Dalla “famiglia del bosco” ad una riflessione sulla Giustizia minorile e sull’abuso e mis-uso della Psicologia

Quando si passano certi limiti, urge parlare e riflettere apertamente.

Da tempo la Giustizia minorile è in profonda crisi. Una crisi che sembra emergere dalla struttura stessa degli organi giudiziari minorili, composti da collegi giudicanti misti. Collegi, quest’ultimi, formati sia dai magistrati togati, sia da “giudici onorari”. Mentre i primi sono dei giuristi, laureati in giurisprudenza, i secondi sono – solitamente – privi di alcuna competenza giuridica, ovvero nulla, ma psicologici, assistenti sociali, educatori et similia.

Secondo la teoria astratta, posta a ratio di questa scelta, obiettivo sarebbe quello di creare un organismo giudicante con competenze multidisciplinari. Un organismo, così creato, capace di tutelare al meglio i minori. Un obiettivo teorico ambizioso che, però, nella pratica si è rilevato pura utopia. Nulla di più d’un utopia. Finendo per creare un “mostro”.

Infatti, nella realtà pratica, la componete onoraria contribuisce fortemente alla “mala giustizia” osservabile in ambito minorile. Questo, facendo perdere al collegio giudicante il ruolo di soggetto terzo ed imparziale come – invece – voluto dalla Costituzione. Molti onorari (psicologi / psicologhe; assistenti sociali; educatori) interpretano il loro ruolo (non capendo alcunché di Diritto) come quello d’un “difensore d’ufficio dell’operato dei colleghi dei Servizi Sociali“. Una difesa fatta all’interno del collegio giudicante che, sotto tale agere, spesso cade nel recepire – in modo del tutto “acritico” – l’operato dei Servizi Sociali, pronunciando quelle decisioni grottesche delle quali ci stupiamo. Decisioni che hanno trasformato la Giustizia minorile in un moderno girone infernale dantesco.

Pensate ad un sistema nel quale: da una parte, abbiano i Servizi Sociali che (essendo una parte processuale con tutti i suoi Bias e pregiudizi) può avere sia ragione, sia torto. Dall’altra parte, abbiamo la famiglia ed i suoi avvocati che, tramite i loro consulenti tecnici, cercano di mostrare le proprie ragioni e gli errori dei primi. Al centro abbiamo un giudice collegiale (composto da: quattro magistrati, al Tribunale; cinque, alla Corte di Appello per la sezione dei minorenni) di cui due sono “onorari”. Un collegio che – al posto di essere terzo ed imparziale, ovvero capace di soppesare in modo neutrale e critico i pro et contra del caso, studiandosi approfonditamente ed inter disciplinarmente il caso – ha al suo interno due “sostenitori d’ufficio” dell’operato dei Servizi Sociali. Questo, ovviamente, non avviene tutte le volte e/o con tutti gli “onorari”, ma nella maggior parte dei casi. Avete in mente quella pubblicità televisiva che dice: “ti piace vincere facile?”

Due giudici su quattro e/o su cinque, infatti, capendo poco, meglio dire nulla, di Diritto, non si leggono nemmeno il fascicolo processuale, gli atti di parte, ma si limitano a sfogliare distrattamente – 10 minuti prima della camera di consiglio – le ultime relazioni dei Servizi Sociali per poi agire da loro zelanti “difensori d’ufficio”!?!? Questo è il giudice al quale la vita dei minori è affidata. Questo è il giudice al quale i destini di intere famiglie sono consegnati. Questo è il giudice che, nell’intento del Legislatore, avrebbe dovuto valutare, in modo approfondito ed interdisciplinare, i casi!

In altre parole, il loro contributo tipico ricade, ovvero può essere riassunto, in un unico leitmotiv: “lasciamo fare ai Servizi Sociali liberamente quello che vogliono”Ergo,…, in assenza d’un reale controllo, emerge quella drammatica situazione che affligge il settore minorile e che possiamo vedere, ormai, quotidianamente. Certo, alcuni si meravigliano degli scandali crescenti, avvenuti ed avvenienti, ma ciò che dovrebbe stupire di più è come mai si lascia in essere questa chimera e/o questo Frankenstein giuridico.

Ancora, sono rilevanti i conflitti di interessi, spesso palesi, di cui poco si parla. Nonostante la legge ed i bandi prevedano delle cause di incompatibilità, quest’ultime sono del tutto inadatte ad escluderli. La stragrande maggioranza dei “giudici onorari” lavora come psicologo e/o assistente sociale e/o educatore con i Comuni, con i Servizi Sociali e con le strutture territoriali. Così, poco rileva, in termini sostanziali, se essi si astengano da queste incombenze durante quel breve iato temporale nel quale prestano servizio nell'”alto incarico assunto”. Un incarico che poi “spendono” (anche in termini di compensi professionali) nel meccanismo delle “porte girevoli” che avviene nel mondo minorile. Exempli gratia, passando da “giudice onorario” ad operare dei Servizi Sociali e/o delle strutture minorili e vice versa.

Una vera riforma della Giustizia minorile dovrebbe privilegiate esclusivamente una formazione professionale giuridica, terza ed imparziale, rendendo – semmai – quest’ultima capace di approfondire certi themae di natura psico-sociale e/o medica quali: la psicologia evolutiva; la psicologia sociale; la neuro-psichiatria infantile; la devianza minorile, etc … . Questo, però, restando al 100% dei giuristi terzi ed imparziali ai quali, nulla preclude, di sviluppare anche una capacità critica logico-epistemologica capace di renderli veri periti peritorum. In altre parole, competenti nell’esaminare, in modo critico, attivo e consapevole, l’operato dei Servizi Sociali, degli psicologi e degli altri operatori con i quali si interfacciano. Una abilità necessaria per non cadere nell’essere meri ricettori passivi dei “capricci” degli operatori dei Servizi Sociali che, ogni volta in cui si imbattono in genitori e/o soggetti – a loro dire – “poco collaborativi” con essi, ovvero “poco ricettivi” della loro ideologia, ricorrono lagnandosi dal magistrato per dar forza cogente ai loro “capricci”.

Una riforma necessaria, quella che invito a fare per “ri-sanare” la giustizia minorile, dovrebbe includere la completa esclusione – dai collegi giudicanti – di tutti i soggetti privi di alcuna competenza giuridica, ovvero d’una Laurea Magistrale in Diritto. In altre parole, occorre cancellare dall’Ordinamento Giudiziario e dalla giustizia minorile la componente “onoraria” e/o “privata” che, come spiegato, opera prevalentemente nei termini sopra illustrati. Questo, ancor più, se sono soggetti iscritti agli Albi professionali degli Psicologi e/o degli Assistenti Sociali et similia. Un intervento necessario per evitare quel meccanismo, perverso e pervertitore, delle “porte girevoli” di cui ho scritto. Un meccanismo che ha portato ad essere – di fatto – il concetto stesso di “interesse prevalente del minore“: un simulacro a là Baudrillard. Svuotato di significato, è divento una sorta di “cavallo di Troia” al cui interno nascondere qualcosa di ben diverso: l’interesse prevalente di alcune scuole di pensiero e/o ideologie proprie di alcuni soggetti. In altre parole, un luogo di scontro all’interno del quale le Comunità di Discorso a là Lyotard, combattono vere e proprie lotte di potere e di significato a là Mininni (2008), con le quali: configurare e riconfigurare credenze e narrazioni, ridefinire i rapporti di forza, far prevalere l’interesse d’un gruppo e/o lobby piuttosto che quello d’un altro. Questo, tutto a scapito dei minori e delle famiglie.

Il caso della “famiglia del bosco” rammostra un esempio, noto a tutti, di cosa avviene proprio nel sistema sopra illustrato. Tutto quello che è avvenuto, infatti, è al limite della “tortura” morale e psichica sia a danno dei minori, sia della loro famiglia, che – in ultima analisi – ricade sempre sui minori. Diversamente, nulla potrebbe spiegarsi, salvo qualora alcune decisioni sia prese sotto l’effetto d’un “qualcosa” di strano e/o d’inspiegabile!

Prendiamo come spunto l’ultimo comunicato stampa della Garante Nazionale dell’Infanzia e dell’Adolescenza, quello del 06.03.2026. La Garante Nazionale, citando correttamente una perizia indipendente “realizzata dalla Asl Lanciano Vasto Chieti”, riporta come: “lo stato di disagio e sofferenza dei minori” – creato dalle continue separazioni avvenute in modo ripetitivo e recidivante – richieda essere “indispensabile favorire e ripristinare una consuetudine nella situazione affettiva attraverso la garanzia di continuità dei legami familiari al fine di estinguere i comportamenti di disagio evidenziati dai bambini’”. Innegabili sono i traumi, infatti, che i minori hanno avuto ad ogni sottrazione e ri-collocazione nei diversi contesti, venendo spesso, come abbiamo visto, strappati “con forza” dai genitori!!!!!

Una serie di interventi che, non solo costituiscono sia per i minori, sia per la loro famiglia, causa diretta di trauma, ma che – al contempo – vanno a modificare la stessa realtà, creando, in modo fittizio, una situazione critica che prima non esisteva e che mai sarebbe esistita se non fossero stati messi in atto questi interventi dirompenti. Il sottoporre qualcuno, ancor più se minore, ovvero poco “strutturato” e/o non completamente formato, ad una serie di traumi ripetuti nel tempo (come stà avvenendo in questo caso) costituisce una sorta di “lavaggio del cervello” che, in altre parole, significa un indebolimento crescente della capacità autonoma del soggetto di pensare autonomamente, una disgregazione delle sue capacità critiche, così da farlo cadere in uno stato di regressione nel quale imporgli una sorta di dipendenza usata, da chi gli ha inflitto i traumi, per imporgli una “rieducazione negativa” e/o “ri-programmazione”, conforme ai suoi desiderata.

Il confine fra quanto avviene e la “riduzione in schiavitù″, qui, rischia di diventare un “gioco linguistico” a là Wittgenstein.

Condotte che, in alcuni casi, possono provocare anche disturbi dissociativi post-traumatici, un disgregamento della struttura psichica dei soggetti, oltre ai disturbi di ansia, depressivi e del sonno, che sarebbero il minor male che gli possa capitare in suddetto contesto!

Non solo. Questo Sistema tende anche a creare finte prove a sostegno degli interventi inopportuni fatti sulle situazioni iniziali che nella loro origine si presentavano “normali”. E’ noto, infatti, come nelle scienze psicologiche e sociali, ogni intervento modificativo delle situazioni iniziali, alteri in modo artificioso ed artificiale il contesto naturale, creando ex post quelle stesse condizioni di disagio che poi sono usate a giustificazione degli interventi erroneamente effettuati in precedenza. Nessuno paga per l’errore, giocando sulla “punteggiatura” delle occorrenze.

Nel caso della “famiglia del bosco”, comunque vada a finire, tutti i motivi inizialmente “lagnati” sono venuti meno e/o si sono sciolti come “neve al Sole” e/o sono risultati infondati. Adesso, tutta la vicenda si auto-alimenta, proseguendo unicamente ed esclusivamente sulla base di situazioni e motivazioni auto-generate / auto-create dalla vicenda stessa, a causa dell’agere posto in essere dai Servizi Sociali. Questo, come sopra descritto. L’accusa cardine, verso queste persone, è la loro “poca collaborazione” con chi – di fatto – li stà torturando! Se questa non è follia. Ancora, mancando qualsiasi ragione obiettiva atta a giustificare l’azione dei Servizi Sociali, adesso quest’ultimi cercano di creare finti pretesti attraverso la vacuità, l’ambiguità e la fluidità, ovvero la completa “inconsistenza”, delle perizie psicologiche. Perizie, quest’ultime, dalle quali si può far dire tutto e l’opposto di tutto come illustrerò in un altro Post e/o articolo e/o pubblicazione.

In altre parole, se all’inizio abbiamo una situazione “normale” nel suo contesto naturale, diventa possibile creare una situazione di disagio e di disadattamento, attraverso una serie di azioni ripetute capaci di causare distress e sofferenza. Una situazione che ha portato la giustizia minorile, oggigiorno, sfuggita ad ogni controllo, ad agire a là Malleus Maleficarum 2.0.

Mentre nel medioevo le persone accusate di “fantasmagorici crimini” venivano torturate fisicamente, fino a farle confessare e/o pensare di avere commesso crimini mai compiuti, osando pure mostrarsi poco collaborative con i propri torturatori (ndr: mi chiedo come sia possibile pensare di non voler collaborare con essi!?!?); oggigiorno, vengono torturate con tecniche psicologiche più sottili, apparentemente meno cruente, con le quali al tormento fisico, si sostituisce quello psichico e sociale, attraverso continue sottrazioni e separazioni dei figli minori dai loro genitori, dai loro nonni, dai loro parenti, dai loro amici, dal loro conteso famigliare nel quale sono cresciuti. Una agere che li mette in una sorta di isolamento spersonalizzante disgregante nel quale, di fatto, avviene quella rieducazione negativa di cui ho scritto sopra. Anche in questo caso, il confine fra quanto avviene da noi, oggigiorno, e quanto è avvenuto ed è avveniente, nei campi di rieducazione (usati dai diversi Regimi  per disgregare  la  psiche  degli oppositori  e/o dissidenti per poi “ri-programmarla” in modo tale da renderli e trasformarli in obbedienti servi della loro ideologia) ricade più nell’essere una questione di vuota semantica, di propaganda, ovvero di meri “giochi linguistici” a là Wittgenstein, piuttosto che altro. Questo, in quanto, da un punto di vista sostanziale, dei meccanismi sottostanti coinvolti, delle dinamiche psichiche e sociali attuate, i processi operanti risultano pressoché uguali sia in prospettiva neurofisiologica, sia cognitiva, sia sociale, sia evolutiva, e così via proseguendo. Uguale è anche la continua traumatizzazione delle vittime!

Il tutto, alla fine, ricade in uno stato di dolore profondo, in una angoscia esistenziale, auto-indotta dagli stessi interventi “invasivi” e “modificativi” posti in essere dai Servizi Sociali. Interventi che creano un effetto dirompente nella vita famigliare, nel suo contesto naturale, per “capriccio” di alcuni “apprendisti stregoni” (oggi chiamati: psicologi e/o assistenti sociali e/o educatori). Soggetti, quest’ultimi che, mossi dallo zelo d’una ideologia da loro sposata – nulla più d’un insieme di vuoti costrutti, creati in modo artificioso ed artificiale, mettendo insieme una serie di correlazioni in un Mondo nel quale tutto correla con tutto –  come medioevali inquisitori sfogano – in realtà – il loro “sadismo” sulle innocenti vittime.

Alla domanda del “perché” succedono certe cose, la risposta è “sadismo”, nulla di più, nulla di meno,  del “sadismo” di alcuni. Non è la Scienza, non è il Diritto, ma il “sadismo” di chi li usa e poi, in modo codardo, si nasconde dietro d’essi!

Ricordatevi bene come nel momento in cui si modifica la situazione iniziale, qualunque essa sia, ogni perizia, ogni assessment, che venisse svolta/o, nulla potrebbe dirci sul come stavano realmente le cose nella loro oggettività originaria, ma solo rammostrarci il disagio reattivo che i cambiamenti apportati hanno creato ad essa. In alte parole, può solo testimoniare lo stato di afflizione auto-indotto dalle stesse trasformazioni imposte dagli operatori sulla famiglia e sui minori.

Una danno creato, spesso, senza reali motivi. Nulla di concreto, di tangibile e/o d’effettivo. Lunghe serie di separazioni, di allontanamenti, di divieti ad incontrare i nonni ed i parenti, persino di poterli sentire al telefono per soli 10 minuti, fargli gli auguri di Natale, spesso, seguono a sole “mere lagnanze” degli operatori per “eventuali non collaborazioni” dei genitori e/o dei nonni e/o dei parenti e/o dei minori. Tutti colpevoli, questi ultimi, di non essere servi obbedienti dell’ideologia alla quale, lo “psicologista” di turno, li vuole “ri-educare” e/o “ri-programmare”!

In altre parole, siamo arrivati ad una sorta di ricatto e/o di dittatura secondo la quale: “se non fai quello che ti dico, ti tolgo i figli”. Un metodo educativo disumano ed umiliante, che solo ironicamente possiamo affermare essere molto, molto, “democratico”, “liberale” e “moderno”. Così, “avanzato” da far rimpiangere – persino – qualche “sculacciata” che, al suo confronto, era nulla, ma carezza! Un “livido” passa e sparisce, senza lasciare traccia. Una serie ripetuta di traumi, distruggono l’essere umano e la sua vita per sempre. Non capirlo, è semplicemente mostruoso, disumano e raccapricciante. Parlare di “buona fede” diventa più un “esercizio di stile”, di bella posa, di gentil garbo, di buona creanza, una presupposizione di legge d’assumersi fino a prova contraria, ma che – qualora presente – non elide, non fà venire meno, né giustifica, le gravi responsabilità, le negligenze, le abissali incompetenze, di chi pone in essere quanto stà avvenendo.

Un fatto che rammostra il degrado raggiunto da questi “psicologisti”: Nuovi “infervoratissimi” Inquisitori 2.0.

Per queste ragioni, qualunque persona Intellettualmente Onesta e realmente interessata al benessere del minore, prima di fare un qualsiasi intervento modificativo, eseguirebbe tutti gli assessment e/o tutte le valutazioni e/o perizie nella serenità del “contesto naturale” nel quale i minori e la loro famiglia sono cresciuti e/o vivono. Questo, è l’unico modo possibile di procedere in assenza di reali, sottolineo reali, lo scrivo anche in neretto reali, situazioni di violenza e/o di criticità tali da non permettere l’attesa dei tempi necessari per fare e per finire tutte le valutazioni nella tranquillità del contesto famigliare originario, non modificato, nel quale i minori vivevano.

Diversamente, si metterebbero sia i minori, sia le loro famiglie, in una condizione di “cattività” (perdonatemi il termine, ma rende in modo chiaro l’idea), nella quale si preclude a priori la possibilità stessa di fotografare e/o di rilevare le reali condizioni vissute dai soggetti. Questo, come avete capito, creando – in modo artificioso ed artificiale – lo stesso contesto di afflizione, di nervosismo, di insofferenza, ovvero lo stesso disagio psico-fisico e sociale, che poi si va ad usare per giustificare ex post quell’intervento inizialmente “inappropriato” e “non necessario” che si è eseguito!! Qualora nulla sia trovato, qualora nessuno reagisca alle provocazioni, cosa succede? Semplicemente, gli “psicologisti” continuerebbero nel proseguire nel loro delirante operato, lagnando “comportamenti poco collaborativi” (come abbiamo scritto sopra). Ancora, giocando il “Jolly” e/o la “matta”, ovvero il loro “cavallo di battaglia”. La “carta” che hanno sempre “in mano”: accusare di “scarse competenze genitoriali”! Questo, qualunque cosa dica e/o voglia dire questa “vacua, vacuissima, locuzione” verbale!

Molti casi esistenti nella giustizia minorile – considerando che ogni volta in cui si apre un fascicolo processuale al Tribunale dei minori, ovvero si avvia questo perverso meccanismo pervertitore, non lo si chiude mai se non al raggiungimento della maggior età dei minori – mostrano come questi interventi, piuttosto che risolvere le situazioni, auto-creino i problemi nelle modalità sopra descritte!

Al posto di occuparsi delle reali situazioni di marginalità, di profondo degrado e disagio sociale, che sono sempre più evidenti nelle città (dal riversarsi degli immigrati nelle strade, abbandonati a se stessi; all’aumentare della povertà nella stessa popolazione italiana) sulle quali nessuno interviene, proprio nessuno, nemmeno uno, la giustizia minorile si auto-crea, provocandoli pure, alcuni “piccoli problemi” mossi dal quel “sadismo” di cui si è detto. Casi che poco dicono sulle famiglie coinvolte, ma molto affermano sugli operatori e sugli psicologi che si occupano d’essi. Un “sadismo” che alcuni soggetti, non si sà il perché, riversano su altri presi “a caso” e/o semplicemente (come avviene nel mobbing) scelti per la loro “debolezza” e/o inoffensività e/o tranquillità, prestandosi, per tali ragioni nella mente del “sadico” (in termini di costi/benefici) come “idonee” vittime dalle quali, in risposta alla crudeltà da lui/lei agita,  potersi attendersi poche “conseguenze”!

Tornando al discorso, precedentemente fatto, sul come gli stessi interventi modificativi della vita famigliare creino le stesse realtà di disagio – poi – lamentate dagli operatori dei Servizi Sociali per giustificare retrospettivamente il loro intervento, dobbiamo dire come questo fenomeno sia ben noto in Psicologia Sociale. Esso è chiamato: la profezia che si auto avvera e/o confirmation bias. Una condizione nella quale si creano le risposte volute e/o attese attraverso gli stessi inputs, stimoli, dati. Ancora, attraverso le modifiche attuate.

Negli interventi clinici, invece, chiunque sia intellettualmente onesto (medico e/o psicologo che sia) conosce benissimo come l’esisto stesso d’un assessment e/o d’una valutazione dipenda, non solo dalle caratteristiche proprie dei soggetti esaminati, ma anche dal setting (ovvero dal contesto nel quale i soggetti sono messi ed inseriti) ed, ancor più, dallo stesso atteggiamento del clinico che col suo agere può con-causare le risposte ricevute da essi. Non solo, dipende anche dal un altro fattore centrale: l’alleanza diagnostica. Quest’ultima incide sulla buona riuscita della diagnosi come l’alleanza terapeutica incide sulla riuscita della terapia. E’ esercizio di retorica, a questo punto, affermare come una qualsiasi valutazione e/o un qualsiasi assessment fatta/o dagli psicologi e/o “psicologisti” e/o dagli operatori dei Sevizi Sociali sia: privo di ogni valore; privo di ogni Validità; e, privo di ogni Attendibilità. Detto in altro modo, tecnicamente parlando, è fuffa!

In altre parole, in psicologia, tutto dipende dall’onestà intellettuale dell’”apprendista stregone”. Questo, potendo il clinico, come un prestigiatore, tira fuori dal “cilindro” (alias: dai test del suo armamentario) quello che vuol sentirsi dire. Questo, anche ripetendoli n volte, protraendo la loro somministrazione per lunghe ore estenuanti. Ancora, cambiandoli e/o scegliendoli in base all’occorrenza. Ancora, facendo uscire dal colloquio clinico (che in realtà è l’unico modo per condurre un assessment e/o una valutazione degna di questo nome) quel che vuol far uscire da esso. Il che, vale a dire, quello che il clinico, normalmente, si aspettava già di trovare prima di mettersi a cercare!

Vi ricordate gli esperimenti di Rosenhan D. L. (1973): On being sane in insane places, in Science, 179: 250 – 258;  Rosenhan D. L. (1975), The contextual nature of psychiatric diagnosis, in Journal of Abnormal Psychology, 84, 442 – 494.

Allora, qualcuno potrebbe chiedersi, perché fare tutto questo? La risposta è semplice: fà parte dello spettacolo, della messa in scena, del teatro, del copione, del “gioco di prestigio” che l’abile illusionista mostra al pubblico per creare l’alone di scientificità. Ancora, serve a motivare le alte parcelle, facendo finta che esse siano degne per la “complessità tecnica”. Una locuzione, quest’ultima, tanto usata, gettonata ed inflazionata, quanto vuota.

Alla luce di tutto questo: da una parte, mi auguro una riforma profonda della Giustizia minorile nei termini indicati; dall’altra parte, che tutte le famiglie e tutti i minori coinvolti in queste vicende – come avvenuto alla “famiglia del bosco” – possano ritrovare l’armonia perduta, gli affetti e i tepori famigliari che gli sono stati rubati dall’ideologia di alcuni. Ancora, ricevere veri sostegni per uscire da queste situazioni, ottenere giustizia, ricevere un degno risarcimento, per le vite che hanno avuto – in modo irreversibile – distrutte, rovinate, modificate solo in peggio, da un Sistema marcescente e da alcuni soggetti che difficilmente pagheranno e/o risponderanno per quanto fatto.

A tutte queste famiglie, a tutti questi minori, con sentito affetto, un abbraccio. Questo è quanto potevo fare per Voi.

APPENDICE

Alcune osservazioni epistemologiche sulle Teorie Psicologiche e sul come sono usate ed abusate nel Mondo minorile ed in generale. Questo, sperando possa essere utile alle “vittime” di tutto ciò.

Da tempo si afferma l’incapacità della Psicologia ad essere una scienza coerente (Koch, 1969). Questo, ricadendo nell’essere – di fatto – una disciplina capace di produrre solo molta pseudo-conoscenza. Un insieme di Teorie che oscillano dal mero “common sence” (nella migliore delle ipotesi) al puro “non-sence” (Evans, 1958; Wright, 1985; Brown & Curtis, 1987; Pepinsky & Jesilow, 1992; Kappeler, Blumberg, and Potter, 2000; Walker, 2005). Un “non-sence” che, non a caso, è divenuto uno dei grandi protagonisti della Giustizia minorile.

Nulla come la Psicologia, infatti, si presta per la sua “inconsistenza” ad ogni forma d’abuso e mis-uso (Foucault, 1972, 1976, 1978, 1980, 2001, 2005, 2006; Masson J., 1984; Szasz 1960; 1963; 1970; 1971a; 1972; 1974; 1990; 1992; 2003; 2004).

Questo accade per diverse ragioni che, qui di seguito, riporteremo brevemente. Questo, volendo dedicare un apposito articolo sull’argomento. Nel frattempo, per chi volesse approfondirlo, rinvio ad due mie precedenti pubblicazioni: a) De Nova Supertitione. Alcune questioni sullo status epistemologico della psicologia, psicopatia e psicoanalisi; b) A Critical Study on How the Psychopathological Construct of Antisocial Personality and Psychopathy Has Imploded – The Implosion of the Construct. Quest’ultimo, pubblicato in inglese, fornisce una spiegazione della struttura incoerente dei costrutti psicopatologici che assumono la forma logica di: P e non-P. Una forma logica che può essere estesa a tutti i costrutti esistenti e alle loro applicazioni.

Da una parte, le Teorie delle Scienze Psicologiche sono nulla, ma costruttiartificiali ed artificiosi, costruiti raggruppando assieme degli items e/o degli elementi che presentano – fra di essi – gradi eterogenei di correlazione. Nulla di male se, nelle Scienze Sociali e Psicologiche, non accadesse che: tutto correli con tutto (crud factor). Una condizione dalla quale deriva una verità scomoda per alcuni. Tutte le teorie psicologiche sono delle creazioni arbitrarie, costruite con elementi (items) che vengono raggruppati per scelta discrezionale, d’opportunità e/o “politica”, di chi le crea. Esse, pertanto, rappresentano – non una conoscenza e/o una descrizione obiettiva della Realtà – ma i desiderata (belli o brutti che siano) e/o le visioni del Mondo e/o i valori dei loro artefici.

Le Teorie Psicologiche, pertanto, non descrivono alcuna Realtà, ma rappresentano (dandovi un alone di pseudo-scientificità) l’ideologia di chi le ha create. La Realtà, infatti, non è descritta in esse, ma suddivisa, sezionata, ri-assemblata, re-interpretata, ri-dipinta, in modo tale da darne una rappresentazione funzionale alle visioni del Mondo dei suoi artefici. Ancora, servire i loro interessi. Le teorie psicologiche, in altre parole, dicono nulla di vero, ricadendo – prevalentemente – in una attività di sence-making a là Weick. Esse devono solo apparire “verosimili” per essere credute.

In altre parole, le teorie psicologiche sono artefatti, modelli, formulati in modo non falsificabile ed incapaci di passare il test di Validità del Positivismo Logico. Formulate in modo incoerente, da esse può inferirsi tutto e l’opposto di tutto. Dall’incoerenza deriva l’inconsistenza, ovvero la possibilità di declinare un dato “quadro teorico” in modo tale da sostenere tutto e l’opposto di tutto – di volta in volta – in base al tornaconto del momento. Chiamare questo Scientia è, a dir poco, temerario!

Sintetizzando al massimo, la Psicologia si presenta come un “sistema di conoscenze”, una disciplina, “non coerente” e “non completo/a”. Quindi, ricade nell’essere inconsistente, difettando di coerenza. Ancora, indicibile, difettando di completezza. Mentre la condizione di inconsistenza l’abbiamo già illustrata sopra, l’indecidibilità è quella situazione nella quale, comunque stiano le cose, risulta impossibile conoscere se quanto affermato dalla psicologia (ovvero dai suoi operatori) sia vero, oppure falso, sulla base dello stesso “quadro teorico” assunto, accettato ed affermato, dalla stessa psicologia e dai suoi operatori!

Un esempio di quanto affermato è dato dal fatto che: nelle Scienze Psicologiche nessuna Teoria è pienamente corroborata, nessuna pienamente confutata. Tutte coesistono e vivono assieme, in un eterno Limbo d’incertezza. Un Limbo dal quale, gli “apprendisti stregoni” prendono quello che vogliono, in base all’occorrenza, per affermare, sostenere ed imporre, i “capricci” dei loro desiderata. Questo, glissandosi fra le dita, come abili prestigiatori, quegli sdrucciolevoli costrutti, di volta in volta, ivi raccolti.

Non è una visione descrittiva, ma normativa del Mondo.

La Psicologia, così, ricade nel vuoto sofismo, nei “giochi di prestigio” di illusionisti. Nel gabellar le genti, richiamate dalle “grida” della Fiera, davanti allo spettacolo dell’illusionista, ove accalcate, si lasciano ammaliare dai trucchi e dagli abracadabra del suo spettacolo.

Per essere pienamente onesti, però, è da dire questo. Svelando al lettore ogni mistero di questa “arcana disciplina”.

La Psicologia è un coacervo di discipline eterogenee per status epistemologico, per “valore” e dignità. Da una parte, abbiamo la psicologia cognitiva, sperimentale, fisiologica, le neuroscienze, che hanno lo status delle Scienze NaturaliLe loro teorie sono descrittive. Questo significa che:  le loro affermazioni possono essere valutate in termini di vero e falso, applicando la logica atomica di Wittgenstein. Una logica che richiede che: ad ogni elemento atomico dell’enunciato debba corrispondere un elemento atomico della Realtà, in modo bi-univoco, per essere considerato vero. Ancora, non possono essere usate per giustificare alcun intervento modificativo della Realtà (non avendo valore normativo).

In altre parole, tutto quello che possono dire le scienze descrittive è solo se: il minore soffra, oppure no, di un qualche disturbo (non psicologico e/o psicopatologico) ma medico-fisiologico. Per capirci: la dislessia e/o la discalculia e/o la disgrafia. Nulla possono dirci se il minore debba stare, oppure meno, con la propria famiglia e/o debba essere collocato altrove.

Le Scienze Descrittive si limitano solo a fotografare la Realtà senza poter affermare alcunché sul come intervenire in essa, ovvero modificarla e/o cambiarla. Nel momento in cui si passa: dal “neutro fotografare” al voler modificare l’osservato si travalica un confine dimensionale. Si passa “il Rubicone” che delimita il “dominio della Scienza” (costituita dalle discipline descrittive, governate dalla logica formaledal “dominio della Politica” (costituita dalle discipline normative, governate dalla logica dei valori).

Una differenza centrale per smascherare i “giochi di prestigio” degli “apprendisti stregoni” di cui si è detto.

Solo le scienze normative (Diritto; Etica; Filosofia Morale; Teologia Morale; Politica; etc…) si occupano sul come intervenire sulla realtà, attraverso valutazioni di opportunità, d’interesse, di convenienza, che nulla hanno a che vedere con la Verità scientifica.

In ambito psicologico, la psicopatologia ricade pienamente nelle discipline normative. Quest’ultima, infatti, ricade nell’essere uno strumento di controllo sociale, d’omologazione, attraverso il quale imporre dei comandi camuffanti – dietro forme grammaticali fuorvianti a là Carnap – in pseudo-enunciati descrittivi, quando, invece, non lo sono.

Badate bene, non nego che si possa essere tristi e/o angosciati. E’ normale esserlo, fa parte della vita e della crescita personale. Qui, affermo “qualcosa” di ben diverso.

La prova di quanto affermato è data dalla violazione della Legge di Hume commessa dalla psicopatologia. La Legge di Hume è un importante criterium di demarcazione tra ciò che è empirico e ciò che non lo è affatto. Violarla significa attraversare quel confine “dimensionale” tra il “Regno” della Logica Formale e quello della Logica dei Valori e/o Nuova Retorica a là Perelman. Mentre nel “primo” le asserzioni possono essere valutate in termini di vero falso ed il ragionamento in termini di valido invalido, nel “secondo” non è possibile.

All’interno della dimensione normativa, tutto diventa “opportunità politica”, “gioco di retorica”, discrezionalità, scelta arbitraria basata sull’interesse, tentativi d’imporre qualcosa – da parte di alcuni – su qualcun altro. La Logica dei Valori e/o la Nuova Retorica a là Perelman, non consente alcun controllo sulla validità e/verità di ciò che è sostenuto. Semplicemente, come facevano i Sofisti, serve ad argomentare in modo “razionale”, ovvero a convincere e/o a persuadere l’interlocutore, che i propri desiderata siano migliori dei suoi!

La Psicopatologia viola la Legge di Hume passando continuamente dal descrittivo (e.g. una normale distribuzione) al normativo (e.g. definire cosa sia: “normale” e/o “anormale”). La “malattia mentale” è nulla, ma mera divergenza rispetto alla maggioranza. Una maggioranza che spesso ricadente nell’essere un “gruppo di pecore” omologate. Ancora, mera divergenza rispetto al Pensiero Unico che – il Potere a là  Foucault –  cerca di imporre a favore dei suoi interessi. In altre parole, mera divergenza rispetto ad alcune “norme” arbitrariamente imposte dall’egemonia pro tempore d’un Regime. Non importa il nome ed il colore assunto da quest’ultimo.

Fra le “scienze descrittive” e “normative” esistono anche altre aree ibride, ambigue e fluide, nella quali il descrittivo ed il normativo si confondono assieme, mescolandosi, così da rendere subdolamente difficile discriminare fra: quanto sia stato Reale prima dell’intervento modificativo; e, quanto sia stato creato invece da quest’ultimo.

Mi riferisco alle Scienze Sociali fra le quali rientra appieno la Soft Psychology. Un insieme, quest’ultimo, nel quale sono ricollocati tutti gli altri settori della Psicologia, salvo la Psicanalisi. Quest’ultima, infatti, non fà parte neppure della Psicologia, solo della sua storia! Questo, non avendo la psicanalisi alcuna dignità scientifica, né di alcun altro tipo, ma ricadendo – al massimo – nell’essere mera narrativa. Questo, essendo nulla, ma deriva semeiotica. Una rilettura del Mondo, auto-convalidante ed auto-rinforzante, fatta secondo le “lenti colorate” d’un ideologia espressa dagli ipse dixit di alcuni autori. Questo, al pari di quanto avviene in certi gruppi ideologici settari. Stesse dinamiche. In questo caso, infatti, siamo davanti ad una rilettura interpretativa che rigetta ogni tentativo di falsificazione, re-interpretando tutto, nuovamente ed all’infinito, sempre in modo conforme all’ideologia assunta per auto-convalidarla. Anche qui, fra psicoanalisi e delirio, c’è un confine più linguistico che materiale!

La Soft Psychology, di contro, ricade nell’essere un limbo d’ambiguità, di confusione e d’indeterminatezza, nel quale l’effetto di Edipo a là Popper, ovvero la profezia che si auto-avvera, domina e governa. Questo avviene in quanto – in queste discipline – al contempo si cerca di fotografare / descrivere la Realtà, mentre si opera e/o agisce su di essa per modificarla! Questo, rendendo molto difficile e/o impossibile separare, discriminare, quanto apparteneva (era proprio) alla Reale d’un fenomeno e quanto, invece, sia stato indotto, creato e causato, dalle modifiche apportate ad esso.

Per quanto sia stata breve questa presentazione, spero che vi abbia insegnato alcune “cose” utili per la vostra vita. Questo in quanto, ben pochi ve le direbbero. Così, resta solo da lasciarvi con alcuni consigli. In primo luogo, evitate di “scommettere” al “gioco delle tre carte” con uno psicologo. Come tutti i prestigiatori, bara! In secondo luogo, non prendete mai sul serio quello che vi dice. Non possiede alcuna verità, né lui/lei, né la sua “scienza”! In terzo luogo, quando “bussa alla vostra porta” – come un “testimone di Geova” per convertirvi al suo credo e/o alla sua ideologia – ditegli pure: “no grazie. Sono d’un altra Fede!”.

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La Psicologia: se la conosci la eviti.