sete d’acqua fresca. Apis è indicato per un esordio brusco e violento, torpore celebrale ed emicrania, possibili convulsioni e spasmi muscolari nel viso. La sete è tendenzialmente assente, la sudorazione è intensa, acre e di cattivo odore. Arsenicum album è indicato per febbri medie in soggetti molto agitati. I soggetti hanno freddo e devono stare interamente coperti, ad eccezione della testa. Il peggioramento è solitamente fra l’una e le tre di notte. La sindrome influenzale coinvolge il sistema gastro-intestinale (e.g., vomito, diarrea, etc…). Il soggetto beve piccole quantità d’acqua e/o d’altre bevande (sia calde che fredde). Belladonna è caratterizzata da una febbre alta, gola molto arrosata (quasi scarlatta) e dolorante, forte dolore alla deglutizione. C’è assenza di sete e secchezza delle mucose. Se il soggetto beve, desidera bevande bollenti. Il paziente non desidera scoprirsi e si copre completamente. Ci può essere midriasi, iperestesia e spasmi. Bryonia ha un esordio lento e progressivo. Il soggetto presenta cefalea frontale, dolori muscolari ed articolari. Ci possono essere anche dolori toracici e tosse secca e stizzosa. Il soggetto ha sete intensa. L’aggravamento avviene col movimento. Il miglioramento col riposo e la pressione (e.g. per i dolori). Ferrum phosphoricum è indicato in soggetti anemici, con cefalea congestizia, epistassi, tosse secca. Gli stati febbrili sono caratterizzati da febbri basse. Il soggetto può avere fotofobia e lacrimazione intensa. E’ presente anche un abbattimento generale ed un affaticamento intellettivo. Lo stato influenzale può essere accompagnato da otiti, sensazioni di caldo urente alle estremità e ricerca di angoli freschi, emorragie localizzate. La tracheite può diventare bronchite.  Gelsenium (un rimedio che vedremo essere importante anche per l’ansia) è indicato per influenze con cefalea occipitale, dolori oculari, profondo stato di prostrazione. Gli stati febbrili non elevati (possono lasciare strascichi e postumi post guarigione). Il soggetto preferisce restare solo. Lo stato influenzale può essere accompagnato da ansia, tremori agli arti. Le mani ed i piedi sono freddi. Può esserci obnubilamento e/o torpore.  Rhus toxicodendrum è indicato nei quadri influenzali che sono accompagnati da dolori reumatici, indolimento muscolare, rigidità articolare dolorosa, infiammazioni degli occhi. Possono esserci anche deglutizione difficile, coliche e diarrea. A livello dermico possono comparire bolle confluenti simili all’erisipela. Il paziente è agitato, cambia continuamente posizione, suda molto. Euphatorium è indicato nei casi in cui sia predominante la componente dei dolori ossei, oculari e muscolari. Chamomilla è particolarmente indicata per sindromi influenzali che colpiscono bambini molto capricciosi, facilmente irritabili, agitati ed inqueti. Una disposizione mite, calma e gentile, controindica l’uso di questo rimedio (Boericke, 1998). Il soggetto è iper-sensibile al dolore, agli odori ed alle critiche. Può presentare una guancia rossa e calda mentre l’altra è pallida. Il soggetto è assetato, caldo ed intorpidito. Vuole essere tenuto in braccio, ciò lo migliora e tranquillizza. Le condizioni morbose possono seguire e/o essere aggravate da rabbia e vessazione. Il mal di testa è pulsante; la corizza abbondante. Ci possono essere rantoli di muco nel torace, una tosse secca.

In altre parole in omeopatia si cerca di prescrive il simillimum che è il rimedio che più è “simile” al paziente nei termini ut supra. Un rimedio omeopatico che non presenta somiglianza con l’individualità morbosa del paziente: o, non procurerà alcun effetto; oppure, darà solo effetti parziali.

Il principio del simile può essere visto come una declinazione dalla legge di Arndt-Schultz. Conformemente ad essa, il diazepan (Valium) assunto in dose farmacologica ha effetti miorilassanti. Di contro, se assunto in low dose ha effetti eccitanti. Lo stesso vale in Omeopatia. Coffea Cruda (il rimedio preparato dalla TM prodotta dal chicco di caffè verde non tostato della coffea arabica) assunta in dose ponderale (e.g., come tazzina da caffè espresso con 30 – 35 mg di caffeina) ha come effetto primario la stimolazione del sistema nervoso centrale. Ciò può provocare insonnia se presa la sera. Di contro, in dose infinitesimale, coffea cruda è un rimedio per i quadri sindromici caratterizzati da iperattività mentale, pensieri vaganti e veloci, irrequietezza, insonnia causata da un’incessante lavorio mentale.

 Il secondo principio è quello della diluizione e dinamizzazione (low dose). Questo principio nasce come conseguenza del precedente. Se il rimedio che cura è capace di provocare in dose ponderale un quadro tossicologico caratterizzato da una sintomatologia simile a quella vissuta dal paziente (effetto primario), il rimedio dovrà essere utilizzato solo in low dose per due motivi: (1) il primo è evitare un aggravamento causato dagli effetti tossicologici della sostanza; (2) il secondo è produrre gli effetti medicamentosi, ovvero provocare l’effetto secondario della sostanza, spiegabili con la legge di Arndt-Schultz.

La diluizione riduce ed elimina la tossicità della sostanza di partenza; la dinamizzazione permette alla sostanza diluita di mantenere la capacità curativa attraverso le diluizioni. In assenza di dinamizzazione, la sostanza perde ogni effetto. L’azione esercitata dalla dinamizzazione; il principio d’azione dei rimedi omeopatici superata la costante di Avogadro-Loschmidt; … non sono chiari a tutt’oggi. Di fatto, questo aspetto rappresenta una delle critiche più forti verso l’Omeopatia.

La risposta comune a queste due “questioni aperte” ricade nella “traccia elettromagnetica” che si ipotizza essere lasciata dalla sostanza nel solvente (Del Giudice N. e Del Giudice E. 1999).  Una spiegazione che richiama diverse teorie che vanno dalla memoria dell’acqua alla meccanica quantistica.

Il terzo principio è quello della sperimentazione omeopatica detta anche proving. La sperimentazione omeopatica oggetto di questo paragrafo è la sperimentazione omeopatica in senso stretto. Essa non mira a verificare in doppio cieco l’efficacia terapeutica d’un rimedio omeopatico contro un placebo. Il suo scopo è quello d’individuare la tossicologia della sostanza usata per produrre il rimedio. In altre parole, la sperimentazione omeopatica “in senso stretto” cerca d’individuare la patogenesi della sostanza, alias l’individualità medicamentosa del rimedio, ovvero i suoi effetti primari.

Come vedremo nella terza Parte, questo è uno degli aspetti più problematici dell’attuale Medicina Omeopatica. Il problema non è tanto quello di trovare la patogenesi delle sostanze (tossicologia), ma l’aver usato una pluralità di metodologie eterogenee diverse.

La Patogenesi della sostanza si ricercava usando: (1) o, le conoscenze proprie della tossicologia; (2) o, la sperimentazione “antica” della sostanza fatta usando: o, in dosi ponderali; e/o low dose (basse diluizioni/dinamizzazioni) che lo sperimentatore progressivamente avvicinava alla Tintura Madre (non diluita/dinamizzata) fino alla prima comparsa dei primi sintomi (che causavano una lesione lievissima). Exempli gratia, il metodo usato da Hahnemann per ricercare l’effetto primario; (3) o, l’osservazione clinica.

L’effetto primario quindi è descritto dalla: (1) tossicologia, formatasi dalle conoscenze proprie sviluppatosi da intossicazioni accidentali; (2) sperimentazione omeopatica “antica” (e.g. quella detta supra). Una sperimentazione che provocava in tutti i provers una “lievissima” intossicazione, la quale (pur nelle differenze individuali) li portava a manifestare “quadri” sindromici simili. Ancora, l’effetto primario, indirettamente, era ricercato nell’osservazione clinica fatta dai medici omeopati nel trattare i singoli casi. Esso veniva ipotizzato quando si osservava che il rimedio “aveva risolto” sintomi presenti nel quadro sindromico del paziente trattato, ma che non erano riportati nella materia medica e/o repertori.

La sperimentazione moderna, oggigiorno, per evitare qualsiasi effetto tossicologico e/o lesivo nei provers, usa solo alte dinamizzazioni (7 CH; 9 CH; 15 CH; 30 CH; 200 CH). In Italia la sperimentazione usa la 30 CH di prassi. Durante queste sperimentazioni, però, non tutti i soggetti (provers) manifestano dei sintomi. Exempli gratia, una 30 CH ha effetti solo su alcuni soggetti e non su altri. Per spiegare questo phenomenum è nato il concetto di tipo sensibile (un altro principio esplicativo a là Bateson). Pertanto, le persone che non riportano alcun sintomo sperimentando una sostanza alla 30 CH, non hanno alcuna sensibilità a quella sostanza. Di contro, le persone che manifestano dei sintomi hanno un sensibilità specifica per essa. Questa sensibilità in Omeopatia è chiamata idiosincrasia (Comito R., 2000)[19]. Dato che: il numero dei sintomi è diverso da soggetto a soggetto; diversi soggetti riportano sintomi differenti; … sono stati introdotti i gradi dei sintomi nei repertori. Sono considerati sintomi di: I grado, quelli manifestati da un solo soggetto; II grado, quelli riportati da una minoranza; III grado, quelli riportati dalla maggioranza dei partecipati. Esiste anche un IV grado. Esso non è attribuito dalla sperimentazione, ma solo dai medici omeopati. Quest’ultimi, quando riscontrato nell’esperienza clinica che alcuni sintomi di II o III grado ripetutamente sono stati utili per individuare il rimedio e/o erano presenti nel quadro clinico curato, lo elevano al IV grado.

Se l’intenzione di questo tipo di sperimentazione è ottima (non procurare alcuna lesione neppure “lievissima”) essa crea dei problemi. Exempli gratia, i sintomi di I grado inseriti nella materia medica e nei repertori possono essere molto più probabilmente frutto di variabili confondenti e/o auto suggestione del soggetto, il quale partecipando ad una sperimentazione si aspetta che “qualcosa” accada. Il fatto che quel sintomo è riportato solo da un soggetto, non lo rende molto attendibile. Ancora, noi sappiamo che le diverse diluizioni e dinamizzazioni possono avere effetti differenti. Pertanto, non è opportuno mischiare all’interno della stessa tossicologia e/o materia medica e/o repertorio sintomatologie emerse da “sperimentazioni eterogenee”: alcune con dosi ponderali; altre con diluizioni alla 5CH, 7 CH, 9 CH, 15 CH, 30 CH, 200 CH.

Ancora, anche nell’ipotesi in cui esistano realmente dei tipi sensibili e che le reazioni di questi siano attribuibili solo ed unicamente al rimedio assunto alla 30 CH, restano forti i dubbi che i sintomi riportati siano un’espressione soft degli effetti primari della sostanza. Il rimedio alla 30 CH dovrebbe produrre effetti secondari per la legge di Arndt-Schultz (e/o in ogni caso effetti opposti rispetto a quelli primari). Pertanto, ciò che è percepito potrebbe essere: o, la sua azione terapeutica che smuove “qualcosa” in un sistema che era già in squilibrio per riportarlo in equilibrio; o, effetti opposti rispetto a quelli primari (una sorta di “negativo”); o, autosuggestione; o, effetti causati da variabili confondenti.

Come possiamo affermare che un sintomo, riportato dopo aver assunto una 30 e/o 200 CH, corrisponda all’effetto primario della sostanza !?

In altre parole, la sperimentazione omeopatica in senso stretto è una sperimentazione patogenetica nella quale si cerca di capire il complesso sintomatologico (psico-fisico) causato da una sostanza in un soggetto sano usando dosi ponderali e/o basse dosi atte a creare uno stato lesionale lievissimo. Questo stato lesionale lievissimo, sebbene con le differenze individuali, compare in tutti i soggetti sani in modo simile. Di contro, possono essere usate le conoscenze proprie della tossicologia, formatesi su intossicazioni involontarie ed accidentali. Exempli gratia, conoscere l’effetto del veleno del cobra (naja) per i sintomi manifestati da chi ne è stato morso.

Diversamente, oggigiorno, per evitare ogni possibile lesione (anche lievissima) si usano dinamizzazioni diverse e sempre più alte. Una sperimentazione fatta ad alte diluizioni/dinamizzazioni non produce effetti in tutti i provers, ma solo su alcuni soggetti che vengono definiti: sensibili. Inoltre fra quest’ultimi, non tutti riportano gli stessi sintomi. Ciò crea alcune domande: (1) esiste realmente una particolare sensibilità in quei soggetti e/o la reazione è dovuta alla suggestione e/o altre variabili confondenti? Una domanda più che legittima nel caso dei sintomi di I grado; (2) l’uso di diluizioni diverse (anche molto alte 12 CH, 15 CH, 30 CH, 200 CH) permette d’affermare che ciò che viene sperimentato appartenga agli effetti primari della sostanza? Etc … . Questi sono punti oggettivamente critici che, non colpiscono i fondamenti ed i principii della medicina omeopatica in sé e per sé, ma gli strumenti sviluppati nel Tempo da essa: la materia medica e dei repertori.

Il punto è delicatissimo. Infatti il rimedio per funzionare deve avere come effetto primario la capacità di creare un quadro sindromico simile a quello sofferto dal paziente. Questa corrispondenza viene cercata usando i repertori e la materia medica. Se quest’ultimi non sono attendibili, la prescrizione del rimedio può essere errata.

Questa eterogeneità delle fonti e delle metodologie usate crea criticità nel poter affermare che la materia medica riporta realmente un insieme degli effetti primari delle sostanze, ovvero sia utile per individuare le indicazioni terapeutiche di queste.

Questi tre principia universalmente riconosciuti sono declinati diversamente da autore ad autore. Exempli gratia: Sarembaud A (1993) aggiunge il principium della totalità. Comito R (2000) parla del principium della corrispondenza fra l’individualità medicamentosa del rimedio e l’individualità morbosa del paziente. In realtà, come si può capire dal discorso ut supra, questi autori aumentano il numero dei principii rendendo “autonomi” alcuni elementi propri degli altri tre. Exempli gratia, nei due esempi citati, hanno reso autonomi alcuni aspetti del principio del simile.

I Rimedi Omeopatici

Il rimedio omeopatico è una preparazione diluita e dinamizzata secondo le metodologie descritte dalla farmacopeia tedesca (Homoopathisches Arzneibuch – H.A.B.) e/o francese (CODEX). La farmacopeia americana oggi non è più usata. Conformemente ad esse, la sostanza dovrà essere dinamizzata ad ogni passaggio di deconcentrazione liquida e/o triturazione (nome dato alla deconcentrazione della sostanza non solubile).

In questa ricerca non considereremo i rimedi omeopatici complessi. Il rimedi complessi impediscono di identificare una relazione causativa chiara. In essi, infatti, non è possibile definire chiaramente: se l’azione dipenda dalla cooperazione di tutti i componenti; se dipenda solo da alcuni di essi; se dipenda solo da uno d’essi. Allo stesso modo non è possibile individuare se l’effetto del complesso sia dato dalla somma degli effetti delle singole sostanze agenti in modo sinergico, oppure se il complesso sia un “qualcosa” di diverso dalla somma delle parti a là Gelstaldt, ovvero acquisisca una indicazione terapeutica propria non sovrapponibile alla somma di quelle dei suoi costituenti.  Per tale motivo, chi scrive non si occuperà dei complessi in questa tesi.

Conformemente alla dichiarazione fatta dal presidente della Boiron alla trasmissione Piazza Pulita di LA7 del 30/11/2017, non esisterebbe alcuna “medicina omeopatica”, ma solo “rimedi omeopatici”. Pertanto, è importante definire quest’ultimi.

Conformemente all’art. 1 del D.Lgs n. 219/2006, il “medicinale omeopatico” è “ogni medicinale ottenuto a partire da sostanze denominate materiali di partenza per preparazioni omeopatiche o ceppi omeopatici, secondo un processo di produzione omeopatico descritto dalla Farmacopea Europea o, in assenza di tale descrizione, dalle farmacopee utilizzate ufficialmente negli Stati membri della Comunità Europea; un medicinale omeopatico può contenere più sostanze”.

I “materiali di partenza” possono essere vegetali, animali, minerali, bioterapici, isoterapici.

Se il materiale di partenza è vegetale e/o animale (e/o solubile in acqua e/o alcool) si procede preparando una tintura madre (TM). La TM è una preparazione ottenuta dalla macerazione delle sostanze di partenza in soluzioni idro-alcoliche nelle quali il titolo alcolico può variare in base alla sostanza di partenza.

Se il materiale di partenza è minerale e/o un materiale non solubile in acqua e/o alcool bisogna passare inizialmente attraverso una fase iniziale chiamata triturazione. Exempli gratia, si prende una parte di minerale e lo si mette in un mortaio con 99 parti di puro lattosio, triturando il tutto per venti minuti. Alla fine si ottiene la prima triturazione centesimale 1T (1:100). Successivamente, si prende una parte della 1T e la si mette in un mortaio con altre 99 parti di puro lattosio. Il tutto viene triturando nuovamente per 20 minuti. Si ottiene così la seconda triturazione centesimale 2T. Dopo la terza triturazione centesimale 3T e/o la sesta triturazione decimale (qualora il rapporto fra il minerale di partenza ed il lattosio sia 1:10) la maggior parte dei minerali diventa “solubile”. Pertanto, a quel punto si procede a diluirli e dinamizzarli con le metodologie usate per i rimedi vegetali ed animali.

I processi di diluizione e dinamizzazione possono avvenire con diverse modalità. I più usati sono le diluizioni centesimali hahnemaiane (CH) che hanno un rapporto 1:100 e le diluizioni decimali di Hering (DH) che hanno un rapporto 1:10.

Ogni passaggio è caratterizzato nel mettere in un flacone pulito (ovvero: tecnica dei flaconi separati) una parte della diluizione di partenza con 99 parti di solvente (per le diluizioni centesimali) e/o 9 parti di solvente (per le diluizioni decimali). Il solvente, di solito, è una soluzione idroalcolica a 70 gradi.

Diversamente, le diluizioni korsakoviane (K) sono caratterizzate dall’utilizzo d’un unico flacone che viene riempito e svuotato ad ogni passaggio. Oggigiorno questo metodo è usato in quanto è una tecnica economica, veloce e comoda, per ottenere alte dinamizzazioni (200 K; 1.000 K; 10.000K). Infatti, mentre per fare una 200 CH occorrono 200 flaconi diversi, per fare una 200K ne basta uno. Questa tecnica nacque in Russia per “necessità”. Korsakov, un generale medico russo, si trovò nella necessità di curare dei soldati in un ospedale da campo ritrovandosi senza mezzi. Egli non aveva, né medicine, né sufficienti flaconi per fare delle diluizioni / dinamizzazioni d’alcuni rimedi omeopatici con la tecnica delle CH e/o DH. Così, decise d’usare lo stesso flacone, riempendolo e svuotandolo, ad ogni dinamizzazione. Korsakov ipotizzò che la quantità di liquido che restava aderente alle pareti del flacone (dopo lo svuotamento) potesse corrispondere ad una parte su cento. In realtà non esiste alcuna corrispondenza fra le CH e le K. Alcuni autori (e.g., Maschi, 2003) riportano alcune “corrispondenze” approssimative che cercano di comparare la diluizione della sostanza: 5 CH = 30 K; 7 CH = 200 K; 9 CH = 1000 K. Ciò però è poco attendibile. Inoltre, anche se un 200K ha la stessa diluizione d’una 7 CH, è stata dinamizzata 200 volte contro le 7 della CH. Questo le attribuisce effetti diversi. In ogni caso, le K necessitano di più passaggi per “diluire” la sostanza di partenza e non assicurano una costanza del prodotto. Quest’ultima non è assicurata perché la quantità di principio residuo nel flacone varia ogni volta ad ogni dinamizzazione. Pertanto, sono usate preferibilmente solo le alte dinamizzazioni: 30 K; 200 K; 1000 K; 10.000 K. E’ da notare che in Omeopatia, per convenzione, il placebo è venduto col nome del rimedio alla 35 K.

Una tecnica presentata nell’ultima versione dell’Organon, pubblicato postumo dalla moglie di Hahnemann, è quella delle cinquanta-millesimali LM. La diluizione in questo caso avviene in un rapporto 1: 50.000. Il suo obiettivo sarebbe stato quello di ridurre al minimo il rischio d’un qualsiasi “aggravio omeopatico” (NOTA) che una possibile ripetizione della stessa diluizione CH / DH potrebbe comportare. Tale rischio, però, può essere evitato con le CH /DH potenziando il rimedio ad ogni somministrazione. Exempli gratia, si può mette in una bottiglietta da mezzo litro (riempita a metà o poco meno) 5 granuli d’un rimedio. Una volta sciolti, si agita la bottiglia con 100 succussioni. Ogni volta che si assume il rimedio (e.g. un cucchiaio), vengono date altre 100 succussioni alla bottiglietta. In questo modo, la diluizione/dinamizzazione del preparato è ogni volta lievemente diversa. Hahnemann consigliava, infatti, che è “conveniente … evitare di ripetere … la somministrazione del rimedio ad un grado di dinamizzazione identico” (§. 27 dell’Organon).

Le critiche mosse alla Medicina Omeopatica

All’interno del dibattito mediatico, molti influencers che si sono “schierati” contro l’Omeopatia non avevano conoscenza di quest’ultima. Non sapendo “cosa” criticare e/o “dove mettere le mani”, le rivolsero attacchi aggressivi e feroci al solo scopo di deriderla. Un comportamento oscillante fra ignoranza e disonestà intellettuale. Quest’ultima presente quando gli argumenta (palesemente fallaci ed oltraggiosi) venivano usati in “scienza e coscienza” come vere e proprie strategie comunicative per “gettare” discredito.

Exempli gratia, una di queste strategie comunicative è rappresentata da quella usata da un giornalista/medico durante la trasmissione Piazza Pulita di LA 7 (già citata). Egli argomentò che la medicina omeopatica non ha effetti terapeutici poiché: qualora ingerita “in diretta” un’intera confezione d’un rimedio omeopatico, egli non avrebbe subito effetti collaterali e/o stati lesionali! Questo avrebbe dimostrato inconfutabilmente che i rimedia omeopatici non curano!! Infatti, ingerendo un’intera confezione d’un qualunque farmaco ufficiale, egli avrebbe riportato una grave o gravissima intossicazione e/o stato lesionale. Le fallacia era evidente! L’assioma di fondo del suo ragionamento è errato. Nessuna legge scientifica lega l’efficacia terapeutica d’un medicinale ai suoi effetti collaterali in modo direttamente proporzionale! Come medico l’avrebbe dovuto sapere. Nessun farmaco produce “guarigioni maggiori” e/o “stati di benessere superiori”, quanti più effetti collaterali gravi è in grado di procurare al paziente[20]!?!?! Anzi, … questo crea un problema delle malattie iatrogene!?!?

L’esempio riportato supra indica il livello delle critiche. Aristotele, nell’ultimo capitolo dei Topici, suggeriva di stare attenti con chi si disputa per evitare “problemi”. Il filosofo sconsiglia “vivamente” di disputare col “primo arrivato”. Un confronto dialettico è possibile solo con coloro che hanno sufficiente intelletto ed onestà per: (1) non affermare “cose” tanto assurde da rendersi ridicoli ed umiliarsi (così da essere mossi successivamente da rancore); (2) disputare “con ragione”, ascoltare e valutare le argomentazioni altrui, controbattere un’eccezione con una contro-eccezione sull’argomento (senza cadere nell’uso d’argumenta ad personam); (3) cercare la verità con onestà intellettuale. Di contro, disputare con soggetti privi di sufficiente intelletto ed onestà espone solo ad: umiliazioni; provocazioni; diffamazioni; insulti; derisioni; attacchi personali; oltraggi; etc… . L’avversario (sapendo di avere torto nel merito della questione e/o non avendo gli strumenti per sostenere una conversazione su di essa) per vincere sposta il theatrum belli dall’oggetto della disputa alla reputazione dell’interlocutore (argumentum ad personam). In questo modo, distruggendo la credibilità dell’interlocutore, elimina l’attendibilità di tutto ciò che afferma (Schopenhauer, 1998)[21].

Il presente autore ha trovato un degno interlocutore in Garattini e nei ricercatori dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche – Mario Negri. L’indubbia onestà intellettuale di Garattini è provata dal fatto che egli ha criticato l’omeopatia allo stesso modo di come ha criticato molti farmaci ufficiali, senza mai assumere visioni dogmatiche e/o “partigiane”.

Le critiche esaminate (con le possibili risposte) sono le seguenti: (1) il problema del principio d’azione; (2) l’effetto placebo; (3) l’assente indicazione terapeutica dei rimedi omeopatici.

L’omeopatia è “acqua fresca”: il problema del principio d’azione dei rimedi omeopatici.

Una critica razionale contro l’Omeopatia riguarda l’assente conoscenza del principio d’azione dei rimedia con diluizioni/dinamizzazioni superiori alla costante di Avogadro-Loschmidt. Questi rimedia sono le Alte Potenze e si distinguono dalle Basse Potenze che operano al di sotto della costante di Avogadro-Loschmidt. La categoria delle Alte Potenze include tutti i rimedia che sono uguali e/o superiori alla 12 CH e/o la 24 DH. In essi è altamente improbabile la presenza delle molecole della sostanza attiva di partenza.

Conformemente al Paradigma ufficiale, il meccanismo d’azione dei farmaci è spiegato dal modello biochimico. L’effetto terapeutico è prodotto solo ed unicamente dalle molecole della “sostanza attiva”. Se quest’ultime sono assenti, il medicinale non può avere effetti terapeutici salvo l’azione data dall’effetto placebo. Essendo il solvente dei rimedi omeopatici composto d’acqua, alcool e/o lattosio, Garattini equiparò l’assunzione dei rimedi omeopatici all'”acqua fresca”.

Il ragionamento deduttivo fatto da Garattini è valido e coerente nei limiti in cui: a) si possa usare il ragionamento deduttivo nella Scienza al posto del ragionamento induttivo per falsificare una ipotesi e/o teoria; b) l’assioma messo a premessa sia vero. Garattini equipara in tutto e per tutto i rimedia omeopatici ai farmaci ufficiali. Egli non considera la diversa preparazione e gli effetti fisici della dinamizzazione. Così applica ai rimedi omeopatici il modello biochimico, rigettando a priori altri modelli quali quello biofisico.

Chi scrive osserva che, a proprio giudizio, Garattini incorre in quattro errori cognitivi per i motivi infra elencanti:

(1) estende questo argumentum (valido solo per le Alte Potenze) a tutti i rimedi dell’omeopatia, anche a quelli che hanno diluizioni/dinamizzazioni al di sotto della costante di Avogadro-Loschmidt (la cui azione, come detto supra et infra, è spiegabile col modello biochimico). Quest’ultimi sono la maggioranza di quelli usati. Garattini non discrimina fra queste due categorie di rimedia che usano meccanismi d’azione diversi;

(2) esclude a priori che possa esistere un altro modello rispetto a quello biochimico atto a spiegare i meccanismi d’azione delle Alte Potenze. Exempli gratia, il modello biofisico. Un modello che tiene conto della peculiare e diversa preparazione del rimedio tramite la dinamizzazione;

(3) applica il ragionamento deduttivo al posto del ragionamento induttivo per inferire e/o dimostrare un qualcosa di scientifico (ovvero per falsificare una teoria). Come vedremo i due ragionamenti sono l’uno l’opposto dell’altro. Nella Scienza può essere usato solo il ragionamento induttivo per falsificare una teoria e/o una ipotesi scientifica. Non può essere usato il ragionamento deduttivo per i motivi infra descritti, necessitando quest’ultimo la creazione d’un Sistema Formale di tipo Dogmatico basato su assiomi e non sull’osservazione empirico-sperimentale;

(4) si lascia influenzare dalla fissità funzionale (Epis, 2011-2015) che conduce ad escludere a priori tutto quello che contraddice e/o mostra dissonanza cognitiva verso il Paradigma ufficiale (Kuhn 1962; 1970).

Nell’affrontare questi punti, esaminiamo in ordine: il numero 3 ed i numeri 1, 2 e 4, assieme.

Il ragionamento usato da Garattini è un ragionamento deduttivo. Il ragionamento deduttivo non si basa sui fatti, né sull’osservazione della realtà (samples), non essendo un ragionamento empirico. Il ragionamento deduttivo si basa su assiomi e/o premesse e/o postulati. In altre parole, richiede la costruzione d’un Sistema Formale basato su assiomi accettati in modo dogmatico. Assunti per veri quest’ultimi, è il Sistema Formale a definire tutto ciò che è vero o falso nella Realtà. Di contro, il ragionamento scientifico è esattamente l’opposto: empirico-induttivo. La Scienza parte dall’osservazione della Realtà, alias dai fatti (samples), per inferire teorie e/o leggi scientifiche che sono sempre probabilistiche, mai “certe”. Queste leggi non possono essere mai considerate assiomi d’un Sistema Formale Scientifico in quanto in ogni momento possono essere confutate e/o falsificate dai fatti, venendo sostituite da nuove leggi. Qualora la Scienza diventasse un Sistema Formale non sarebbe più Scienza ma Dogmatica. La validità o l’invalidità d’una teoria scientifica; la verità o falsità d’un fatto empirico; … consegue solo all’osservazione della Realtà (samples), mai alla corrispondenza ad un Sistema Formale.

Garattini pertanto usa un ragionamento deduttivo basato su un Sistema Formale di tipo assiomatico per falsificare una teoria scientifica, mentre poteva farlo solo attraverso il metodo scientifico ed il ragionamento induttivo basato sulla osservazione sperimentale 

Inoltre, non discrimina fra le due categorie diverse di rimedi omeopatici: le Alte e le Basse Potenze (cadendo nel bias dell’effetto alone di Thorndike). Garattini non considera neppure che: in tutta la Storia della Scienza e dell’Umanità, la scoperta di qualcosa ha sempre preceduto la scoperta del suo principio d’azione[22]. In somma sintesi, è’ solo a partire dal XX secolo che l’uomo ha iniziato a conoscere i meccanismi d’azione di “tutto ciò″ che ha usato per millenni! Lo stesso avviene nella medicina ufficiale. Molti farmaci sono stati approvati e/o sono ancora approvati senza che sia conosciuto il loro meccanismo d’azione. Exempli gratia, nel 1993 la penicillamina (FARAL) era consigliata per l’artrite reumatoide anche nell’infanzia e per l’artropatia psoriasica non responsiva ad altra terapia. Ebbene, il meccanismo d’azione che la rendeva utile per tali indicazioni terapeutiche era sconosciuto. Sempre nel 1993, non era conosciuto il meccanismo d’azione, e.g., della: griseofulvina (antimicotico); carbamazepina (antiepilettico); clonazepam (usato: nella sindrome di West e di Lennox-Gastaut; nell’epilessia); etc … etc … (Menarini, Classi & Farmaci, 1993).

Sebbene, come visto supra, la non conoscenza del principio d’azione non giustifica il rigettare “qualcosa” che sembri funzionare, cercheremo d’affrontare l’argomento. Innanzitutto, il principio d’azione è diverso per le due categorie dette supra:

(1) da una parte abbiamo i rimedia che non superano la costante di Avogadro-Loschmidt (Basse Potenze). Questi rimedi hanno meccanismi d’azione spiegabili dal modello biochimico[23] (sebbene l’azione biochimica possa interagire con l’azione biofisica). Su questa categoria di rimedia come visto, la critica ut supra non ha effetto. Il solo modello biochimico coadiuvato dalla legge di Arnt-Schults può spiegare i meccanismi d’azione di questi rimedi. L’informazione è trasmessa a livello molecole;

(2) dall’altra parte abbiamo i rimedia che superano la costante di Avogadro-Loschmidt (Alte Potenze). Il meccanismo d’azione di questi rimedi non può trovare risposta nel modello biochimico. Questo poiché l’informazione è trasmessa con tracce elettromagnetiche a livello “meta-molecolare”. Affermare questo non significa cadere in derive semiotiche ed evocare concetti esoterici e/o magici quali: l’aura; il prana; il Qi. Affermare ciò significa effettuare uno switch (usando la funzione esecutiva dello shift, tipica del pensiero flessibile che è una life-skills) passando: dal modello biochimico al modello biofisico. Questo comporta un mutamento nella configurazione mentale (forma mentis) che può essere reso difficile dalla fissità funzionale. Qui non si parla più d‘informazioni veicolate dalle molecole ma di informazioni “memorizzate” nel solvente (acqua; idro-alcoolico) durante la dinamizzazione.

Il modello biofisico spiega: (1) la formazione delle tracce elettromagnetiche e/o la “memorizzazione” dell’informazione nel solvente (acqua); (2) la conservazione delle informazioni nella soluzione; (3) l’interazione delle informazioni con l’organismo.

Qualunque sia il meccanismo d’azione dei rimedi omeopatici (biochimico, biofisico) esso comunque opera all’interno d’un modello di complessità (Bellavite & Signorini, 1992, 2002; Bellavite, 1998, 2001, 2003, 2004a; 2004b; 2004c; 2004d; Bellavite P, Andrighetto GC, Zatti M, 1995; Del Giudice & Del Giudice, 1999).

La malattia è vista nella sua essenza come un disordine / disequilibrio del Sistema. Questo disequilibrio può riguardare l’intero sistema e/o alcune sue parti (strutture e/o funzioni). Il Sistema può essere aiutato a recuperare uno stato di equilibrio / omeostasi introducendovi informazioni per stimolare retroazioni positive. Chi scrive “ama” applicare a questo modello la Teoria Generale dei Sistemi. Altri autori preferiscono focalizzare la loro attenzione su ciò che chiamano biforcazioni (Bellavite & Signorini, 1992, 2002; Bellavite, 1998, 2001, 2003, 2004a; 2004b; 2004c; 2004d; Bellavite P, Andrighetto GC, Zatti M, 1995). Quest’ultime sono fasi nelle quali l’organismo si trova in uno stato d’instabilità, oscillando fra equilibrio e disequilibrio, salute e malattia, retroazione positiva e negativa. In queste fasi, anche la minima informazione (per quanto piccola sia) può avere un ruolo determinate nello spostare “l’ago della bilancia” da una direzione all’altra[24].

Il Modello Biofisico si basa (oltre che sulla Teoria Generale dei Sistemi) sulle teorie: della “memoria” e/o della struttura fisica dell’acqua; dei clusters; dei domini di coerenza; della super-radianza; dell’emissione biofotonica (e.g., studi di: Popp, 2003); della meccanica quantistica; dei cambiamenti fisici (rilevabili: agli infrarossi; con la risonanza magnetica; con altre metodologie) prodotti dalle dinamizzazioni e non dalle diluizioni non dinamizzate; etc…[25] .

Questo modello è un modello appartenente alla fisica teorica che, sebbene fondato su alcuni studi e ricerche, non è stato completamente comprovato. Nonostante ciò, chi scrive non può rigettare a priori la sua plausibilità per due motivi: a) esso non è stato falsificato col metodo scientifico che, di contro, lo reputa plausibile in termini di attualità e concretezza; b) buona parte delle teorie che consideriamo essere scientifiche non sono ancora provate del tutto[26]!

Chi scrive ritiene che: l’onestà intellettuale imponga d’usare “stessi pesi e misure” e/o le stesse regole per tutti in modo equanime. Diversamente, è come “barare”. Allora perché nella ricerca scientifica sono usati “pesi e misure” diverse? La risposta ricade nel legame fra Potere e Conoscenza a là Foucault. Exempli gratia, mentre le teorie sulla materia oscura non ledono gli interessi economici d’alcuna Lobby, quelle sul modello biofisico influenzano negativamente i profitti delle BIG Pharma. Quando questo avviene, come ha affermato Montagnier (2011), si producono situazioni di “terrorismo intellettuale“. Questo avviene con le diffamazioni viste supra e/o con “proposte allettanti”. Exempli gratia, a Bellavite fu offerto l’incarico di primario, qualora avesse abbandonato gli studi sull’omeopatia! Nel caso specifico, non accettò[27].

Nel libro a cura di Garattini (2015), Emilio Benfenati parla del principio d’azione. In somma sintesi, egli lo lega alla teoria della “memoria dell’acqua” avanzata da Luc Montagnier (premio Nobel per la medicina). La teoria sarebbe rifiutata in quanto non replicata al momento. Ebbene, la fondatezza del modello biofisico non dipende, in sé e per sé, dagli studi di Montagnier (che possono solo eventualmente convalidarlo). Il fatto che la ricerca non sia stata replicata, non giustifica il suo rigetto. Da una parte, non ci sono stati finanziamenti per replicarla; dall’altra parte, più della metà delle ricerche fatte in farmacologia ufficiale non sono mai state replicate e/o se si è tentato di farlo non hanno fornito gli stessi risultati significati. Nessuno ha inferito l’invalidità dell’intero Sistema Farmaceutico ufficiale[28]!

Nel celebre studio fatto da Montagnier (2009) l’autore ha osservato come il DNA si organizza intorno all’acqua. Un “principio … evidente, ma … altrettanto trascurato, come trascurate sono state le … interazioni tra la medicina e la fisica“. Lo scienziato mise: “… due distinte provette in un contenitore di lega metallica che” impediva “l’irradiazione verso l’esterno“. L’osservazione mostrò che “tra le due provette, …, c’era uno scambio di informazioni e di connotazioni a livello molecolare“. L’autore concluse che “questo … ha dimostrato che le molecole hanno un loro background elettromagnetico … in grado di trasferirsi da una molecola all’altra, da una provetta all’altra” (Montagnier et al., 2009). Secondo l’autore, tale esperimento sosterrebbe il modello biofisico secondo il quale: “quando si diluisce una sostanza fino a far rimanere “solo acqua”, essa mantiene comunque un suo background elettromagnetico … … un fenomeno che afferisce alla fisica quantistica, alla struttura fisica dell’acqua“.

Il modello biofisico parte proprio dalla struttura dell’acqua. E’ nell’acqua che vengono memorizzate le informazioni non nell’etanolo (che aiuta, di contro, la sola conservazione). L’acqua è un liquido nel quale ogni molecola è capace di creare legami idrogeno con le altre molecole vicine. Questi legami possono essere modificati. Conformemente a Sukul & Suckul (2003), ci sono ampie prove sperimentali che sostengono la possibilità delle molecole dell’acqua di: creare “connessioni” di reti dinamiche capaci di codificare informazioni dai principi attivi disciolti in essa; attivare processi biologici. Altre prove sono date da (Mastrangelo, 2007; Rao, Roy et al., 2007; Roy, Tillerr et al., 2005). Secondo quest’ultimi, ci sono molti studi che indicano come l’acqua non sarebbe un liquido omogeneo ma avrebbe in se delle strutture dinamiche. Quest’ultime sono in grado di “memorizzare” le (essendo influenzate dalle) sostanze disciolte in essa secondo, e.g., il fenomeno dell'”epitassi / epitassia”.

Altri autori sostengono come, conformemente alla meccanica quantistica, nell’acqua possano co-esistere due fasi separate: una di regime di coerenza; una di “regime di caoticità” nella quale le molecole si muovono a caso (Del Giudice et al., 1988a, 1998b; Del Giudice, 1990; Arani, Bono etc al., 1995; Del Giudice & Preparata, 1998; Preparata 1997).

La fase di coerenza può mantenersi stabilmente in regime di super-radianza per effetto del campo elettromagnetico prodotto. Questa fase conserva le informazioni. Esse posso esserle trasmesse al solvente durante un regime di turbolenza nel quale i legami idrogeno dei regimi di coerenza vengono “allentati”. Queste turbolenze non richiedono forze particolari. Pertanto, nella pratica omeopatica, esse sono realizzate con la dinamizzazione. Durante questa fase il materiale disciolto (principio attivo) interagisce con l’acqua, modificandone la struttura. Terminata la dinamizzazione, i legami idrogeno si “rinsaldano” proteggendo il nuovo assetto dai disturbi esterni.

Altre teorie usano i modelli dei clatrati et similia (Miyazaki, Fujii et al., 2004; Sukul & Sukul, 2003; Anagnostatos, 1994; Wei, Shi et al., 1991; Anagnostatos et al. 1991; Smith, 1988). Secondo questi autori la “memoria dell’acqua” sarebbe legata alla formazione di aggregati di molecole in forma di clatrati, ovvero formazioni cave che assumono una disposizione a rete ripiegata su una nicchia interna. Le molecole della sostanza originale vengono circondate dalle molecole dell’acqua che si strutturano in modo da “conservarne” l’influenza. La struttura che assumono le molecole dell’acqua (clatrati) si mantiene anche qualora la molecola originale fosse espulsa da essi. Durante la dinamizzazione, i clatrati che si formano attorno alle molecole delle sostanze disciolte, divengono a loro volta “nuclei” sui quali si strutturerebbero nuovi clatrati con lo stesso schema originale (Chaplin, 2007) a là frattali. Conformemente a questo modello, l’acqua non emette radiazioni energetiche, ovvero non è una fonte attiva di coerenza per altri sistemi. Essa si comporta da “specchio di coerenza” dove le patterns di coerenza della soluzione possono entrare in risonanza con le patterns di coerenza dell’organismo vivente. In altre parole, per usare una analogia, l’informazione non è emessa come avviene con l’uso della voce, ma è trasmessa come avviene con la scrittura.

La Risonanza Magnetica Nucleare (Wolf, Wolf et al., 2009; Demangeat, 2009; Demangeat, Gries et al., 2004; Weingartner, 1990; Smith & Boericke, 1968) ha mostrato che la struttura del solvente (acqua; acqua ed etanolo) si modifica durante le succussioni (dinamizzazioni) seriali. La diversità è provata dalla comparazione con lo spettro dei solventi nei quali avvengono solo diluizioni senza dinamizzazioni. I cambiamenti fisici avvengono solo se il solvente è dinamizzato. Essi sono rilevati anche all’infrarosso (Barros & Pasteur, 1984).

All’Università di Napoli, nell’ultimo decennio, si sono fatte ricerche sui solventi dinamizzati. Le analisi chimiche sulle soluzioni omeopatiche sono avvenute con diverse tecniche (calorimetria isoterma; pHmetria; conducibilità elettrica; misura della forza elettromotrice delle celle galvaniche per la determinazione del coefficiente di attività di NaCl aggiunto). Conformemente a Alia, Baiano et al. (2004) ed Elia, Napoli et al. (2007), da questi studi emerge che esiste una differenza misurabile fra i parametri chimico-fisici del solvente acqua non dinamizzato ed i parametri chimico-fisici del solvente acqua dinamizzato col metodo omeopatico.

Mutatis mutandis, il modello biofisico allo stato attuale non può essere né rigettato né accolto (come modello certo capace di spiegare ogni aspetto)[29]. Di contro, esso è un modello degno d’essere approfondito con maggiori investimenti e studi. Fino a quando non sarà falsificato, conformemente al criterio di demarcazione di Popper, nulla preclude che venga utilizzato (con i dovuti accorgimenti del caso) come un possibile modello di riferimento. Esso, infatti, è formulato in modo falsificabile (cosa che lo rende degno di considerazione scienfica). Chi scrive non può rigettare questo modello come a-scientifico: a) in primo luogo, poiché violerebbe i principi attuali della Teoria della Scienza; b) in secondo luogo, poiché dovrebbe rigettare come a-scientifico metà del corpus teorico della Psicologia basato su teorie formulate in violazione del principio di falsificazione. Exempli gratia, tutte le teorie psicodinamiche sono formulate in modo da non essere falsificabili (Epis, 2011-2015). Alcui costrutti della psicopatologia hanno raggiunto formulazioni contradittorie, violando il principio di falsificazione, e portando a situazioni nelle quali non possono essere confutati: ex falso quodlibet (Epis, 2006; 2016).

L’effetto del rimedio omeopatico è dato solo dall’effetto placebo

Luigi Cervo afferma che: “i rimedi omeopatici siano una forma di placebo“. Questa critica in parte consegue alla precedente. Se nei rimedi omeopatici non ci sono molecole del principio attivo, in essi c’è solo il solvente (acqua; etanolo; lattosio). Pertanto, secondo il modello biochimico, l’effetto terapeutico è dato solo dall’effetto placebo. Alla base del ragionamento di Cervo c’è nuovamente il ragionamento deduttivo.

All’eccezione di Cervo si può contro-eccepire (oltre che l’argomento detto supra sul ragionamento deduttivo) che: a) non tiene conto di molti studi empirici e sperimentali che dimostrano come l’effetto dei rimedi omeopatici non sia dato dall’effetto placebo (Bellavite, 2005, 2011, 2017); b) la maggior parte delle ricerche omeopatiche moderne utilizza e valuta i risultati comparandoli proprio con il gruppo placebo; c) l’insieme degli studi sugli animali, sulle piante e sulle cellule, nei quali l’effetto placebo è minimo e/o inesistente.

Exempli gratia, riportiamo alcuni studi sperimentali fatti sui topi. Questi studi hanno dimostrato che:

(1) l’uso di dosi omeopatiche di arsenico facilita l’eliminazione dello stesso tramite le urine e le feci (Cazin, Cazin et al. 1987);

(2) l’uso di Silicea 6 CH e 10 CH stimola il rilascio del fattore attivante delle piastrine (PAF) dai macrofagi peritoneali (Davenas, Poitevin et al. 1987);

 (3) dosi omeopatiche di ormoni timici hanno attività immunomodulatrice su cellule B e cellule T (Bastide, Daurat et al. 1987);

(4) dosi omeopatiche di zincum alla 12 DH modulano il rilascio di istamina (Harisch and Kretschmer 1990);

(5) l’uso di nux vomica 30 CH riduce significativamente il tempo di sonno indotto dall’etanolo nel topo albino (Sukul, Ghosh et al. 2001). L’esperimento fu fatto usando nux vomica poiché questo è un rimedio tradizionalmente usato per curare gli effetti dell’alcoolismo;

(6) la somministrazione di Arsenicum album in diluizioni omeopatiche ha dimostrato attività epatoprotettrici per le intossicazioni d’arsenico (Banerjee, Bhattacharyya et al. 2009; Banerjee, Bhattacharyya et al. 2008; Banerjee, Biswas et al. 2007). I topi sono stati intossicati mediante somministrazione d’alte dosi di arsenico (As2O3);

(7) anche i rimedi diluiti/dinamizzati ad Altissime Potenze quali arsenicum 200 CH hanno mostrato effetti biologici. Nel caso specifico, questo rimedio ha prodotto: la riduzione delle transaminasi; l’aumento degli enzimi antiossidanti; … rispetto al gruppo di controllo. Gli stessi autori hanno sperimentato l’efficacia terapeutica d’arsenicum album in dosi omeopatiche anche sulle popolazioni umane intossicate accidentalmente dall’arsenico (e.g., a causa d’un forte inquinamento ambientale) in alcune zone dell’India. I risultati sono stati positivi (Belon, Banerjee et al. 2007; Belon, Banerjee et al. 2006; Khuda-Bukhsh, Pathak et al. 2005; Khuda-Bukhsh, Roy-Karmakar et al. 2009).

L’effetto placebo è verificato anche durante le terapie. Per sapere se l’effetto terapeutico nella cura di malattie croniche è dovuto al rimedio dato e/o all’effetto placebo si prescrive, e.g., per una decina di giorni un placebo. Quest’ultimo, per convenzione, in Omeopatia è il nome del rimedio dato alla 35 K. Se durante questo periodo c’è un peggioramento, e/o il miglioramento ottenuto decresce, si inferisce che l’effetto terapeutico derivi dal rimedio (non all’effetto placebo).

Ancora, l’effetto placebo opera allo stesso modo sia nella Medicina Ufficiale che in quella Omeopatica. Esso deriva dall’alleanza terapeutica e dalla credenza che il medicinale assunto possa curare. Pertanto, è presente sia nel farmaco che nel rimedio. Chi scrive ipotizza che il differenziale ottenuto nel miglioramento delle condizioni di salute del paziente, che passa dalla terapia farmacologica ufficiale (con la quale non ebbe alcun miglioramento) alla terapia omeopatica, attribuibile al rimedio e non all’effetto placebo. Quest’ultimo, infatti, c’è anche nella terapia farmacologia ufficiale in aggiunta all’effetto del principio attivo. Exempli gratia, al padiglione omeopatico dell’Ospedale di Glasgow sono ricoverati pazienti sui quali la medicina ufficiale non ha potuto far “nulla”. Questi pazienti hanno provato tutti i farmaci ufficiali possibili, ma sono stati inefficaci. Nel momento in cui questi pazienti, dopo l’assunzione dei rimedi omeopatici, sperimentano un miglioramento (non sperimentato prima), quest’ultimo non può essere attribuiti all’effetto placebo! L’effetto placebo, come detto, avrebbe dovuto operare anche prima con i farmaci ufficiali (aggiungendosi all’effetto del principio attivo).

I rimedi omeopatici sono prodotti “non autorizzati” e “non hanno indicazione terapeutica”

Garattini ha dichiarato che rimedi omeopatici sono prodotti “non autorizzati” e “non hanno indicazione terapeutica”. Questa frase è vera, ma può condurre ad inferenze false. Dipende da come la si interpreta. E’ vero che i rimedi omeopatici non sono farmaci che ricevono un’autorizzazione per specifiche malattie (uso “in-label“) e non altre (uso off-label), ma questo non significa quello che significa per i farmaci. Mentre l’uso off-label per un farmaco ufficiale significa che questo non ha dimostrato effetti terapeutici per quella noxa patogena, ciò non avviene per i rimedi omeopatici che non possono (per il tipo di modalità prescrittiva: legge del simile) presentare alcuna condizione: in-label ed off-label. La prescrizione non avviene per noxa patogena, ma per individualità morbosa (alias: come è vissuta quella noxa patogena dal paziente).

Andiamo con ordine. Innanzi tutto, i rimedi omeopatici sono approvati come medicinali (e.g. in Italia) dal D. Lgs. n. 219/2006 (direttiva n. 92/73/CEE; D. Lvo n. 185/95; L. n. 347/97). L’assenza d’indicazioni terapeutiche (sulla confezione) consegue, come detto supra, alla modalità di funzionamento propria della medicina omeopatica. Come visto, i rimedi sono prescritti sulla base del principio del simile. Ciò non permette di dire, e.g., che Belladonna è un rimedio indicato per l’influenza, ma non per la scarlattina (e/o altre condizioni)! Belladonna è indicato per tutti i casi in cui un soggetto manifesta una individualità morbosa (indipendentemente dalla noxa patogena) compatibile con l‘individualità medicamentosa del rimedio belladonna. Questo non permette di fare una lista di casi: in-label ed off-label.

Ciò che dice Garattini (quindi) è formalmente vero ed impeccabile. Questo però non manifesta una contradizione dell’Ordinamento Giuridico e/o una prova di inefficacia dei rimedi omeopatici. Ciò è necessario e funzionale a come funziona l’omeopatia.

L’errore, forse, è dovuto alla fissità funzionale che ha portato Garattini ad applicare all’omeopatia gli stessi criteria usati per valutare i farmaci ufficiali (di cui è Maestro) senza considerare che la stessa funziona in modo completamente diverso.

[1] La medicina omeopatica è scelta dal 70,6% dei cittadini che usano le MNC. Di questi: il 71% riferisce d’essere soddisfatto ed aver ricevuto benefici; il 22% dichiara di aver ricevuto benefici parziali; il 7% di non aver ricevuto alcun beneficio.

La popolazione che usa le MNC è il 14,5%% (Rapporto Eurispes, 2012).

[2] Un esempio fu dato dalla trasmissione Presa Diretta – RAI Tre.

[3] Un ringraziamento va alla Scuola di Medicina Omeopatica di Genova Kaos – Dulcamara (l’unica in Italia ad essere accreditata con la Faculty of Homeopaty – UK) ed i suoi docenti per aver “rispettato” l’approccio critico alla materia proprio di chi scrive. Studiare Medicina Omeopatica assieme a medici ed a farmacisti ha permesso al presente autore di: confrontarsi con chi si occupa professionalmente d’essa; analizzare casi clinici (nel loro sviluppo longitudinale); osservare il modus operandi dei medici e dei farmacisti omeopati nel loro setting ed i processi di ragionamento, giudizio e problem solving, usati.

[4] Ovvero, capace di osservare: Se stesso; i Suoi processi di ragionamento e di giudizio; l’applicazione che faceva della metodologia al fine di ridurre bias ed errori sistematici nella ricerca in oggetto.

[5] Exempli gratia, sono state considerate le variabili soft (gli elementi: antropologici; psicologici; storici; culturali; etc…) ed hard (gli elementi e le dinamiche: giuridiche; economiche; politiche; istituzionali; etc…).

[6] Exempli gratia, due autori hanno approfondito il ruolo dell’educazione nella trasmissione del Paradigma dominante ed Ordine Sociale ad esso connesso: Illich (1971); Bourdieu (1964; 1970; 1978; 1979; 1990; 1992; 1994).

Secondo Illich l’educazione promuove consumi passivi atti a promuovere l’accettazione acritica dell’Ordine Sociale esistente e del Paradigma dominante ad esso funzionale. L’educazione creerebbe condizionamento mentale (attraverso ciò che Illich chiama: programma occulto). Dietro all’insegnamento delle materie ufficiali ed abilità tecniche, le persone verrebbero “indottrinate” sul “loro posto” nel Mondo / Società e starsene tranquille in esso.

Bourdieu approfondisce il thema parlando: (1) dell’importanza della dimensione simbolica (atta a guidare i processi interpretativi); (2) della formazione dell’habitus (che permette alla realtà socialmente costruita / Paradigma dominante esterna/o al Se d’essere interiorizzata/o come parte del Se. Ciò porta il soggetto a percepire lo status quo come “ordine naturale delle cose”, riproducendolo in modo per-riflessivo).

L’habitus è definito come: principio non scelto di tutte le scelte; struttura strutturante (ovvero: atta ad organizzare dall’interno tutte le esperienze, vissuti e interazioni, che il soggetto ha col Mondo esterno) ed al contempo struttura strutturata (ovvero: proveniente e generata dall’azione del campo relazionale esercitato dal Mondo esterno sul soggetto. Nella ripetizione, i modelli interpretativi e simbolici vengono introiettati nella forma mentis delle persone). Secondo l’autore: il “reale” è relazionale (non razionale; non oggettivo; non empirico). Esso è creato dalle relazioni, dai legami inter-soggettivi, che si vengono a formare nel tessuto sociale e nel fluire storico, indipendentemente dalla coscienza e volontà degli individui. Le relazioni si strutturano a livello pre-riflessivo, un livello dominato dalla dimensione simbolica ed interpretativa. Per questo motivo, Bourdieu sottolinea il ruolo della violenza simbolica e del mis-conoscimento (prodotto dalla prima). Questa agendo (subdolamente) nella dimensione simbolica porta all’accettazione acritica e pre-riflessiva delle: strutture cognitive e culturali appartenenti al Paradigma; delle strutture istituzionali, sociali e relazionali, che esprimono le relazioni di forza e di potere cristallizzate nell’Ordine Sociale. Gli agenti sociali, così, sono spinti alla riproduzione acritica del Paradigma dominante e dell’Ordine Sociale connesso, percependo come legittime le disuguaglianze e il diverso accesso al Capitale (economico; culturale; sociale; e simbolico). Vedere anche: Boschetti A. (2003); Ravaglioli P. (2002); Swartz D. (1997); Wacquant L. (1992).

[7] Marcello Foa (candidato alla presidenza RAI nell’Agosto 2018 dal Governo Italiano) più volte ha “denunciato” come i mass media manipolino le informazioni e le masse (opinione pubblica) attraverso la creazione di frames. L’autore ne spiega le dinamiche, riportando anche puntuali esempi.

[8] Quest’ultima è una organizzazione senza scopo di luco nata ad Oxford nel 1993, quando Ian Chalmers ad altri ricercatori si accorsero della scarsa qualità e delle distorsioni metodologiche che caratterizzavano una buona parte della letteratura scientifica nel campo medico-farmacologico. L’attività della Cochrane Collaboration è quella di effettuare revisioni della letteratura scientifica.

[9] Una riflessione nata in Psicologia nell’osservare i mis-usi e le derive semiotiche in cui “cadevano” i professionisti del settore. Epis si interrogò: sullo Status epistemologico della Psicologia e delle sue branche (Epis, 2011-2015); sui motivi alla base dei mis-usi del costrutto della personalità antisociale (Epis, 2006; 2016); dei bias presenti nella ricerca e come alcune di queste potevano essere migliorate (Epis, 2006).

[10] Il sofismo è un argomento che mira ad ottenere ragione con qualunque mezzo lecito ed illecito (per fas et nefas). Il suo obiettivo, non è raggiungere alcuna Veritas (verità oggettiva), ma semplicemente: ottenere ragione; conquistare consenso; usare interpretazioni retrospettive a là Weick (1995; 2001; 2009), verosimili ma non vere, attraverso le quali attuare una azione di enactment mirante ad immettere nell’Iperrealtà alcuni frames favorevole ai propri interessi.

Il sofismo ha una forma logica falsa, capace d’ingannare poiché a prima facie appare corretta. Un esempio è dato dal sillogismo condizionale – modus tollens nel quale affermando il conseguente s’induce ad affermare l’antecedente. Un esempio di come questa fallacia operi all’interno della Psicologia è dato da Epis (2018). Altri stratagemmi sono: le euristiche (intese a là Aristotele come sillogismi con forma corretta, ma con premesse false); i topoi dialettici (atti a far passare per vero un concetto a prescindere dalla sua verità o falsità). Un esempio moderno di quest’ultimi è dato dalla Nuova Retorica di Perelman (1959; 1973; 1979) e/o Logica dei Valori. La logica dei valori prescinde dall’accertare lo stato di verità di quanto affermato, non essendo possibile. Infatti, solo gli enunciati descrittivi possono essere veri o falsi (essendo il loro stato di verità accertabile, e.g., con la logica atomica di Wittgenstein). Di contro, gli enunciati normativi, espressivi e performativi, non sono mai né veri né falsi.

La legge di Hume impedisce di passare dalla dimensione descrittiva a quella normativa e vice versa. Essa è un importante criterium di demarcazione tra: ciò che è empirico e ciò che non lo è; ciò che appartiene alla logica formale e ciò che appartiene alla logica dei valori; ciò che può essere valutato in termini di stato di verità e ciò che “trascende” tale possibilità. Violarla significa attraversare un confine “dimensionale” tra il “regno” della Logica Formale e quello della Logica dei Valori. Nel primo, le asserzioni possono essere valutate in termini di vero o falso ed il ragionamento in termini di valido o invalido; nel secondo, non è possibile. La dimensione normativa assume aspetti d’opportunità ed arbitrarietà. Epis (2011/2015) è stato il primo ad applicare la legge di Hume all’interno della Psicologia. Egli sostiene come la psicopatologia viola la legge di Hume “oscillando” continuamente dal descrittivo (e.g. una normale distribuzione) al normativo (e.g. definire cosa è: normale ed anormale). Secondo l’autore la psicopatologia presenta diversi aspetti comuni ad altre discipline normative quali: il diritto e l’etica.

[11] Chi cita questa meta-analisi si dimentica che sul Lancet sono state pubblicate altre ricerche e meta-analisi che sostengono esattamente l’opposto. E.g., Reilly D. T. et al. (1986) e Reilly D. T. et al. (1994) hanno dimostrato con metodo rigorosamente scientifico che l’effetto dei rimedi omeopatici non è dato dall’effetto placebo. Linde & Jonas (1997) hanno condotto un ampia meta-analisi che concluse come gli effetti terapeutici dei rimedi omeopatici non sono dovuti e/o spiegati dall’effetto placebo.

Alcuni (considerando: i gravi errori metodologici della meta-analisi del 2005; l’incredibile “eco” che gli è stato dato) hanno ipotizzato che sia stata parte d’una “campagna di marketing” delle Aziende Farmaceutiche. Quest’ultime sempre più spesso negli ultimi decenni hanno usato le Riviste Mediche a tal fine (Lexchin J. & Light D. W., 2006; Kassiler J., 2011; Eaton L., 2005; Boseley S., 2002; Smith R., 2006; Gotzsche P., 2015). Richard Smith (2005), direttore del BMJ, ha dichiarato che: “le Riviste mediche sono un’appendice delle strategie di marketing delle Aziende farmaceutiche”. Questo avviene grazie al conflitto di interesse delle Riviste. Quest’ultime sono disposte a pubblicare gli “articoli aziendali” (anche di scarsa qualità) per profitto. Operativamente quest’ultimo gli è dato dell’acquisto d’un gran numero di ristampe da parte delle stesse Aziende farmaceutiche. Exempli gratia, il Lancet deve a ciò il 41% dei suoi profitti. Lo stesso direttore del Lancet, Richard Horton, ha affermato che le riviste mediche diventano un “centro di riciclaggio e ripulitura” delle informazioni provenienti dalle aziende farmaceutiche. Non solo, le Aziende “minacciano” le Riviste di fargli venire meno i profitti, nel caso in cui siano pubblicati articoli “troppo critici” verso i loro.

[12] Riporto il passo della lettera (ricevuta per conoscenza): “è stato intellettualmente disonesto non dare atto delle evidenze scientifiche che … il Prof. Leonello Milani … ha consegnato a vostre mani durante una delle interviste realizzate per il servizio … … non commentabile è stata anche la voce di chi ha tentato di classificare come cialtroni, truffatori o “praticanti” al pari di “astrologi” … medici iscritti all’Albo che questo paradigma medico lo praticano quotidianamente“.

[13] Ad avviso di chi scrive, molte critiche rivolte alla Psichiatria (Goffman E., 1961; Foucault, 1972, 1976, 1978, 1980, 2001, 2005, 2006; Masson J., 1984; Szasz 1960, 1963, 1970, 1971a, 1972, 1974, 1990, 1992, 2003, 2004; Watts G., 2012; etc … ) hanno trovato terreno fertile per questo suo aspetto discorsivo – interpretativo.

Allo stesso modo il Paradigma della psicologia ha le sue debolezze in esso. Un paradigma criticato: di fallire ad essere una scienza coerente (Koch, 1969); di produce molta pseudo-conoscenza e d’oscillare fra l’essere “common sence” ed “nonsence” (Evans, 1958; Wright, 1985; Brown & Curtis, 1987; Pepinsky & Jesilow, 1992; Kappeler, Blumberg, and Potter, 2000; Walker, 2005). Un insieme di critiche fondate su molti controfattuali. Chi scrive preferisce quelli tratti dalla psicologia forense in quanto, contrariamente alle altre branche, si presta ad un esame controfattuale nel contradittorio delle parti. Un esame dal quale emerge spesso come molti professionisti tendano a ripetere gli stessi errori basandosi: sul senso comune (Wright, 1985; Brown & Curtis, 1987; Pepinsky & Jesilow, 1992; Kappeler, Blumberg, and Potter, 2000; Walker, 2005); e/o il common sense nonsence (Evans, 1958). Chi scrive, nel suo ruolo di Consigliere Onorario di Corte di Appello per la sessione dei Minorenni ha potuto riscontrare questo. Lo stesso è stato riscontrato da Angelo Zappalà (col quale il presente autore ebbe uno scambio d’opinioni in thema durante un corso in Criminalistica) quando fu Giudice Onorario del Tribunale dei Minori ed Esperto del Tribunale di Sorveglianza.

[14] E.g, venendo usate in Criminologia (Hagan F. E., 2006).

[15] L’autore preferisce il termine Medicina Convenzionale e/o Ufficiale al termine Allopatia. Sebbene la medicina ufficiale utilizzi prevalentemente il principio allopatico (contraia contrariis curantus) e la medicina omeopatica quello omeopatico (similia similbus curantur) entrambe presentano “casi” all’interno dei quali sono applicati entrambi i principia ut supra. Principia integrati da quello isopatico (aequalia aequalibus curentur).  Un esempio di quest’ultimo sono: nella medicina ufficiale i vaccini (isopatici non diluiti/dinamizzati); nella medicina omeopatia gli isopatici diluiti e dinamizzati col metodo omeopatico. L’isopatia omeopatica usa rimedi prodotti da agenti eziologici delle stesse malattie. Exempli gratia, l’uso dei pollini per curare l’asma allergico causato dagli stessi; l’uso dei veleni e/o tossine per curare le intossicazioni create dagli stessi. Gli isopatici hanno radici molto antiche che si perdono nella storia (Julian, 1983), ma è solo con Costantine Hering, Wilhelm Lux ed il Rev. Paul Collet, che l’isopatia arriva ad una formulazione sistematica, assumendo (nella sua forma diluita e dinamizzata) la veste d’una “branca” e/o d’una “variazione” dell’Omeopatia (Bellavite e Signorini, 1992). Molti considerano i nosodi come isopatici, ma chi scrive non condivide tale tesi. Infatti, sebbene essi siano prodotti a partire da materiali patologici, sono prescritti sulla base della legge del simile e non sulla base della legge dell’uguale. Un esempio è tubercolinum. Esso non ha mostrato alcuna efficacia terapeutica nella cura della tubercolosi (che sembra, di contro, aggravare) ma solo di “quadri sindromici” che, secondo la classificazione omeopatica dei miasmi e/o diatesi, corrispondono al tubercolinismo (Comito, 2000). Sebbene la sostanza di partenza veniva adeguatamente preparata in forma sterile, oggigiorno si preferisce non usare i nosodi, molti dei quali non sono più preparati e commercializzati.

[16] Exempli gratia, la medicina tradizionale cinese si fonda sul concetto di Qi (soffio-energia) ed il suo fluire nell’organismo umano attraverso i Mai (vasi) e Jing (canali). Essa presuppone: una diversa fisiologia che, oltre ai Mai e Jing include i Dan Tian e Xue; ed una diversa visione della realtà. Quest’ultima è ritenuta costituita, non dalle particelle subatomiche e/o atomi, ma dai Wu Xing (cinque elementi). La malattia è causata da uno squilibrio nei Wu Xing e/o dall’interruzione del flusso energetico (Qi). (Carlo Moraghi, 2004; Huangdi Neijing Suwen, a cura di,1994; Esposito M., 1994; Larre C., a cura di, 1993; Sue Koei Li, 1993; Pregadio E., 1993; Martucci C. e Rotolo G., 1991; Kohn L., 1989; Jou Tsung Hwa, 1986; Robinet I. 1984, 1993; Porket M., 1983; Schipper K. M., 1983; Were J., 1981; Welch H. & Seidei A., 1979; Despeux C. & Zhao Bichen, 1977; Maspero H., 1971; Lu K’uan Yu, 1964,1970; Needham J., 1956, 1982; Matignon J. J., 1936).

L’ayurveda condivide alcuni aspetti della medicina tradizionale cinese. Tutti gli esseri viventi (jivan) e “non viventi” (ajivan) sono composti dai cinque elementi (panchamahabhuta) che hanno origine dai tridosha. I tridosha (ovvero: le tre energie principali) sono: vata (l’energia alla base del muovimento e dell’instabilità); pitta (l’energia alla base della trasformazione e del metabolismo); kapha (l’energia alla base della struttura e del mantenimento). Conformemente all’ayurveda, la malattia è causata dal loro squilibrio. (Iannaccone, 2002, 2006; Massignan, 2005; Comba, 1991; Galli, 1997; Gerson, 1996; Lad, 2013, 2008, 2006, 2003, 2001, 1987; Gupta, 1919; Ganesan, 2010, “Medicine and Modernity: The Ayurvedic Revival Movement in India, 1885-1947” in Studies on Asia – an interdisciplinary Journal of Asian Studies, ritrovato il 27/08/2018 all’indirizzo internet: https://castle.eiu.edu/studiesonasia/documents/seriesIV/Uma_Ganeshan.pdf)

L’aspetto energetico cinese, Qi, è presente anche nella filosofia indiana come Prana. I “canali energetici” (mai e jing) sono presenti come nadhi. Gli xue (pozzi – punti energetici) come marma o varma.  I Dan Tian come Chakra.  La loro interpretazione, però, è diversa.

[17] E.g., Scholten usò i meditation provings nello studio dei Lantanidi. Nel suo libro scrive: “the information in this book comes from a mixture of sources. The first source is provings. Most provings in this book are meditation provings instead of classical full provings” (Ian Scholten, Secret Lanthanides). Il libro è venduto dal Ian Scholten sul proprio sito internet: http://janscholten.com/product/secret-lanthanides/. Altro autore famoso che utilizzo i meditation provings è Madeline Evans. Ella scrisse un libro Meditative Provings (2 volumi) nel quale riporta 52 nuovi rimedi che, a suo dire, sono utili per affrontare l’Era dell’Acquario. L’influenza New Age è chiara e forte. Un esempio d’“eresia” omeopatica e/o “strategia economica” per conquistare nicchie di mercato?

[18] Il meccanismo d’azione dei rimedi sotto la costante di Avogadro-Loschmidt è spiegato con la legge di Arnt-Schults. Se l‘effetto primario d’una sostanza presa in dose ponderale è causare una determinata sintomatologia, quella stessa sostanza in low dose (diluita e dinamizzata) ha come effetto secondario quello di curare un quadro sintomatico corrispondente. Questo conseguirebbe alla legge di inversione dell’effetto d’una sostanza secondo la dose. Exempli gratia, l’infiammazione causata dalla puntura d’un ape, può essere curata con Apis in low dose.

[19] Il termine idiosincrasia usato in questo contesto non è da confondere con l’uso fatto in psicologia, dove il termine indica una assenza di causa (e/o conoscenza della causa) fisiologica e pertanto un’origine psicologica.

[20] L’Omeopatia non ha effetti collaterali. Un fatto dimostrato da: molti studi e ricerche; pubblicazioni dell’OMS (materiale già citato). L’assenza di effetti collaterali è, inoltre, il motivo per il quale l’Omeopatia è preferita alla Medicina Ufficiale da chi la usa. Arrivare a dire che essa non cura poiché non ha effetti collaterali, non è un argomentum intellettualmente onesto. Exempli gratia, ci sono “infinite” res che hanno effetti terapeutici (preventivi; curativi) senza avere effetti collaterali negativi (salvo usi realmente anormali). L’acqua, e.g., ha effetti terapeutici: restituisce sali minerali; facilita la diuresi; idrata; etc… . Il cibo (e/o alcuni alimenti) ha effetti terapeuti grazie alle vitamine, ai sali minerali, alle proteine, etc … . La Vitamina C, e.g., contenuta negli agrumi e/o kiwi, ha indicazioni terapeutiche: come antiossidante; per lo scorbuto; per l’influenza; nel caso d’infezioni; per rinforzare l’azione del sistema immunitario; nel caso di shock da ustioni o traumatico; etc … . Il complesso B (contenuto nei cereali integrali; latte; etc …) è necessario per la formazione e/o attivazione dei complessi enzimatici vitali. La vitamina B1 è indicata per trattare: la beri-beri; il malassorbimento intestinale; etc… . Etc … .

[21] Exempli gratia, Tsong, quando avanzò ricerche innovative in thema di elettromagnetismo, fu accusato di essere “malato di mente” (Bellavite e Signorini, 1992). I suoi avversari non criticarono le sue ricerche, non riuscendo a falsificarle. Così, spostarono gli attacchi sulla reputazione, dicendo che Tsong era “insano mentalmente”! Infatti, mentre i fatti potevano essere confutati (portando ulteriore attenzione su di essi); … le diffamazioni mosse su “dimensioni interpretative” (sfuggono a qualsiasi contradittorio). Esse inoltre: distolgono l’attenzione dai fatti in oggetto; privano di credibilità la persona e la isolano socialmente. In questo modo, di riflesso, tolgono attendibilità a tutto ciò che sostiene. Un esempio famoso è il caso di Edward Snowden (Greenwald, 2014). Le sue rivelazioni, ben provate e documentate, non potevano essere confutate dal Governo Americano. Quest’ultimo ricorse alla solita strategia: ridicolizzare e togliere credibilità alla persona facendola passare per malata di mente. L’uso abbondante di questa strategia ha alimentato molte critiche che sono state fatte alla psichiatria da movimenti quali quello anti-psychiatry.

[22] Exempli gratia, l’uomo ha imparato a distinguere fra piante commestibili (e.g., frutta; verdura; piante officinali; etc …) e velenose (e.g. i funghi velenosi; cicuta; etc…) prima di conoscere il loro principio d’azione. Exempli gratia, nulla sapeva sulle vitamine e/o sulle tossine e come queste interagiscono con l’organismo. Nonostante ciò, ha imparato ad usarle appropriatamente. Se l’uomo si fosse rifiutato ad usare tutto ciò di cui non conosceva il principio d’azione, si sarebbe estinto subito! Pensate al fuoco. Solo di “recente”, l’umanità ha scoperto i principii d’azione alla base della combustione, della trasmissione di calore e della trasmissione della luce.

[23] Basato sul paradigma “classico” ligando recettore. Un paradigma che può spiegare la sensibilità a piccole tracce in virtù d’un processo di sensibilizzazione causato dallo stesso processo patologico in corso. Anche in psichiatria e nelle neuroscienze sono conosciuti diversi phenomena di “sensibilizzazione”: (1) sensibilizzazione / abituazione; iperestesia / ipoestesia; etc … .

[24] Conformemente a Bellavite & Signorini (1992), ci sarebbero almeno tre fasi di biforcazione: (1) la prima fase è pre-patologica. In essa l’organismo non è ammalato, ma è predisposto ad ammalarsi. Si trova in un momento d'”equilibrio precario” (oscillante fra il normale ed il patologico). L’evoluzione del suo stato, i meccanismi di resilienza e resistenza, possono essere favoriti anche da piccole, piccolissime, informazioni; (2) la seconda fase è reattiva. Tutte le funzioni organiche hanno una doppia valenza. Esse possono favorire la guarigione (retroazione positiva) come creare danni (retroazione negativa). La restitutio ad integrum dello stato di Salute dipende dal tipo di reazione agita dal Sistema. Exempli gratia, una lesione ad un vaso sanguigno spinge il Sistema ad attuare una riparazione attraverso l’aggregazione piastrinica. Questo meccanismo può portare ad una completa guarigione e/o ad una condizione patologica. Exempli gratia, qualora blocchi interamente la circolazione del vaso sanguigno (trombosi; aterosclerosi). In psichiatria è lo stesso. Un evento drammatico (lutto; perdita di lavoro; fine d’un amore; etc…) può causare un profondo stato di tristezza. Questo stato può avere, e.g., un duplice outcome. Da una parte, può favorire un momento riflessivo sulla propria vita (anche) attraverso un ritiro sociale momentaneo funzionale a ritrovare un contatto con se stessi perso nella frenesia del mondo (retroazione positiva; ritorno resiliente). Dall’altra parte, può condurre ad uno stato di distimia, depressione maggiore, ansia, etc … (retroazione negativa; ritorno con perdita e/o patologico);  (3) la terza fase è quella di andamento (malattia cronica). In essa, i sistemi reattivi non riescono a riportare rapidamente lo stato d’equilibrio originario. Di contro, l’organismo attuata un insieme di meccanismi che, sebbene sul momento sono capaci a ridurre la sintomatologia, nel lungo termine portano a condizioni patologiche peggiori. Exempli gratia, l’organismo può: al posto di eliminare le tossine, depositarle ed immagazzinarle; creare iperplasie; spostare le soglie di recettività sensoriali; etc…; etc… . In psichiatria, invece, può creare quadri sindromici al fine di produrre benefici secondari. Questi sintomi, sebbene nel breve termine possano avere valenza adattiva per il soggetto e per il contesto, nel lungo termine (diventando schemi rigidi di comportamento) assumono carattere disadattivo. Tutte queste soluzioni rimandano il problema dal breve al lungo termine.  L’informazione omeopatica, in questo caso, potrebbe spingere l’organismo verso processi di guarigione (evitando l’attivazione di questi cicli viziosi) e/o cercare di sbloccare i cicli viziosi alla base della malattia cronica qualora formatasi.

[25] Conformemente a Bellavite (2002), molti omeopati non si sono interessati al meccanismo d’azione dei rimedi. Essi avevano un approccio pragmatico che guardava solo ai risultati. Altri, invece, a partire da Boyd (1936) hanno cercato di fondare un approccio scientifico che, grazie al progresso scientifico, si è sviluppato dopo la II Guerra Mondiale. Da esso è nata, e.g., l’Omotossicologia in Germania. E’ solo negli anni ‘90 che iniziano le ricerche sul modello biofisico. Esse seguono la pubblicazione d’un articolo “molto controverso” pubblicato da Poitevin, Davenas & Benviste (1988) nel quale, dopo aver riscontrato la capacità delle diluizioni/dinamizzazioni che sono oltre la costante di Avogadro-Loschmidt di causare effetti biologici, affermarono che l’informazione doveva avvenire a livello meta-molecolare. Secondo gli autori, l’acqua avrebbe potuto agire come uno “stampo” per le molecole.

[26] Chi scrive può affermare, in modo provocatorio, che a tutt’oggi l’Homo Sapiens Sapiens non conosce neppure il principio d’azione dell’Universo in cui vive!! Nonostante ciò, l’Homo Sapiens Sapiens non conclude che l’universo in cui vive non può esistere e/o funzionare!! Exempli gratia, il paradigma ufficiale non sa spiegare cosa tiene assieme le galassie. Conformemente alle teorie conosciute, le galassie si dovrebbero disgregare a causa della forza centrifuga. La fisica teorica ha risolto il problema ipotizzando l’esistenza della materia oscura. Questa teoria, accolta scientificamente, non ha “prove” maggiori (anzi assai minori) rispetto a quelle del modello biofisico usato per spiegare l’omeopatia!

[27] Altri esempi storici, quello che avvenne: col fumo; con l’amianto; ed oggigiorno con l’inquinamento elettromagnetico.

[28] Di contro, la riproducibilità di diversi esperimenti fatti con rimedia omeopatici è dimostrata da: Bellavite, Conforti et al. (2006); Fisher (2006); Majewsky, Arlt et al. (2009); Sainte-Laud and Belon (2009); Witt, Bluth et al. (2007).

[29] La “sospensione del giudizio” in questo caso è in parte dovuta alla prassi che richiede livelli di evidenza, prova e riproducibilità, assai maggiori rispetto agli standard scientifici richiesti per tutto ciò che entra in contradizione e/o dissonanza cognitiva col Paradigma dominante, mentre permette a tutto ciò che è conforme e/o verosimile ad esso di fondarsi su standard inferiori. Questi standard maggiori sono necessari per passare le resistenze date dai frames colturali. Di contro, Bellavite (2002) afferma che dalla letteratura emerge già chiaramente che: (1) i rimedi omeopatici (Basse ed Alte Potenze) hanno effetti biologici; (2) c’è coerenza fra i research findings e il corpus teorico dell’Omeopatia (il presente autore ridurrebbe tale affermazione solo ai tre principia); (3) gli effetti delle Alte potenze sono spesso opposti a quelli delle dosi ponderali e/o delle basse diluizioni. Bellavite (2002) sostiene che il phenomenum della “memoria dell’acqua” sia reale sebbene di difficile studio a causa dei limiti degli strumenti tecnologici attuali e dei pochi fondi..Bellavite (2002), inoltre, sottolinea come anche la farmacologia ufficiale oggigiorno riconosce che lo stesso farmaco può avere effetti opposti secondo la dose e/o il tempo di somministrazione (Bond, 2001).

Gli studi usati da Bellavite (2002) per sostenere tali affermazioni sono: Lussignoli et al (1999); Bertani et al. (1999); Ruiz-Vega et al. (2000); Mitra et al.(1999); Datta et al. (1999a; 1999b); Sukul et al. (1999, 2000, 2001); Kundu et al. (2000); Heine & Schmolz (2000); Betti et al. (1997); Brizzi et al. (2000); Cristea et al. (1997); Palermo et al. (2000); Jonas et al. (2001); Chirumbolo et al. (1997); Belon et al. (1999); Fimiani et al. (2000); Dittmann & Harish (1996); Dittmann et al. (1998).